Mani, piedi, cuore e testa, il rugby

Nel XIX secol i britannici che facevano scalo al porto di genova esportarono il gioco

Leggenda vuole il rugby nato da un atto di disobbedienza: nel 1823 un certo William Ellis decise di infrangere le regole del calcio e, preso il pallone in mano, si mise a correre tenendolo stretto al petto. Il teatro, una cittadina inglese di Rugby, nel Warwickshire, e così è spiegato il nome. Un cinquantennio più tardi si adottò la palla ovale per renderla difficilmente controllabile con i piedi e non rischiare un “ritorno” al calcio. A fine XIX secolo, i britannici che facevano scalo al porto di Genova esportarono il gioco, e il resto lo fece Stefano Bellandi, pioniere italiano emigrato oltralpe. Dallo sbarco di Genova ad oggi, questi i numeri: una statistica del Coni del 2017 vede il rugby al 16° posto tra gli sport praticati in Italia con 82mila tesserati. Lombardia, Veneto e Lazio da sole arriverebbero a sfiorare la metà degli iscritti. In Italia il rugby, come la stragrande maggioranza degli sport, soffre la spietata concorrenza del calcio. A torto, probabilmente, se mettiamo da parte i numeri. Sport smaccatamente duro, nel rugby paradossalmente il contatto fisico è una garanzia di onestà sportiva. Nelle maglie dei fitti regolamenti di sport più blasonati dove ogni sgambetto o adiacenza è catalogata e, all’occasione, sanzionata, la flessibilità normativa della palla ovale trasforma la correttezza in una scelta etica. Il senso della misura è rimesso al giocatore, dove il bilanciamento tra utile di squadra e rispetto dell’avversario è un gesto di responsabilità. L’amministrazione del margine di manovra è pura disciplina. In barba ai tuffatori in parastinchi sottratti ai trampolini.

La tradizione del “terzo tempo” secondo cui alla partita segue un momento di condivisione tra le compagini di due squadre che, fino a poco fa, si sono prese a spallate per la conquista di un fazzoletto di terra è stata addirittura mutuata da molti altri sport lì dove altrove invece, è servita una legge federale del 2006 per costringere, come si fa con due bambini litigiosi, i calciatori a stringersi la mano a fine partita. Nel rugby la conquista del terreno fino alla retroguardia avversaria vive il paradosso del passaggio, che può avvenire solo all’indietro. Il che è la cifra del gioco di squadra, un calmiere alle ambizioni personali. Per quanto veloce tu possa correre, sembra suggerire la regola, dovrà partecipare della tua vittoria chi ti è a fianco. L’atto del passaggio in sé è un misto tra calcolo e altruismo, dove il rugbista fa una veloce media tra le condizioni tattiche del destinatario dell’ovale e il saldo degli avversari pronti a placcarlo. Il tutto, mentre presumibilmente nel giro di pochi istanti ti saranno già addosso abbastanza avversari prima a placcare te stesso. Perché il rugby si gioca con le mani e con i piedi, ma soprattutto col cuore e con la testa.

 

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