“Una donna tra due secoli”. Un sottotitolo, quello del romanzo biografico che Luciano Prestia e Mariangela Preta hanno dedicato a Eleonora Morelli – che da solo apre una valanga di riflessioni. La Morelli, calabrese di Triparni (frazione di Vibo Valentia) è stata la prima laureata del suo paese, è divenuta giornalista ed è stata un’appassionata educatrice. Nata nel 1897, è quindi sulla soglia di quel XX secolo che però nella sua Calabria sembra ancora solo una data su un calendario. Il XX secolo, insomma, inizia molto dopo nella Triparmi in cui si snodano i ricordi della Morelli – il romanzo è scritto in prima persona – e la Calabria è saldamente ancorata a una tradizione forte ma anche pesante, un cattolicesimo spagnoleggiante dagli accenti tetri. Come la religione, anche la vita della comunità, allora, era improntata a quella stessa gravitas che spesso era anche oppressione e paura del nuovo.

Un nuovo che invece Eleonora Morelli intende abbracciare. Giovanissima maestra elementare (ad appena 17 anni), si dedica allo studio, alla poesia e al giornalismo. Si definisce “intellettuale” e in qualche modo ammette di praticare una professione anche un po’ snob, che le impedisce di abbracciare anche attività manuali.
Un amore giovanile impedito dalle famiglie – come spesso capitava – la segna per tutta la vita e le lascia un grande vuoto e un rimpianto dentro. Non pour cause il libro inizia con una dedica “al figlio o al nipote mai avuto”. Un vuoto che forse spinge ancora di più per l’attività intellettuale e – in senso lato – politico, con l’attivismo nelle associazioni cattoliche femminili. Possiamo solo speculare su cosa sarebbe stata la biografia di questa prima giornalista della sua città se avesse invece trovato l’amore o se si fosse legata in un matrimonio infelice. Come diceva Nietzsche, però si diventa ciò che si è, e la solitudine e il desiderio – raccontano Prestia e la Preta – sono uno dei tratti caratteristici di Eleonora Morelli.
La Morelli si getterà così nell’agone dell’intellettualità, da penna del “Giornale d’Italia”, e dell’impegno. Aderisce al Fascismo, che vede come una forza rivoluzionaria, ma se ne distacca come tanti con l’arrivo delle leggi razziali. Le pagine dedicate in retrospettiva a quel periodo – che hanno il sapore di una confessione come tantissimi intellettuali hanno invece accuratamente evitato di fare, dopo essersi abilissimamente riciclati come “anti” nel dopoguerra – sono lucide e accurate, specie su un tema come quello delle leggi anti ebraiche che è sempre più difficile poter trattare storiograficamente al di fuori di un recinto ufficiale ogni giorno più stretto. In ogni caso, la Morelli preferisce chi ha aderito a una causa da chi sta nella folla e pensa che definirsi “apolitico” conceda la patente di poter commentare. Come Dante, non ha simpatia per gli ignavi.
Fervente cattolica, nonostante il distacco dal regime, continuerà nel solco delle battaglie combattute durante il Ventennio la lotta per i valori cattolici e per la famiglia, individuata come elemento fondamentale e irrinunciabile, in un’epoca in cui la nuova Costituzione che s’andava formando la riconosceva come “società naturale”, cioè preesistente lo Stato e le leggi positive. Un’epoca che – tuttavia – la Morelli già aveva visto minacciata da forze sataniche. L’impatto con la Seconda guerra mondiale ne aveva disvelate alcune, altre invece (complici anche migliori uffici stampa, ci sia concesso di aggiungere a latere) sarebbero state ignorate a lungo, ma erano parimenti in azione. Come allora, lo sono oggi, e forse la Morelli, se fosse vissuta più a lungo, avrebbe avuto non pochi dispiaceri.
Un assaggio dei quali lo ha ricevuto con il Concilio Vaticano II, con la messa beat, la “messa ye ye dove Cristo non c’è”. Come l’altro feroce bastian contrario del XX secolo, Giovannino Guareschi, la Morelli rimane ferita nel profondo dell’animo dalla piega presa dalla Chiesa. Il fervore per il rinnovamento che il Concilio sembrava dover portare (ma oggi sappiamo che era il cavallo di Troia per la riforma liturgica e quella spaventosa opera di cancel culture ante litteram che ha spinto di nuovo nelle catacombe 1900 anni di tradizione) ha comunque animato Eleonora Morelli, imponendole di prendere posizione e rinnovare i suoi sforzi nell’attivismo convinta assertrice della necessità di fare il proprio dovere per migliorare il mondo.
Il romanzo di Luciano Prestia e Mariangela Preta si configura così come una lunga confessione intima di Eleonora Morelli, intervallata dalle poesie e dai testi scritti da questa intellettuale calabrese, fatti emergere dagli archivi dal lavoro di Mariangela Preta. Non segue un corso cronologico, ma salta, come un flusso di coscienza, fino alla lettera finale, il commiato della Morelli prima di morire. Una morte che ha trovato le spoglie fisiche di questa donna, ma non la sua memoria, che vive grazie a lavori come questo che le rendono giustizia.


















