RADIX: un viaggio nell’Italia delle radici

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Dal 23 dicembre su Rai 3 la prima serie del nuovo programma di Edoardo Sylos Labini prodotto da Rai Contenuti Digitali e Transmediali

Quando ho cominciato a lavorare a «Radix»,insieme all’altro autore del programma Nicola Bertini, ho capito subito che Edoardo Sylos Labini aveva in mente un’idea molto precisa: restituire dignità e visibilità all’Italia delle piccole città, quella che raramente trova spazio nei palinsesti televisivi ma che custodisce il vero DNA del nostro Paese. Ogni borgo, ogni città di provincia è uno scrigno di storie, tradizioni e personalità che hanno lasciato un segno non solo a livello locale, ma spesso nell’intera storia italiana ed europea.

Il titolo stesso – «Radix», «radice» in latino – racconta quella che è diventata la nostra missione: scavare nelle origini profonde delle comunità italiane, scoprire cosa le rende uniche, quali sono i valori, i personaggi e le vicende che ne hanno formato l’identità. Edoardo non voleva fare l’ennesimo programma turistico che si limita a mostrare monumenti e paesaggi. Voleva raccontare l’anima dei luoghi attraverso le persone che li hanno abitati e li hanno rese grandi.

La struttura del programma alterna momenti in studio, dove Sylos Labini introduce e contestualizza le figure storiche, a riprese sul territorio con interviste a ciceroni locali e ospiti d’eccezione. Questa alternanza non è casuale: lo studio rappresenta il momento della riflessione, dell’approfondimento culturale, mentre le riprese esterne ci immergono nella vita concreta delle città, nei loro mercati, nelle loro piazze, nei luoghi dove ancora pulsano le tradizioni.

Edoardo era il conduttore perfetto per questo programma, proprio per la sua capacità di muoversi con naturalezza tra questi due registri: attore di teatro, abituato alla recitazione dei classici, porta nel programma una capacità interpretativa che trasforma i momenti di lettura in veri e propri quadri drammatici. Quando declama brani dalla Divina Commedia parlando di Celestino V, o legge lettere di Eleonora Duse a d’Annunzio, o interpreta la Regola di San Benedetto, non sta semplicemente leggendo un testo: sta dando vita a quei personaggi, cercando di farli risuonare nella sensibilità contemporanea.

Ciò che rende «Radix» diverso da altri programmi culturali è l’attenzione ai personaggi «identitari» di ogni città. Non sempre si tratta delle figure più note: accanto a nomi celebri come Italo Svevo, Gabriele d’Annunzio o Carlo Goldoni, abbiamo voluto raccontare personalità meno conosciute ma fondamentali per comprendere l’identità dei territori.

Chi ricorda Gioacchino Volpe, il grande storico aquilano ostracizzato nel dopoguerra perché, come d’altronde moltissimi altri intellettuali, nel Ventennio aveva aderito al Fascismo? O Fernando Tambroni, il politico ascolano che anticipò di trent’anni l’alleanza centro-destra pagandola con l’emarginazione? O Amalia Sperandio, fotografa pioniera, che all’inizio del ‘900 girava da sola per l’Abruzzo con la sua macchina fotografica? O ancora Leonor Fini, artista visionaria cresciuta nella Trieste mitteleuropea?

Questi personaggi incarnano spesso contraddizioni e complessità che la vulgata storiografica tende a semplificare, o semplicemente a rimuovere. Abbiamo scelto di raccontarli senza filtri ideologici, restituendo la ricchezza delle loro biografie e il loro contributo alla costruzione dell’identità italiana.

Ogni puntata vede la partecipazione di ospiti legati affettivamente o professionalmente alla città raccontata. Non celebrity chiamate per fare audience, ma persone che hanno un legame autentico con il territorio: Bruno Vespa per L’Aquila, sua città natale; Riccardo Illy per Trieste, dove la sua famiglia ha costruito un impero imprenditoriale; Gianmarco Tognazzi per Pomezia, dove il padre Ugo aveva la casa al mare a Torvajanica, diventata punto d’incontro del cinema italiano; Saturnino per Ascoli Piceno, città che attraverso l’Istituto Musicale Spontini ha formato generazioni di musicisti.

Accanto a loro, i veri protagonisti sono i ciceroni locali: storici, giornalisti, ex sindaci, presidenti di fondazioni culturali che con passione custodiscono e trasmettono la memoria delle loro città. Sono loro la linfa vitale di questo programma, le voci autentiche dei territori.

Un aspetto che ci sta particolarmente a cuore è il racconto delle tradizioni ancora vive: come la Giostra della Quintana ad Ascoli, dove sei quartieri si sfidano in una rievocazione medievale sentitissima; la Perdonanza aquilana, che anticipa di sette secoli il Giubileo romano; il rugby a L’Aquila, sport identitario più del calcio; la norcineria a Norcia, arte antica della lavorazione del maiale; il tartufo nero come «oro» del territorio umbro. E molte altre ancora.

Queste tradizioni non sono folklore museale, ma pratiche vive che continuano a strutturare l’identità comunitaria, a creare legami sociali, a tramandare saperi e valori. Raccontarle significa mostrare che l’Italia delle radici non è un passato morto da commemorare, ma una realtà pulsante.

Due delle città che raccontiamo nella prima stagione – L’Aquila e Norcia – sono state devastate da terremoti recenti. Non abbiamo eluso questo tema, anzi lo abbiamo posto al centro. Il terremoto, oltre che una tragedia per chi lo vive, è anche una metafora: distrugge ma non annienta, costringe a ricostruire materialmente e spiritualmente, mette alla prova la tenuta delle comunità.

Le immagini della Basilica di San Benedetto a Norcia, con i ponteggi e i lavori di restauro ancora in corso, o della Basilica di Collemaggio all’Aquila, sono testimonianza di una volontà di rinascita che affonda proprio in quelle radici identitarie che il programma indaga. È lo spirito benedettino dell’ora et labora che ancora anima questi territori.

Indubbiamente «Radix» non è intrattenimento leggero. Chiede allo spettatore un’attenzione, una disponibilità all’approfondimento che oggi può sembrare controcorrente. Ma crediamo che esista un pubblico che desidera questo tipo di contenuti, che vuole conoscere davvero il proprio Paese al di là degli stereotipi e delle semplificazioni.

Per questo Sylos Labini ha voluto che ogni dettaglio fosse seguito con cura: le musiche originali del maestro Sergio Colicchio che accompagnano i momenti in studio, la grafica che fa l’occhiolino al film «Matrix», le riprese aeree che restituiscono la bellezza dei paesaggi, l’uso di materiali d’archivio dalla Teche Rai, i totem che visualizzano date e concetti chiave, le letture interpretate di documenti storici con la dinamica regia di Anna Abbate.

Ogni puntata è un viaggio completo: geografico, storico, culturale, umano. Si parte dallo studio con l’introduzione generale della città, si attraversa un «gate» simbolico per entrare nel territorio, si incontrano i ciceroni e gli ospiti, si visitano i luoghi-simbolo, si alternano momenti di narrazione storica in studio a interviste sul campo, per concludere con un bilancio e il rilancio verso la puntata successiva.

Il nostro auspicio? Che «Radix» possa contribuire a una riscoperta dell’Italia minore, quella che non fa i titoli dei giornali ma che costituisce il tessuto connettivo della nazione. Vogliamo che gli spettatori, dopo aver visto una puntata, sentano il desiderio di visitare quella città, di approfondire quelle storie, magari di riflettere sulla propria città d’origine e sui suoi personaggi identitari.

In un’epoca di globalizzazione e omologazione, riscoprire le radici specifiche, le identità locali, non significa chiudersi ma al contrario trovare la propria collocazione autentica nel mondo. Come diceva Benedetto XVI parlando di San Benedetto: per costruire un’Europa unita non bastano strumenti politici ed economici, serve un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici.

«Radix» vuole essere un contributo a questo rinnovamento: attraverso la conoscenza del passato, la valorizzazione delle identità locali, il riconoscimento del valore delle tradizioni, possiamo costruire un futuro più consapevole e radicato. Perché solo chi conosce da dove viene può sapere dove andare.

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