Il cinema italiano è come un malato che ogni tanto si alza dal letto, mostra i muscoli e poi ricade esausto sulla sedia. I dati lo confermano: da gennaio ad agosto i film italiani hanno incassato 68,5 milioni di euro, pari al 23,5% del totale come indicato dal Sole24Ore. Un dato in crescita del 25% rispetto allo scorso anno, con un campione solitario: Follemente di Genovese che da solo vale quasi 18 milioni. Ma non basta un film a salvare un’industria.
Perché, guardando il quadro generale, il sipario cala in fretta: il botteghino italiano nel complesso perde l’1% e le presenze calano del 2%. Piccole cifre? No, crepe che diventano voragini se lette su una scala più ampia: mancano 40 milioni all’appello dai film statunitensi, e senza quel traino la sala si svuota. È il segno di un sistema fragile, che vive di exploit isolati e di ricadute continue. Ed eccoci di nuovo, oggi, alla Mostra di Venezia: tappeti rossi, flash, qualche influencer senza titolo, Sorrentino che incanta con La Grazia e le star hollywoodiane che sbarcano per una vacanza dorata, con tanto di selfie davanti al Canal Grande.
Ma domani? Domani resta il deserto: giovani attori, registi, sceneggiatori formati al Centro Sperimentale che restano a casa, senza lavoro, perché i progetti si concentrano sempre sugli stessi volti, sugli stessi autori, sugli stessi produttori. Il resto del talento marcisce in silenzio. Il problema non è solo economico, è culturale. Ogni volta che scegliamo di non andare in sala, che preferiamo lo scroll compulsivo su TikTok o l’ennesima serie in streaming, rinunciamo a un atto di comunità e di bellezza. Il cinema non è un accessorio, è un rito: la condivisione del buio, del respiro collettivo, del racconto che ci riguarda. Ma questo rito va difeso. Non con premi e passerelle, non con i festival che durano una settimana, ma con politiche lungimiranti, con investimenti veri, con il coraggio di rischiare su nuove voci. Altrimenti, continueremo a consolarci con i titoli di un’estate fortunata, fingendo che la sala stia bene, mentre in realtà muore di solitudine.
Non ci resta che il cinema, sì. Ma solo se abbiamo la forza di salvarlo dalla vetrina, dai giochi di potere e dall’indifferenza. Perché la grande bellezza non è sul red carpet: è nella sala semivuota di provincia, dove una storia italiana può ancora cambiare lo sguardo di chi esce nel buio della notte.


















