Carmine Amoroso: “Detesto il politicamente corretto”

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Parenti Serpenti è indubbiamente uno dei film a cui non si può rinunciare a Natale. Va bene Mamma ho perso l’aereo, immancabile Una poltrona per due, mettiamoci dentro anche Colazione da Tiffany, Mary Poppins e i classici Disney, ma fra le pellicole che non devono mancare durante le feste c’è anche un capolavoro italiano: Parenti Serpenti. La storia è quella di quattro fratelli che si ritrovano con le rispettive famiglie il 25 dicembre a casa dei genitori anziani. Fra convenevoli, luoghi comuni, discussioni politiche, pettegolezzi, “tormentoni” familiari che si ripetono ogni anno, tutto procede relativamente bene, fino a quando la mamma non annuncia di avere preso la decisione di volere intestare la casa a chi dei quattro figli accetterà di prendersi cura dei genitori, accogliendoli nella propria abitazione. Di colpo il focolaio di buoni sentimenti e sintonia familiare amato da tutti si trasforma in un ring pieno di odio e di rancori, che si risolvono in tragedia: non trovando l’accordo su chi debba vivere con gli anziani, i figli scelgono di uccidere i genitori regalando loro una stufa a gas destinata ad esplodere.  

Battute straordinarie, che raccontano molto dell’Italia e della provincia, sono affidate a un cast incredibile (Haber, Leone, Panelli, Velsi, Confalone, Scattini, Masciari, Bianco, Cecchetto) diretto dal Maestro Mario Monicelli, con il soggetto di Carmine Amoroso, che prima ne scrisse una sceneggiatura teatrale. “Buttai giù un racconto: ne feci una versione teatrale e, vincendo un premio di soggetti cinematografici dove c’era Luigi De Laurentiis a fare da padrino, fu proprio il produttore a darmi il suggerimento definitivo. Mi disse infatti che secondo lui Monicelli sarebbe stato perdetto per sviluppare quell’idea sul grande schermo”, dice Amoroso mentre lo chiamiamo alla vigilia del 34o Natale in cui quel capolavoro tornerà replicato sul piccolo schermo.

“Speravo lo potesse produrre proprio De Laurentiis inizialmente, ma aveva appena realizzato “La famiglia” di Scola, quindi voleva evitare di rimanere su un argomento che in qualche modo poteva avere delle somiglianze”, sottolinea Amoroso.

Monicelli invece disse sì.

In quel periodo ero aiuto regista de I ragazzi della 3a C. Un giorno, mentre giravamo, mi dissero che c’era a Cinecittà il maestro. Mi feci coraggio, mi avvicinai a lui e gliene parlai. Si dimostrò subito interessato e, in effetti, la vicenda andò avanti…

Il finale è clamorosamente memorabile. Un’idea tua o di Monicelli?

Mia. Il soggetto nasce proprio con l’idea dello sterminio della la famiglia. Inizialmente mi divertiva l’ipotesi che venisse regalato ai nonni il vino al metanolo: pochi anni prima nel Nord Italia c’era stato uno scandalo di avvelenamento in quella maniera. Monicelli però era solito rivedere la sceneggiatura con Suso Cecchi D’Amico. Fu proprio quest’ultimo a sollevare il dubbio per cui qualora il film avesse avuto successo, andando oltre Ventimiglia in pochi in Italia avrebbero capito il nesso. Bisognava trovare un altro finale, andai in crisi.

Come si arrivò alla stufa a gas?

In strada vidi un cartellone pubblicitario che citava “Il metano ti dà una mano”. Fu illuminante e capii subito in che modo poteva darmi quella mano! (ride, ndr)

In un film in cui ogni famiglia si identifica in molte scene, si optò quindi per un finale grottesco in cui si spera nessuno si ritrovasse.

In realtà credo che il successo del film sia proprio nel finale, nel desiderio di libertà. Bisognerebbe scomodare la psicoanalisi, ma credo che inconsciamente sia la scena in cui ci si identifica maggiormente.

Dimostraste già all’epoca di disinteressarvi del politically correct, ma con le attenzioni che ci sono oggi ci sono scene che dovrebbero essere girate diversamente?

Assolutamente no. Detesto il politically correct: ogni opera ha il suo momento In quel periodo le cose erano quelle e credo che sia bello proprio perché racconta quell’epoca lì.

Ormai è descritto come un cult, io lo definirei una vera tradizione. Anche per te è impossibile non guardarlo ogni anno?

Mi capita di vedere dei pezzi: lo replicano dappertutto. Questa definizione di “tradizione” mi piace e mi inorgoglisce, anche perché sono sempre stato molto legato a Eduardo, essendone stato uno dei dodici allievi della scuola di drammaturgia e Parenti Serpenti in qualche modo è diventato il proseguimento di Natale in Casa Cupiello.

Ci sono dettagli che talvolta possono sfuggire: nello scambio dei regali sono descritti atteggiamenti da catturare, come la nonna che dà la mancia al bambino raccomandandosi di non farsi vedere da nessuno. Era tutto scritto o ci fu qualche cosa inventata sul momento?

Con Monicelli sarebbe stato impossibile improvvisare. Teneva molto alla sceneggiatura: tutto doveva essere scritto. Anzi, se doveva cambiare qualche piccola cosa mi chiamava e mi diceva “Carmine, c’è questo piccolo problema, come possiamo risolverlo?”.

Giorgio Gaber rifiutò il ruolo che poi fu di Alessandro Haber dicendo “E’ una storia insensata”. Anche i grandi sbagliano previsioni.

Del cast non me ne occupai minimamente, ma lo posso anche capire, la sceneggiatura poteva essere coraggiosa per certi versi da accettare. So anche che Al Bano e Romina chiesero una cifra altissima, perché evidentemente non volevano comparire in una scena in cui avevo pensato a loro che in tv cantavano “Felicità”. Fu sostituita con Loredana Bertè, su cui si scherza a proposito della relazione con Borg. Io l’avevo scritta su Al Bano e Romina, coppia felice per eccellenza, su cui io però evidentemente avevo già qualche dubbio. Alla fine Loredana fu molto carina, penso non abbia chiesto nulla e non era infastidita dalla battuta.

Altri cambiamenti?

Sempre il finale. Il film avrebbe dovuto chiudersi con il funerale: fu anche girato, con il corteo dietro alle bare. Alla fine però non fu montata quella scena e si preferì sviluppare l’idea nel momento del regalo della stufa, con i figli che camminano come se fossero in corteo.

La scena che ti diverte di più?

Quando il personaggio di Haber fa coming out e dice: “Ho scoperto che mi piace il c…”

La più commovente?

La processione sotto la neve, quando la nonna racconta l’episodio della Squilla che suona la campanella la vigilia di Natale: una tradizione legata a Lanciano.

Tu sei di Lanciano, c’è molto Abruzzo in questo film girato in larga parte a Sulmona.

Io vivo a Roma da 40 anni, ma il punto di riferimento resta la provincia: sono nato lì e non posso che amare le mie radici. Vengo da una famiglia abruzzese, contadina di origine: tutti gli elementi del film fanno parte dei miei ricordi, del mio mondo. Non ho fatto altro che descrivere il mio vissuto. C’è moltissimo della mia famiglia, mio zio mi tolse il saluto.

Chi era tuo zio?

Il “controllore di volo”, che in realtà faceva la verdura. Si offese ma la realtà era quella: io tutte quelle cose le ho vissute da piccolo. Sono io il bambino che racconta la storia.

Essere identificato con Parenti Serpenti ti dà fastidio o ti inorgoglisce perché hai scritto un’opera incancellabile?

Per un periodo mi seccava abbastanza, perché i sentivo come i cantanti a cui chiedono sempre la canzone più famosa. Oggi mi fa piacere, anche perché quel film, fatta eccezione per certi personaggi e argomenti precisi di quell’epoca, si è trasformato, non è più quello di quando l’ho scritto: in un certo senso si è adeguato ai nostri tempi.

Un successo teatrale e cinematografico. Come sono oggi i rapporti tra cinema e teatro?

Mi piacerebbe molto se riprendesse la tournée teatrale con Lello Arena e Giorgia Trasselli, che seppero rinnovare i personaggi di Saverio e Trieste, pur rimanendo fedeli al testo. Fu realizzato molto bene e non era scontato. Spesso cinema e teatro nascono da un’esigenza commerciale: il teatro funziona nel momento in cui ci sono le star televisive, oppure se c’è un successo cinematografico alle spalle, per cui risulta più facile arrivare al pubblico.

Non è un po’ avvilente considerare così il teatro?

In effetti un po’ lo è. Ora per esempio ho scritto una commedia su delle sorelle che parlano dopo un funerale, ma trovo difficoltà a metterlo in scena. Mi chiedono di fare prima il film…

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