Ripartire dalla nostra storia e dai valori espressi dal nostro patrimonio culturale è la proposta di CulturaIdentità per valorizzare una regione come la Calabria, una terra ancora poca nota entro i confini nazionali. È ben noto che le attività culturali favoriscono la presenza istituzionale, aumentano la sicurezza e rendono i cittadini più consapevoli delle ricchezze del loro territorio, più disponibili ad attivarsi in prima persona per tutelarle, oltre ad incrementare i flussi turistici, l’occupazione, l’interesse verso i beni comuni. Ma il rilancio del settore culturale e turistico non può prescindere da uno studio approfondito, in grado di mettere in campo approcci innovativi e funzionali che contribuiscano a riorganizzare la gestione del patrimonio culturale, incrementando la comunicazione e i processi di valorizzazione. È il caso della recente analisi, pubblicata dallo Storico dell’Arte Pasquale Faenza sulla Rivista Esperide, su inedita scultura confinata nella chiesa di Sant’Antonio di Padova a Gioia Tauro (RC), e per la quale CulturaIdentità si propone di attivare una campagna di sensibilizzazione per consentire al più presto la sua fruizione ad un pubblico quanto più ampio.
La scultura è sempre stata trascurata dalla critica specialistica per via del suo pessimo stato di conservazione. Si tratta infatti di una statua acefala a tutto tondo, alta 120 cm e larga 80 cm, priva dell’avambraccio destro e di scannello. La scultura è inoltre mutila della mano sinistra, di cui rimane solo il dorso del palmo, con appena riconoscibili le falangi delle dita, in origine certamente distese a suggerire il sostentamento di un attributo iconografico, anch’esso perduto. Secondo Pasquale Faenza l’opera rappresenterebbe una Madonna con Bambino, quest’ultimo posto sul braccio della Madre, secondo una soluzione la cui origine sembra doversi riconoscere nella Madonna della Neve, realizzata dal tra il 1491-92 da Benedetto da Maiano per il Monumento Correale, nell’antica Terranova Sappo Minulio (RC), ed oggi conservata nella locale parrocchiale di Santa Maria Assunta e Sant’Elia. Lo stato di conservazione dell’opera non ha tuttavia ostacolato le ricerche di questa meravigliosa reliquia del Rinascimento calabrese, chiaramente debitrice dall’illustre prototipo realizzato dal Maiano per Marino Correale, mediato però dalle versioni di Antonello Gagini, come si evince dal modo semplificato delle forme e dall’andamento asciutto della veste. Per quanto diminuito dalle diffuse scalfitture, è proprio l’abito della Madonna acefala ad accentuare la modulazione compatta dei volumi, accompagnata da una minuziosa resa dei dettagli. Particolari che hanno consentito a Pasquale Faenza di attribuire l’opera alla mano dello scultore carrarese Giovambattista Mazzolo, documentato a Messina tra il 1512 e il 1550, periodo durante il quale il maestro detenne il primato della scultura monumentale tra la Sicilia e la Calabria. Secondo lo studioso la scultura potrebbe identificarsi nella Madonna “di marmoro bianco”, documentata alla fine del Cinquecento nell’altare maggiore della chiesa di Sant’Ippolito, l’antica chiesa Matrice del centro di Gioia Tauro, all’epoca chiamato Piano delle Fosse. Del simulacro mariano si perdono le tracce già nel corso del secolo successivo, quando le visite pastorali citano solo l’altare maggiore, facendo riferimento ad una “imago S. Mariae Gratiorum”, che verosimilmente andò a sostituire la nostra scultura. È probabile supporre che l’opera avesse subito danni durante il terremoto abbattutosi sulla Piana nel 1638, dal momento che nessuna notizia cita la scultura nei secoli successive, né all’indomani del terremoto del 1783, né nelle visite pastorali del 1794 e del 1822. Neppure quando la chiesa di Sant’Ippolito veniva riedificata nel 1933, nel luogo dove sorge oggi il duomo cittadino. Nell’area occupata dall’antica matrice di Gioia veniva però innalzata la chiesa di Sant’Antonio di Padova, presso il quale trovò probabilmente ricovero la nostra scultura, di certo lasciata in situ per via del suo pessimo stato di conservazione. Non c’è dubbio, sostiene Pasquale Faenza, che la scultura gioiese sia da considerare espressione della cultura artistica maturata tra la Sicilia e la Calabria all’indomani della partenza di Antonello Gagini da Messina nel 1508. L’opera potrebbe essere stata realizzata da Giovan Battista Mazzolo nel corso degli anni trenta del Cinquecento, quando lo scultore carrarese, insieme al figlio, Giovan Domenico, lavoreranno intensamente nel reggino.
Risalgono a questo periodo la Madonna di Santa Maria di Gesù della chiesa del Rosario di San Procopio (RC), eseguita tra il 1532 e il 1533, il San Basilio, fig. 3 proveniente della perduta della chiesa eponima di Motta Sant’Agata (RC), e la Santa Caterina, della chiesa di Tutti i Santi di Bianco, identificata da Francesco Caglioti nell’opera citata in un documento del 1534, in cui i Mazzolo nominavano procuratore, il reverendo Giovanni La Rocca, al fine di recarsi in Calabria per riscuotere dei compensi e trovare nuove commissioni. Un appiglio interessante per legare l’opera di Gioia Tauro alla bottega di Giovambattista Mazzolo è la presenza, in qualità di beneficiario di una chiesa dell’antico centro di Piano delle Fosse, di Giacomo Francesco de Sanctamaria, ricordato in un documento del 1531 familiari del cardinale Andrea della Valle, vescovo di Mileto, tra il 1508 e il 1523, e archimandrita del SS.
Salvatore di Messina, prima tra il 1519-1524 e poi in seguito negli anni 1530-1532. Si tratterebbe dello stesso cardinale romano a cui Monica De Marco collegava la committenza al Mazzolo della scultura della Madonna delle Grazie fig. 4 della chiesa di San Nicola a Galatro (RC), opera quest’ultima che mostra puntuali rispondenze con il simulacro mariano di Gioia Tauro. Sappiamo inoltre che il cardinal Della Valle, benché nel 1523 avesse rinunciato al titolo di vescovo della diocesi militese, riuscì a mantenere l’amministrazione dell’episcopato calabrese, affidando l’incarico a persone di fiducia. Nulla di più facile è dunque immaginare un fiduciario del prelato romano, se non addirittura lo stesso cardinale, a fare da tramite con Giovambattista Mazzolo nella commissione di un’opera destinata al principale luogo di culto dell’antica Gioia Tauro; trattazione avvenuta verosimilmente negli anni in cui lo scultore toccava all’apice della carriera, consacrata nel 1537, in occasione della consegna della Madonna con Bambino del portale maggiore del Duomo di Messina, in seguito al quale il senato peloritano definì il maestro carrarese «sculotori celeberrimo».




















