Gli ultras contro i maranza: le tifoserie si mobilitano per difendere le proprie città

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Le città italiane non possono diventare ostaggio di chi considera le piazze un terreno di conquista e le vetrine dei negozi un bersaglio da distruggere. Di fronte alle violenze dei cosiddetti maranza e alle minacce di nuove devastazioni, anche il mondo del tifo organizzato comincia a mobilitarsi. Da diverse realtà ultras arrivano segnali di una crescente volontà di difendere i propri territori, mettendo da parte persino le storiche rivalità calcistiche per un obiettivo comune: proteggere le città e chi le vive quotidianamente.

L’ultimo episodio arriva da Lecco, dove il 20 ottobre alcuni ultras blucelesti hanno risposto all’appello lanciato sui social per presidiare il centro cittadino, dopo che erano circolati messaggi che annunciavano l’arrivo di gruppi di maranza intenzionati a provocare disordini. La paura di nuove devastazioni aveva spinto numerosi commercianti ad abbassare le saracinesche, mentre le forze dell’ordine si preparavano a fronteggiare eventuali violenze. Alla fine non si sono verificati scontri e i gruppi annunciati non si sono presentati.

Ma Lecco è soltanto una delle prime manifestazioni visibili di un fenomeno ben più ampio. Secondo le segnalazioni raccolte, diversi gruppi del tifo organizzato starebbero valutando iniziative analoghe nelle rispettive città, con l’intenzione di superare le contrapposizioni sportive davanti alla necessità di tutelare il proprio territorio. Una prospettiva che, se troverà conferma in nuove mobilitazioni, potrebbe aprire una stagione diversa per il mondo ultras.

È soprattutto nel Nord Italia che si stanno registrando questi episodi, in un contesto nel quale il fenomeno dei maranza e le tensioni legate ai raduni organizzati attraverso i social hanno assunto particolare visibilità. Dalle periferie milanesi alle città lombarde e venete, le cronache raccontano di provocazioni, minacce e timori per possibili devastazioni. Una situazione che alimenta la preoccupazione di residenti e commercianti, sempre più spesso costretti a fare i conti con le conseguenze dei disordini o con la paura che possano verificarsi.

Non mancano i precedenti. Nel giugno 2025, a Verona, decine di sostenitori dell’Hellas raggiunsero la stazione di Porta Nuova dopo che sui social era stata annunciata una sfida da parte di gruppi di maranza. Anche in quel caso gli sfidanti non si presentarono.

Un altro episodio, risalente a tempi recenti, ha visto protagonisti alcuni ultras della Juventus che, alla Stazione Centrale di Milano, di ritorno dalla trasferta di Como, hanno esposto uno striscione contro le devastazioni avvenute durante una manifestazione pro Palestina. «Manifestare ci sta, ma non spaccare le nostre città!», recitava il messaggio, esprimendo una posizione netta contro chi trasforma le manifestazioni di piazza in occasioni di vandalismo.

Anche dalla Capitale potrebbero arrivare segnali significativi. Non è escluso che ultras romanisti e laziali possano mettere temporaneamente da parte la storica rivalità per difendere i rispettivi quartieri dalle devastazioni. Un’eventuale iniziativa comune, nel rispetto della legalità, avrebbe un valore simbolico particolare in una città dove la contrapposizione tra le due tifoserie è profondamente radicata.

Del resto, il legame tra le curve e le città è uno degli elementi più profondi della tradizione ultras italiana. Per molti tifosi la squadra non rappresenta soltanto novanta minuti di calcio, ma un’identità collettiva che si tramanda di generazione in generazione. I colori di una maglia raccontano la storia di un territorio, delle sue famiglie e dei suoi quartieri.

Ed è proprio questo sentimento che potrebbe diventare il punto di incontro tra tifoserie tradizionalmente rivali. Perché davanti a negozi devastati, monumenti vandalizzati e cittadini costretti a vivere nella paura, le differenze sportive possono perdere importanza. Difendere la propria città significa anche riconoscere agli altri il diritto di fare altrettanto.

Il mondo ultras ha già dimostrato in numerose occasioni di possedere una notevole capacità di mobilitazione. Durante le emergenze nazionali, nelle raccolte alimentari e nelle iniziative di solidarietà, molte tifoserie hanno messo la propria organizzazione al servizio delle comunità. Un patrimonio umano che potrebbe trovare una nuova espressione nella partecipazione alla vita cittadina.

La cittadinanza attiva è un’arma in più contro le violenze dei maranza e di chiunque pretenda di imporre la propria presenza attraverso intimidazioni e devastazioni. Non significa sostituirsi alle forze dell’ordine, né trasformare le strade in campi di battaglia. Significa invece organizzare presidi pacifici, sostenere i commercianti e dimostrare che gli spazi pubblici appartengono alla collettività.

Per troppo tempo il dibattito sulla sicurezza urbana è rimasto confinato alle dichiarazioni politiche e agli interventi successivi agli episodi di violenza. Eppure una comunità capace di partecipare alla tutela dei propri spazi costituisce una risorsa importante anche per le istituzioni. La presenza civile dei cittadini, accompagnata dal rispetto della legge, può contribuire a contrastare quel clima di intimidazione che spesso precede le devastazioni.

Le curve italiane, con la loro capacità di aggregazione e il loro radicamento territoriale, potrebbero svolgere un ruolo in questo percorso. Mettere da parte le rivalità per difendere le proprie città sarebbe un segnale di maturità e di responsabilità, soprattutto da parte di un ambiente troppo spesso associato soltanto agli scontri e alle tensioni.

Da Lecco potrebbe dunque partire un messaggio destinato a raggiungere altre piazze italiane: l’appartenenza non si esaurisce sugli spalti e la passione per una maglia può tradursi anche nell’impegno verso la comunità che rappresenta.

La sicurezza resta una responsabilità dello Stato, ma la difesa civile degli spazi comuni riguarda tutti. E se le tifoserie sapranno trasformare il proprio spirito di appartenenza in partecipazione, senza cedere alla tentazione della violenza, potranno offrire un contributo concreto alle città italiane. Perché una città è anche la comunità che sceglie di prendersene cura.

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