“Difendere la bellezza è urgente”. Il Ministro Giuli al Forum Machiavelli Cultura

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Foto: Andrea Dominici, cortesia Fondazione Machiavelli

È stato molto più che un “saluto introduttivo” di prammatica, quello del ministro della Cultura Alessandro Giuli al III Forum Machiavelli Cultura, che si è tenuto ieri sera alla Camera dei Deputati. L’incontro – oramai appuntamento annuale fisso – organizzato dalla Fondazione Machiavelli con il patrocinio dell’onorevole Alessandro Amorese di Fratelli d’Italia e il contributo del MIC, è infatti partito con un lungo intervento del Ministro, che si è seduto fra i relatori e ha tenuto una vera e propria relazione. “Il tema della bellezza è urgente. E il termine urgente condivide la radice “ur-” con quei termini che indicano ciò che brucia” ha spiegato Giuli. La bellezza è un tratto identitario del nostro paese, come aveva detto anche Amorese, notando che essa dovrebbe addirittura “essere prescritta” come soluzione un po’ per tutto. La bellezza è salvifica, è trascendente.

Il tema della bellezza è stato affrontato nel corso del lungo convegno su molti fronti: quello dell’arte e della produzione artistica, quello della bellezza (e della salute) dei corpi, quello dell’architettura e dell’urbanistica, come ambiente in cui l’uomo vive nel senso più ampio del termine.

Il filo conduttore che ha attraversato l’intero dibattito, più volte interrotto dagli applausi della sala, è la contrapposizione insanabile fra la bellezza (e il bello è anche buono, come insegnano i Greci antichi) e il wokeismo, estrema fermentazione del trozkismo: “Daniele ha citato il marxismo – ha sottolineato il Ministro riferendosi all’introduzione del presidente del Machiavelli, Daniele Scalea – ma il comunismo stalinista ancora produceva arte figurativa e classicheggiante. È stata invece la vittoria della Quarta Internazionale, quella di Trotzki sulla Terza di Stalin a portarci qui”. Una vittoria filosofica che ha gettato le radici dell’odierna ondata wokeista.

Un mostro contro il quale tutti i relatori hanno puntato il dito: per esempio sulla “body positivity” stigmatizzata da Mattia Caruso – al secolo Matt Carus, influencer e content creator – che porta gli individui a considerare condizioni fisiche patologiche come l’obesità in maniera del tutto irenistica e indifferente ai rischi concreti per la salute. Oppure come Gabriele Tagliaventi, architetto, urbanista e docente universitario, che nota come il wokeismo ha pervertito in maniera orwelliana il concetto di “città dei 15 minuti”, che era un tempo la natura delle nostre realtà urbane, e che invece l’ideologia liberal ha trasformato in un manifesto per quartieri-lager da cui il cittadino non può più uscire se non per graziosa concessione.

Bellezza e maestria sono dunque le vie salvifiche per uscire da queste morte gore del “trozkismo intersezionale”: lo hanno indicato il pittore Nicola Verlato e lo scultore Emanuele Stifano, discutendo del rapporto fra arte, artista e nuove possibilità offerte dalla tecnologia robotica e dall’IA, insieme alla giornalista Alessandra Bocchi e alla gallerista e storica dell’arte Barbara Paci, che opera a Pietrasanta, città identitaria. È fondamentale che l’artista infili “le mani nella creta”, che sappia tenere in mano il pennello, lo scalpello, matita & squadra.

Così come è fondamentale che abbia la conoscenza delle idee e della filosofia, delle radici ancestrali della nostra civiltà: in questo senso un accorato grido è stato lanciato da Marta De Vivo, sul diritto a potersi dichiarare cristiani e in quanto tali vicini alle radici della nostra civiltà italiana.

Quasi circolarmente, la difesa di questa civiltà della bellezza è stata invoca da Amorese nel discorso introduttivo e ribadita da Luigi Miraglia, presidente di Vivarium Novum – un’accademia dove giovani talenti da tutto il mondo studiano i Classici direttamente in greco e latino e producono arte egregia – in conclusione dell’incontro: “Occorre tornare a concepire la Res Publica come Res Populi” ha detto Miraglia: il popolo ha diritto alla bellezza, ha diritto a essere tirato fuori dagli abomini urbanistici prodotti dai “khmer rossi” della cultura e a poter godere di ciò che per duemilaottocento anni la nostra civiltà, arcaica, classica, medievale, rinascimentale e moderna, aveva prodotto, fino all’arrivo del decostruzionismo.

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