Con l’estate gli italiani tornano al mare. Le città si svuotano, le spiagge si riempiono e quel rapporto antico con le coste della penisola torna a scandire giornate e abitudini. Per qualcuno, però, il mare non conosce stagioni. Quando gli ombrelloni vengono chiusi e gli stabilimenti iniziano a svuotarsi, c’è chi continua a guardare l’orizzonte aspettando una perturbazione e cercando di capire dove entrerà la prossima mareggiata.
Sono i surfisti italiani, una comunità che oggi fa parte del paesaggio delle nostre coste. Vedere una tavola sotto braccio su una spiaggia del Lazio, della Toscana o della Liguria non sorprende quasi più nessuno. Eppure, appena vent’anni fa, la scena poteva ancora attirare sguardi incuriositi. Andando qualche decennio più indietro, quando il surf cominciò davvero a diffondersi in Italia, entrare in acqua d’inverno con una muta e una tavola poteva bastare per essere presi per pazzi.
Le prime tracce del surf nella penisola risalgono agli anni Sessanta, legate alla presenza dei militari americani nelle basi presenti sul territorio italiano. Qualche tavola arrivò così sulle nostre coste, portando con sé una pratica ancora lontanissima dall’immaginario mediterraneo.
Perché si formassero i primi nuclei di surfisti italiani bisogna però attendere la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. In diverse zone della costa iniziarono a comparire ragazzi attratti da qualcosa che, fino a quel momento, avevano conosciuto quasi esclusivamente attraverso racconti e immagini provenienti dall’estero.
Un ruolo importante lo ebbe anche il cinema. Nel 1978 uscì Un mercoledì da leoni, film destinato a segnare l’immaginario di più di una generazione di surfisti. Per alcuni ragazzi italiani quelle immagini contenevano una scoperta concreta: per surfare non servivano necessariamente le grandi onde che vengono spontaneamente alla mente pensando all’oceano. Alcune scene mostravano onde più piccole, simili a quelle che una mareggiata poteva portare anche nelle nostre coste. La California rimaneva lontana, ma improvvisamente il surf sembrava un po’ più vicino.
Dalle coste pontine al litorale romano, dalla Toscana fino alla Liguria, iniziarono così a formarsi le prime comunità. Le tavole erano difficili da trovare e spesso bisognava arrangiarsi. Qualcuno provava a costruirsele da solo nei garage; altri avevano la fortuna di incontrare militari americani delle basi NATO e di osservarli mentre surfavano sulle spiagge italiane. Vederli sulle onde del Mediterraneo suscitava anche una sorta di orgoglio e di sfida: se degli americani potevano surfare nel “nostro” mare, allora potevano farlo anche gli italiani. Si osservava, si provava a capire e poi si tentava di imitarli.
Per molto tempo queste esperienze rimasero separate. Poi quei ragazzi cominciarono inevitabilmente a incontrarsi, sulle coste italiane ma anche nei luoghi che appartenevano già alla geografia mondiale del surf. Biarritz era una delle destinazioni più accessibili; per chi poteva permetterselo c’era la California e, più tardi, l’Indonesia. Fu anche lontano da casa che surfisti provenienti da diverse parti della penisola iniziarono a riconoscersi come parte della stessa comunità. Davanti ai francesi, agli americani o agli australiani, le distanze tra un laziale, un toscano o un ligure contavano molto meno: si era semplicemente italiani.
Da quegli incontri nacquero amicizie, club e le prime competizioni nazionali. La Toscana fu tra i territori nei quali il movimento crebbe più rapidamente. Nel 1985 Forte dei Marmi arrivò persino a ospitare una tappa del circuito professionistico europeo. Una scommessa non da poco per il Mediterraneo, accompagnata da una circostanza fondamentale: quel giorno le onde arrivarono davvero!
Intanto si imparava a conoscere meglio anche il Mare Nostrum. Venivano esplorati nuovi tratti di costa e si affinava la capacità di leggere le condizioni meteorologiche. Sapere dove andare, e soprattutto quando, era una conoscenza che si costruiva nel tempo e circolava tra i surfisti.
È in quegli anni che il surf italiano comincia ad assumere caratteristiche proprie. Club, competizioni e conoscenze condivise collegavano realtà nate separatamente lungo le coste della penisola, mentre l’esperienza accumulata nel Mediterraneo contribuiva a sviluppare un modo di vivere il surf diverso dai modelli californiano e australiano dai quali tutto era partito.
Anche la stampa specializzata accompagnava questa crescita. In Italia arrivarono a essere pubblicate quattro riviste dedicate al surf, un numero sorprendente per un movimento che manteneva dimensioni relativamente piccole. Gli spot si popolavano, ma l’affollamento rimaneva ancora contenuto.
All’inizio degli anni Duemila l’equilibrio cambia grazie a Internet che rende immediatamente accessibili previsioni e informazioni sulle condizioni del mare. Organizzare una surfata diventa più semplice, l’attrezzatura è più facile da reperire e il surf raggiunge un pubblico molto più vasto.
Sulle coste italiane iniziano ad aprire numerose scuole. Centinaia di persone possono provare per la prima volta a salire su una tavola senza dover passare attraverso quel percorso quasi clandestino che aveva caratterizzato i pionieri. Gli spot diventano più affollati e cresce anche il localismo, con gruppi di surfisti decisi a difendere le onde che considerano di casa.
La diffusione delle scuole apre però una questione che i surfisti della vecchia generazione sentono ancora molto. Una lezione può insegnare come mettersi in piedi sulla tavola, come remare o affrontare le prime onde. Più difficile è trasmettere ciò che per anni si imparava frequentando uno spot, ovvero conoscere le precedenze, osservare chi è già in acqua e rispettare il luogo.
A questo si aggiunge la progressiva trasformazione del surf in un mercato. Scuole, marchi e viaggi organizzati hanno contribuito enormemente alla sua diffusione, modificando però l’ambiente nel quale quella cultura era cresciuta. Per una parte dei surfisti più esperti, il rischio è che alla crescita del numero di persone in acqua non corrisponda una conoscenza altrettanto profonda delle regole e dei comportamenti tramandati tra surfisti. L’espansione commerciale sta così mettendo sotto pressione proprio quella cultura che aveva accompagnato la nascita del movimento.
È qui che emerge forse la frattura più interessante tra le diverse generazioni. Per chi ha iniziato in quegli anni, diventare surfista richiedeva tempo. Bisognava aspettare le mareggiate, affrontare l’inverno e spesso percorrere chilometri senza avere alcuna certezza di trovare le condizioni giuste. Il mare imponeva i suoi tempi.
Oggi il panorama è profondamente cambiato. Il livello tecnico degli atleti italiani è cresciuto e il surf nazionale ha raggiunto risultati che i ragazzi dei primi anni Ottanta difficilmente avrebbero potuto immaginare. All’estero la presenza degli italiani è ormai abituale e dal Tirreno all’Adriatico si è consolidata una cultura surfistica con caratteristiche proprie.
Rimane qualcosa che attraversa le diverse epoche di questa storia. Dalle prime tavole costruite nei garage alle scuole affollate di oggi, ogni generazione ha dovuto fare i conti con il mare e la sua imprevedibilità. Non si può ordinare una mareggiata né decidere quando arriverà l’onda giusta. Si può soltanto imparare ad aspettarla, a riconoscerla e, quando finalmente arriva, provare a prenderla.
Forse è anche per questo che, per chi lo pratica da una vita, chiamare il surf semplicemente “sport” continua a sembrare insufficiente.

















