Saturnino Celani ci parla della sua Ascoli Piceno, Città Identitaria. E poi i lavori con Jovanotti e Battiato, fino all’esperienza di produttore
Ex Dictatrista, band di hardcore/punk di metà anni ottanta, Saturnino Celani da Ascoli Piceno, si è presto interessato a sonorità decisamente più raffinate spaziando dal jazz/funk all’hip hop, mantenendo inalterata la sua vena energica di stampo pop-rock. Polistrumentista, compositore e produttore discografico, è da sempre «l’anima che pompa» nei dischi di Jovanotti, il kerosene di «Muoviti muoviti», «Penso positivo» e «L’ombelico del mondo», giusto per citare tre bombe da dieci e lode.
Come stanno i tuoi Satelliti? Non sono impazzito, mi riferisco al tuo EP di dance elettronica realizzato con il mitico DJ e produttore Pier Paolo Peroni, per gli amici Pierpa.
Questa collaborazione è nata su un input proprio di Pierpa che in quel periodo stava pensando a qualcosa di nuovo per me, perché sai quando le persone ti sono amiche e ti dicono «Ma sarebbe bello che tu facessi adesso una cosa di quel tipo lì» e mi manda proprio una reference. Con Davide Ferrari abbiamo iniziato a lavorarci nel suo studio. Davide è un chitarrista e produttore fantastico, lavora con Max Pezzali da tanto tempo e ci siamo conosciuti tanti anni fa quando collaborava con Battiato. Lì abbiamo iniziato a buttare giù proprio delle impressioni momentanee, come se fossero delle polaroid, ma poi è coinciso con il periodo in cui hanno chiuso tutto, perché intorno a quel progetto c’era uno sviluppo molto più ampio. Volevamo fare una presentazione ufficiale, ma poi c’è stata la pandemia, quindi abbiamo interrotto tutto e comunque l’abbiamo fatto uscire lo stesso, perché penso che alla fine sai, se i pianeti non si allineano, è una cosa che rimane lì e comunque ci ha regalato delle belle soddisfazioni. La musica non ha una connotazione temporale, soprattutto quando è strumentale.
Hai citato Battiato. Con il Maestro, oltre ad aver collaborato ad un album che si chiamava «Dieci Stratagemmi», che io credo sia uno dei dischi più belli degli anni 2000, hai suonato addirittura nel disco «L’imboscata», quello di «Strani giorni» e «La cura» tanto per intenderci.
«L’imboscata» l’ho registrato tutto. L’episodio bello dei «Dieci Stratagemmi» è proprio legato ad uno strumento che stavo usando in quel periodo, che è un Fender Precision realizzato però interamente in alluminio aeronautico da Noah, che sono degli artigiani di Lambradi, che hanno queste eccellenze. Lo utilizzavo con le corde di nylon, come un vecchio Hofner, quindi era una specie di Frankenstein, uno strumento con un suono davvero particolare e il link di questa cosa è stato Pino Pischetola «Pinaxa», che in quel periodo stava collaborando con Battiato e ha collaborato in tutto l’ultimo periodo di Franco, addirittura remixando e rimasterizzando «L’imboscata». E Pinaxa, mentre Franco era in studio, gli ha detto «Guarda che c’è Saturnino che sta utilizzando questo basso che ha un suono pazzesco», così lui mi ha convocato e abbiamo registrato «Fortezza Bastiani». È stato bellissimo, è una roba incredibile. E poi aver suonato ne «La cura», qualche anno prima, è come aver fatto, sai, le particine tipo in «Pulp fiction», che è una parte piccola però sei lì dentro e quella è una cosa che amo sempre ricordare a me stesso.
Invece, per tornare alle sonorità più dance, la tua ritmica sempre devastante, è presente anche nel singolo «Hit House» di DJ Aladdin. Questo feat, invece, com’è nato?
In realtà la matrice è la stessa, ma le personalità sono diverse, quelle che convivono dentro di me. Nel senso, io o amo le cose belle, proprio up-tempo, o cose completamente senza metronomo, quindi completamente eteree, senza una griglia. Quello è il mio modo di vedere la musica. Posso passare da Notorious Big a Philip Glass nello stesso mezzogiorno. Non lo so, forse sarà una schizofrenia musicale, chiamiamola così. I più eruditi la definiscono nomadismo artistico, in realtà la mia è proprio schizofrenia. Spotify, ti permette l’ascolto proprio quasi bulimico della musica, lo skip immediato, i 30-40 secondi, invece ultimamente non ti nascondo che sto acquistando come supporto fisico solo vinili. Sono tornato al buon sano impianto stereo e mi dedico proprio all’ascolto dall’inizio alla fine di un disco. Con amplificatore, lettore CD perché comunque ho in casa più di 6.000 compact disc che non è che li puoi buttare e il piatto, il vero giradischi insomma, con due belle casse Klipsch RZ, proprio l’ascolto da poltrona di un disco alla volta. Quindi dall’inizio alla fine anche, come dire, le tracce riempitive. Cioè se tu in un fine settimana vuoi ascoltarti i tuoi cinque album preferiti, ce la fai. Invece con i libri e il cinema fai più fatica, no?
Ma è un po’ quello che facevamo comunque negli anni ‘80, quando ci ascoltavamo, il nostro vinile comprato e messo nel sacchetto con i manici di plastica.
Certo e anche l’ascolto condiviso a volte è meraviglioso.
Tu hai suonato anche nel disco «Sospesi» di Nularse, nel brano «È tutto qui», dove ci sono venature malinconiche incastonate in un pop davvero elegante. Che cosa ti attrae particolarmente in queste produzioni anche un po’ sperimentali?
Nularse ho avuto il modo di incontrarlo e ascoltare le sue cose, io lo trovo un artista straordinario. A me mi interessa quello che uno fa, nel senso, puoi anche essere sconosciuto e conosciuto solo nel tuo condominio, ma se mi emoziona quello che tu fai, collaboriamo assolutamente. Ad esempio sono follemente innamorato di quello che fanno gli Isobel Kara, li trovo straordinari, hanno fatto la prima selezione di «X Factor» e sono stati eliminati, ma per me sono fantastici. Io quando li incontro gli chiederai l’autografo, sono strepitosi, è come incontrare i Sigur Rós.
Per tutti sei lo storico bassista di Jovanotti, dai tempi di «Una tribù che balla». Come si sono evoluti negli anni l’amicizia e il rapporto professionale con Lorenzo?
Guarda, io penso che il destino, il caso, che mi ha fatto incontrare Lorenzo è come se mi avesse messo in contatto con un fratello maggiore che non ho mai avuto, perché c’è proprio un rapporto bello che si è consolidato, si è evoluto, cioè è qualcosa di enorme, perché se io ci penso adesso, alla fine Lorenzo è la persona con cui ho convissuto più di tutti nella mia vita fino adesso, quindi proprio a livello umano fai conto, è mancato mio papà a 90 anni, lui e Francesca sono arrivati in auto senza neanche pensare, me li sono ritrovati al funerale di mio papà, quindi ti rendi conto che sono i gesti che, alla fine, determinano l’essere umano, quindi non posso che dire bene, ma proprio tanto bene e artisticamente abbiamo fatto insieme delle cose che comunque ancora oggi rimangono, ogni volta che parte «L’ombelico del mondo» che lo suoniamo dal vivo, è sempre incredibile, sono quelle cose lì che rimangono.
A proposito di tuo padre che se n’è andato da poco, quindi una radice importante che ti è venuta a mancare, quali sono gli insegnamenti e i consigli che hai ricevuto da lui e che non dimenticherai mai?
Forse il fatto di avermi insegnato ad essere una persona per bene, cioè mio papà è stato una persona molto presente nella mia vita, ma mai invadente, nel senso che ci è sempre stato e mi manca da impazzire, ma il tutto è quello che è rimasto, la prima cosa che ho fatto è stato mettere in salvo i violini che aveva in casa, tra l’altro lasciati anche in uno stato un po’ di abbandono, perché negli ultimi dieci anni a mio papà gli si era bloccata la mano sinistra, quindi non poteva più suonarli e li aveva quasi abbandonati, quindi adesso la mia missione è rigenerarli e riportarli alla possibilità di essere suonati, poi magari mi ci divertirò un po’ io. Mi ha avvicinato alla musica senza pretendere nulla in cambio, quindi è incredibile, a me l’unica cosa che mi spiace è non aver avuto figli, però quello che mi ha trasmesso è lì, ben a fuoco.
È incredibile quanti musicisti abbiano iniziato all’Istituto Musicale Gaspare Spontini di Ascoli Piceno, che è la tua città ed è Città Identitaria. Ti ricordi quando ti sei iscritto?
Mi sono iscritto, penso, nello stesso anno di Giovanni Allevi a violino, superando l’esame di ammissione che avveniva di fronte a una commissione, c’era il direttore, ai tempi si chiamava Degrassi, se non sbaglio e quindi ho iniziato studiando violino, solfeggio, pianoforte complementare e tutto quello che si deve fare quando ti avvicini alla musica, seguendo l’insegnamento accademico.
Giovanni Allevi è stato tuo compagno, no?
Sì, lui studiava pianoforte con risultati strepitosi, direi.
Come te lo spieghi che in un centro di 50.000 abitanti circa escano così tanti musicisti?
Io credo che sia merito in parte della bellezza che ci circonda, perché crescere in quel salotto meraviglioso che è Piazza del Popolo, definito appunto salotto da molti, ti educa in un certo qual modo alla bellezza, quindi la musica è forse l’arte delle arti, no?
Può essere un limite per un artista che poi vuole fare carriera e tu hai fatto una grandissima carriera, rimanere in una cittadina di provincia?
Senz’altro, anzi, è una cosa che aiuta molto perché io trovo che sia un incubatore perfetto, ma amo anche dire che se poi da pulcino vuoi diventare gallo è importante cambiare pollaio.
Tu hai cambiato pollaio, sei andato a Milano, quanti anni avevi?
22 anni, ero giovanissimo e Lorenzo l’ho conosciuto proprio a Milano. E’ stato l’incontro degli incontri, in uno studio di registrazione dove lui stava registrando l’album «Una Tribù Che Balla» ed era già molto conosciuto. Poi tutto il mondo di Cecchetto, quel mondo che io guardavo da fuori come inarrivabile, mi sono trovato proprio catapultato. Nel giro di 5 giorni è cambiata la mia vita, perché dopo aver registrato il primo pezzo, Lorenzo mi ha detto «Sei libero per i prossimi sei mesi?» non mi ha dato neanche il tempo di rientrare dalla regia e tutto il resto è storia.
Hai suonato anche nel disco «Cherubino», mi piace definirlo così, di Gianni Morandi. Visto che tu te ne intendi di energia, secondo te Gianni Morandi è un super uomo un po’ alieno oppure no? (ridiamo)
Io ho avuto questa enorme fortuna grazie a Lorenzo, ho avuto anche la fortuna di condividere delle giornate con Gianni Morandi e posso dirti che io lo metto al pari degli Avengers, cioè per me Gianni è uno dei supereroi e credo che uno dei suoi più grandi superpoteri sia quello di riuscire a essere senza tempo, cioè Gianni ha la capacità di relazionarsi veramente con chiunque: l’ho visto quando gli ho presentato la mia compagna, è una persona di una tale energia bella, quando ti dicono una persona solare è proprio un raggio di sole, è una persona che ha anche una delicatezza, una sensibilità in tutto quello che fa. Mi ha detto: «Di che anno sei?» e ho risposto «1969» e lui «Pensa io avevo già fatto C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones con Ennio Morricone», cioè sembra di parlare con il Re Horus.
L’ultima volta che ci siamo incontrati al Gran Galà della Stampa di Sanremo mi avevi confessato di essere un musicista crepuscolare che ama lavorare in inverno. Quindi sta per uscire una nuova produzione? O ci stai lavorando?
Sì è vero, sono crepuscolare. In realtà ti dico, con tre amici carissimi che sono poi diventati soci, abbiamo fondato un’etichetta discografica che si chiama «Daily Car – Asilo Musicale per Rifugiati Creativi», perché oggi in un momento in cui c’è una democratizzazione dell’arte, nel senso che tutti possono fare tutto e pubblicare tutto, è tornato il desiderio di fare un po’ gli scopritori, no? Gli scopritori nel vero senso della parola, cioè incontri qualcuno che ti emoziona e fai in modo di lavorare perché questa cosa arrivi a più persone possibili, ma con i tempi e l’approccio che più ci piace.
Quindi senza tempi discografici da rispettare o ansie di varia natura?
Senza nessuna forma di ansia di nessun tipo. La prima cosa sarà pubblicata a breve, quindi manca solo l’incontro con l’aggregatore, quello che occorre per unire tutte le piattaforme digitali e poi usciremo con un primo singolo, quindi una canzone alla volta e sarà un singolo scritto da me insieme a questa giovanissima artista che si chiama Anna Siciliano. Un po’ come si usava a fare un tempo, no? Ti ricordi Mike Oldfield?
Certo, in «Moonlight shadow», «Foreign affair» o «To France» cantava Maggie Reilly, ma chi muoveva i fili era Oldfield.
Esatto, quindi uscirà questo primo singolo come «Saturnino featuring Anna Siciliano», spero entro l’anno.
Secondo te quanto il talento poi premia, o secondo te per un artista, per un musicista, conta anche la fortuna?
La fortuna è fondamentale anche se al netto del talento c’è la perseveranza in quello che si vuole raggiungere, quindi io amo dire che qualcosa se non diventa un’ossessione per te rimane passione e la passione è una cosa che possono continuare tutti.
Come definiresti la tua Ascoli?
Un posto straordinario dove ho avuto la fortuna di nascere e cerco sempre di divulgare l’esistenza proprio della città e di promuoverla, cioè pensa che la cosa incredibile è che nonostante sia ormai da diversi decenni a Milano, io ho sempre conservato la residenza ad Ascoli Piceno di cui vado orgoglioso.
Quindi è la tua identità?
La mia impronta.
Un po’ come l’anello che porti al dito con il logo di «Clima», il tuo primo album?
Come no? Certo, assolutamente, quel logo lì è diventato un marchio, è diventato un brand, si è evoluto. Quello lo porto sempre, ce l’ho anche tatuato sul braccio, è un regalo che mi hanno fatto Massimo Torrigiani e Pino Pipoli ai quali sarò sempre riconoscente.


















