L’onorevole Cristina Rossello è giurista, patrimonialista e avvocato. Laureata in giurisprudenza con lode, esercita la professione come civilista anche nelle alte Corti, specializzata inoltre in diritto societario e tutela e custodia di patrimoni. Nel 2018 è stata eletta alla Camera dei Deputati con Forza Italia e riconfermata nel 2022. Commissario permanente per le Politiche dell’UE e commissario nell’inchiesta sulla morte di David Rossi, dal 2024 è Coordinatrice Cittadina di Milano per Forza Italia.
Silverio Guanti, presidente dell’Associazione REA Health, ha incontrato la Rossello per CulturaIdentità, ragionando con lei delle questioni attorno al referendum del 22-23 marzo prossimo, e su come queste si intrecciano agli scottanti temi della salute in Italia.
La Giustizia e la Salute sono entrambi diritti costituzionali fondamentali. In un contesto così turbolento, come vanno salvaguardati?
Giustizia e salute sono i due pilastri sui quali poggia la dignità di ogni cittadino. La Costituzione li riconosce come diritti inviolabili: il diritto alla salute all’articolo 32, il diritto a un giudice terzo e imparziale nell’articolo 111. Entrambi soffrono oggi delle stesse patologie sistemiche: una governance parzialmente autoreferenziale, una responsabilità deficitaria, una percezione di distanza dai bisogni reali delle persone. La salvaguardia di questi diritti non si ottiene con dichiarazioni di principio, ma con riforme strutturali coraggiose. Per la giustizia, il referendum del 22 e 23 marzo rappresenta esattamente questo: con il SÌ avremo un passaggio storico per tradurre in realtà istituzionale un principio che finora è rimasto scritto sulla carta. Per la sanità, occorre la stessa determinazione: più trasparenza nelle nomine, più responsabilità nelle strutture, più tutela per il cittadino che si trova, vulnerabile, davanti a un sistema che dovrebbe proteggerlo. Ma anche potenziamento per la ricerca e fondi per le risorse umane e tecnologiche. Entrambi i diritti chiedono istituzioni credibili, indipendenti e responsabili.
Il referendum confermativo sulla separazione delle carriere non prevede quorum. Su argomenti così complessi, è corretto che il popolo abbia l’ultima parola?
La risposta è sì, e lo è per ragioni profonde di legittimità democratica quando il Parlamento non riesce a raggiungere con il proprio voto il risultato auspicato. La Costituzione prevede il referendum confermativo sulle leggi di revisione costituzionale approvate con maggioranza non superiore ai due terzi: è uno strumento di garanzia, non un’eccezione. Il fatto che non sia previsto il quorum di partecipazione non è una lacuna, è una scelta consapevole del legislatore costituente: il risultato è valido qualunque sia l’affluenza, proprio per evitare che l’astensionismo organizzato possa bloccare una riforma approvata dal Parlamento. Quanto alla complessità della materia: i cittadini non sono chiamati a discutere il dettaglio tecnico delle norme, ma a esprimere un giudizio di valore su un principio che li riguarda direttamente, quello di essere giudicati da un giudice davvero terzo. Questo è un principio comprensibile da chiunque abbia mai messo piede in un tribunale, da chiunque abbia visto qualcuno di caro subire un processo. La democrazia non è solo governo degli esperti: è la capacità di un popolo di decidere il proprio destino istituzionale. Per questo bisogna andare a votare. Chi è per il Sì, questa volta, non può permettersi l’astensionismo.
Quasi tutti i Paesi europei hanno già questa separazione. La riforma rischia di trasformarsi in uno scontro politico-istituzionale piuttosto che in una riforma tecnica?
Il rischio c’è, e sarebbe un errore grave cedere a questa logica. La separazione delle carriere è una riforma tecnica, non ideologica. In Francia, Germania, Regno Unito e Spagna – seppure con gradazioni e scelte diverse – la distinzione strutturale tra pubblico ministero e giudice è un dato di sistema consolidato da decenni. L’unicità della carriera italiana non è un modello di avanguardia: è un’anomalia nel panorama comparato europeo. Quando questa riforma viene presentata come un attacco alla magistratura o come un disegno politico, si compie una distorsione della realtà. La separazione delle carriere non indebolisce la magistratura: rafforza la credibilità del sistema giudiziario nel suo complesso. Un giudice che non ha mai condiviso percorso di carriera e organo di autogoverno con il pubblico ministero è strutturalmente più terzo, non per virtù personale, ma per posizione istituzionale. Il confronto autentico deve avvenire nel merito, come ha invocato il Presidente Mattarella.
Il referendum confermativo rappresenta un banco di prova per la maturità democratica dei votanti?
Sì, e lo è in modo particolare in questo momento storico. Il referendum confermativo non è un sondaggio: è un atto sovrano. I cittadini sono chiamati a pronunciarsi su una revisione della Carta costituzionale approvata dal Parlamento. È la forma più alta di democrazia diretta nel nostro ordinamento per questa materia. La maturità democratica si misura proprio qui: nella capacità di informarsi, di valutare nel merito, di non delegare ad altri una scelta che appartiene a tutti. Negli ultimi anni abbiamo visto crescere la distanza tra istituzioni e cittadini, tra politica e vita concreta. Questo referendum è un’occasione per colmarla: non nel senso populista del termine, ma nel senso più nobile e responsabile. Votare consapevolmente il 22 e 23 marzo significa essere all’altezza di una democrazia costituzionale che ha nella partecipazione informata il proprio fondamento. Ecco perché abbiamo organizzato eventi, incontri, gazebo in tutta la città di Milano e in tutta Italia: perché riteniamo che i cittadini abbiano il diritto di capire ciò su cui vengono chiamati a decidere. Personalmente dispiace che un’occasione di trasformare realmente l’assetto di carriera della magistratura con un impianto più moderno e qualificato sia stato strumentalizzato politicamente e ci sia chi con un “no” aprioristico non permetta ciò di cui si parla e studia da quarant’anni. I miei professori in Università erano tutti di sinistra e patrocinavano questa riforma: pensi a che livello di strumentalizzazione siamo oggi.
Il Presidente Mattarella ha invocato un confronto di merito tra Sì e No. In questa campagna prevalgono elementi ideologici e di convenienza politica?
Il Presidente Mattarella ha detto una cosa giusta e necessaria. Il confronto di merito è l’unico confronto che serve ai cittadini. In alcune fasi della campagna referendaria si sono visti argomenti che appartengono più alla logica dello scontro politico che alla discussione tecnica. Chi ha detto che questa riforma trasforma i pubblici ministeri in servitori del potere esecutivo ha detto qualcosa di falso: l’articolo 104 della Costituzione riformata ribadisce esplicitamente che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, e l’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dall’articolo 112, resta immutata. Chi ha detto che il sorteggio per la selezione dei componenti dei CSM è antidemocratico non ha considerato che l’attuale sistema elettorale ha prodotto un dominio delle correnti associative e una sistematica esclusione delle donne magistrato, che pure rappresentano oltre il 53% della categoria. La strumentalizzazione ideologica di una riforma che riguarda i diritti fondamentali dei cittadini è un danno alla democrazia. Noi scegliamo di stare sul merito, con dati e argomenti costituzionali.
I due CSM e l’Alta Corte Disciplinare introdotti dalla riforma garantiranno maggiore terzietà e imparzialità?
Sì, per ragioni strutturali precise. Oggi esiste un solo CSM per tutte le toghe: giudici e pubblici ministeri siedono insieme nello stesso organo di autogoverno, si conoscono, si valutano, si sostengono a vicenda. Questo crea, indipendentemente dall’integrità dei singoli, una commistione istituzionale che mina la percezione di terzietà. Con la riforma, nascono due Consigli distinti: uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. I componenti saranno selezionati mediante sorteggio, eliminando le logiche di appartenenza correntizia che hanno caratterizzato le passate consiliature. Quanto all’Alta Corte disciplinare: i dati parlano da soli. Nel 2024, su 1.715 magistrati incolpati, le sanzioni effettive sono state 24. Dal 2017 a ottobre 2025, lo Stato ha risarcito 6.485 casi di ingiuste detenzioni per quasi 279 milioni di euro, e i procedimenti disciplinari a carico dei magistrati interessati si sono conclusi con 9 condanne. Un organo disciplinare autonomo, indipendente anche dal CSM, è una necessità di credibilità istituzionale prima ancora che una scelta politica.
Il correntismo denunciato da Palamara sarà debellato con questa riforma?
Palamara ha descritto, con la crudezza di chi ne ha fatto parte, un sistema nel quale le correnti associative della magistratura non erano soltanto aggregazioni culturali, ma vere e proprie macchine di potere capaci di condizionare nomine, carriere e, in alcuni casi, la stessa conduzione dei processi. È stato uno squarcio doloroso ma necessario sulla magistratura italiana. Il sorteggio per la selezione dei componenti dei CSM aggredisce il correntismo alla radice, perché ne elimina il terreno di coltura: non ci sarà più bisogno di costruire consenso all’interno dei gruppi associativi, non ci saranno accordi pre-elettorali, non ci sarà la necessità di appartenere a una corrente per accedere all’organo di autogoverno. Ogni magistrato avrà pari opportunità, indipendentemente dalla sua affiliazione. Il correntismo è anche una mentalità, una prassi. La riforma crea le condizioni istituzionali per superarlo: poi serve una magistratura che voglia davvero farlo.
Cultura, psicologia, capacità investigativa e deontologia contano più delle norme nel definire l’identità professionale dei magistrati?
È una domanda che tocca il cuore del problema. Le norme sono il contenitore, ma il contenuto è fatto di persone: della loro formazione, della loro cultura giuridica, del loro equilibrio psicologico, del loro senso etico. Un magistrato inquirente che interiorizza profondamente la presunzione di innocenza è già un magistrato diverso, indipendentemente da ciò che prescrive il codice. Un giudice che sa distinguere tra il proprio convincimento personale e la valutazione oggettiva della prova è già un giudice più giusto. Ma questo non significa che le norme siano irrilevanti: le norme creano incentivi, strutture, responsabilità. La separazione delle carriere non produce automaticamente magistrati migliori, ma crea un sistema nel quale è strutturalmente più difficile che si producano le confusioni di ruolo e le promiscuità istituzionali che abbiamo visto. Norme e cultura si alimentano reciprocamente: buone norme promuovono buone prassi, e buone prassi consolidano la cultura. Per questo la riforma e l’investimento sulla formazione dei magistrati devono andare di pari passo
Come migliorare l’ordinamento giudiziario italiano sul tema della malasanità nelle Regioni?
Mi esprimo per quanto riguarda gli effetti. Della causa ci sarebbe da dedicare un altro capitolo come quello dedicato fin qui al referendum. Il giudicato sulla malasanità è una delle aree in cui la giustizia mostra più chiaramente i propri limiti strutturali: processi lunghissimi, difficoltà a bilanciare la tutela del paziente danneggiato con la necessaria serenità operativa dei professionisti sanitari, orientamenti legati anche qui alle correnti, come si è scoperto recentemente. Esistono alcune direzioni di miglioramento che ritengo urgenti. Primo, la specializzazione: i procedimenti in materia sanitaria richiedono giudici con formazione specifica e accesso a consulenti tecnici di livello, rigorosamente selezionati per competenza e non per appartenenza. Secondo, il potenziamento della mediazione preventiva: la legge Gelli-Bianco ha introdotto strumenti di risoluzione alternativa delle controversie che vanno incentivati, perché permettono risarcimenti più rapidi senza gravare sul sistema penale. Terzo, una rivisitazione del regime della responsabilità medica che tenga conto dell’elemento della colpa grave con maggiore precisione, per evitare il fenomeno della medicina difensiva che danneggia i pazienti e costa al sistema sanitario. Ma permettetemi di aggiungere una prospettiva più ampia: la lotta alla malasanità non si vince solo nei tribunali, si vince costruendo un sistema sanitario pubblico più forte, più trasparente e più equo. È in questo spirito che Forza Italia ha elaborato il Piano Strategico Nazionale per il Servizio Sanitario Pubblico, portato direttamente alle strutture ospedaliere nel corso della campagna di ascolto voluta dal Segretario Nazionale Antonio Tajani. In Lombardia, grazie al lavoro dell’Assessore Guido Bertolaso, si stanno già realizzando riforme significative: l’ampliamento dello screening mammografico alle donne a partire dai 40 anni — misura fortemente perorata da Forza Italia — dimostra come la prevenzione riduca al tempo stesso i danni alla salute e il successivo contenzioso giudiziario. La creazione di un dipartimento interaziendale di cardiochirurgia pediatrica tra il Policlinico di Milano e il Niguarda, e il nuovo polo di neurochirurgia pediatrica che unisce Besta, Fatebenefratelli, Sacco e Buzzi, rappresentano il modello di governance che riduce il rischio di errori e, con esso, la domanda di giustizia. Non va dimenticata l’attenzione alle fasce più vulnerabili: il reinserimento di dispositivi ortopedici nel tariffario regionale, i servizi di dermatologia e oculistica sociale al Pio Albergo Trivulzio, la tutela della natalità alla Clinica Mangiagalli — con la più grande Terapia Intensiva Neonatale d’Italia — e il cantiere del nuovo Policlinico di Milano sono segnali concreti che investire nelle strutture è la risposta più duratura alla malasanità. Riforma giudiziaria e riforma sanitaria devono camminare insieme: un sistema di giustizia più efficiente protegge il paziente, un sistema sanitario più equo riduce la domanda di giustizia. I diritti costituzionali alla salute e al giusto processo si rafforzano a vicenda.
Se vincesse il Sì, l’Italia si avvicinerebbe alla costruzione di un’identità giuridica e culturale comune europea?
Questa è una domanda molto interessante che tocca qualcosa che mi sta molto a cuore. L’Europa non è solo moneta unica e mercato interno: è un progetto di civiltà giuridica. Il diritto europeo dei diritti fondamentali, dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo alla Carta di Nizza, ha al centro principi come il giusto processo, l’equità del giudizio, la separazione tra accusa e giurisdizione. L’Italia, con l’attuale unicità della carriera, ha rappresentato un’anomalia rispetto a questo patrimonio comune. La separazione delle carriere allinea il nostro ordinamento a quello degli altri Stati membri e assimilati agli europei più evoluti : non per imitazione acritica, ma perché questi sistemi rispondono a una concezione condivisa del processo come luogo nel quale il cittadino deve poter trovare un giudice equidistante dall’accusa e dalla difesa. Convergere su questo standard è un contributo alla costruzione di quello spazio giuridico comune che è il fondamento più solido dell’identità europea. Un’Europa che condivide i principi del giusto processo è un’Europa più unita nei valori, non solo nelle politiche economiche. Il Sì al referendum è, in questo senso, anche un atto di responsabilità europea.

















