Torna Rugantino, lo spaccone che conquistò Broadway

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Rugantino è lo spaccone trasteverino “svelto co’ le parole e cor cortello” ma che finisce sempre per prenderle di santa ragione. L’attaccabrighe (“rugà” in romanesco significa protestare) spigoloso e spavaldo ma che in fondo resta un povero diavolo. La maschera tradizionale (nata nel 1700) incarna, nei pregi e nei difetti, l’identità del popolo romano. Nel 1962, divenne leggendaria grazie alla commedia musicale firmata da Garinei&Giovannini. In realtà, Rugantino calcò le scene ben prima, nel 1830, al Teatro delle Marionette di Villa Borghese. A dare voce e spirito alla maschera fu all’epoca, il burattinaio Ghetanaccio, dalla satira tagliente. E poi, nel 1925, divenne protagonista delle commedie di Augusto Jandolo. Ma è con il genio autoriale di Garinei&Giovanni e con le indimenticabili musiche del Maestro Armando Trovajoli che Rugantino entra nell’immaginario collettivo. A distanza di più di 60 anni dal debutto torna al Teatro Sistina di Roma. In scena, fino al 26 marzo, con la supervisione di Massimo Romeo Piparo, nella versione storica originale: la regia di Pietro Garinei, le musiche del M° Trovajoli e le preziose scene e i costumi originali firmati da Giulio Coltellacci. Nei panni di Rugantino, Michele La Ginestra. Dopo la sua prima prova nel 2001 e dopo oltre vent’anni, si misura nuovamente nel ruolo dell’affascinante bullo un po’ cialtrone. Con lui, l’impeccabile Serena Autieri, Rosetta la procace Venere romana che fa sospirare Rugantino. Massimo Wertmuller è Mastro Titta che ben eredita il ruolo dell’oste romano che fu di un mostro sacro come Aldo Fabrizi. Edy Angelillo è Eusebia, indimenticabile personaggio costruito su misura, da Garinei&Giovanni, per Bice Valori. Una vera prova del fuoco, per un attore romano, misurarsi con la commedia che incarna lo spirito della Città Eterna.

“Voja de lavora’ sartame addosso e famme lavora’ meno che posso”, “Me n’ha date, ma je n’ho dette!” sono i tormentoni dello spavaldo Rugantino che abbaia ma non morde. Commedia dall’attualità disarmante, spassosa e commovente fino alle lacrime. Nel 1964, la dissacrante romanità di Rugantino arrivò persino a Broadway. Un cast stellare per la prima versione: Nino Manfredi, Lea Massari, Aldo Fabrizi, Bice Valori, Lando Fiorini (nei panni del cantore Serenante) riempirono i teatri americani per tre settimane registrando il tutto esaurito. Per rendere comprensibile il dialogo agli spettatori, furono usati per la prima volta i sopra-titoli: la traduzione inglese era proiettata su uno schermo sospeso in alto sul palcoscenico.

E così, nacque il caso “Rugantino” che aprì la strada a una “Broadway sul Tevere” con il musical più imponente mai realizzato in Italia. Le scenografe rotanti di Giulio Coltellacci consentivano una fluidità narrativa di impianto cinematografico. I suoi costumi erano ispirati ai bozzetti ottocenteschi di Bartolomeo Pinelli. Le coreografie erano firmate dall’americana Dania Krupska. Successivamente, nel 1978, furono rinnovate dal coreografo Gino Landi. Si trattava della versione con Enrico Montesano e Alida Chelli. E poi, più recentemente, nel 1998, fu la volta di Valerio Mastandrea, Sabrina Ferilli, Maurizio Mattioli e Simona Marchini. Nel 2010, a dominare le scene fu Enrico Brignano (formato nella scuola di Gigi Proietti) con Serena Rossi, Maurizio Mattioli e Paola Tiziana Cruciani.

Resta la musica la vera e sola protagonista della commedia. “Roma nun fa’ la stupida stasera”, “Ciumachella de Trestevere”, “È l’omo mio”, “Tirollallero” sono gli indimenticabili capolavori firmati dal maestro Trovajoli. Celebre per aver composto la colonna sonora del film Premio Oscar “La Ciociara”; a lui fu affidato l’arduo compito di inventare una sonorità “popolare” romana. E così, i suoi brani divennero vere e proprie canzoni della tradizione, ambasciatrici di Roma nel mondo. Si sostituirono a un genere folklorico che non si era mai sedimentato nel popolo a causa della repressione clericale, durante il periodo del papato. Ma la vera forza narrativa di Rugatino è nella scelta ardita di un finale che abbandona i toni della commedia e trascina il pubblico, negli ultimi istanti, in un melodramma dagli echi pucciniani. “A Ruganti’…’na botta e via” è la vera rivoluzione del teatro leggero italiano, fino a quel momento legittimo erede della rivista e dell’avanspettacolo. Gli autori Garinei, Giovanni, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa e Luigi Magni, sovvertendo le regole, rinnegano il lieto fine. Rugantino, con un taglio netto, perde la testa e in quello stesso istante ha inizio la “nuova” commedia italiana. Nino Manfredi raccontava quanto fossero incerti nella scelta, fino al debutto. Un vera impresa accompagnare il pubblico dalle risate del primo tempo, alle atmosfere drammatiche di un finale tragico. Ma la sera della prima, quando calarono le quinte, ci furono dieci interminabili secondi di silenzio e poi… un trionfo di applausi, di lacrime e di gioia.

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