L’inaccettabile patentino di Più libri, non più liberi

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La vicenda di “Più libri più liberi” non riguarda il fascismo. Riguarda la libertà. E dovrebbe preoccupare chiunque creda nel pluralismo.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nella vicenda che sta investendo la fiera dell’editoria “Più libri, più liberi”. Non perché si parli di fascismo, ma perché si parla di libertà (o di mancata libertà).

Gli organizzatori hanno infatti previsto che gli editori, per partecipare alla manifestazione, debbano sottoscrivere una dichiarazione nella quale riconoscono e condividono i valori antifascisti posti alla base dell’ordinamento democratico italiano.

A prima vista potrebbe sembrare una formalità. In fondo, chi potrebbe dirsi contrario ai principi democratici della Costituzione? Eppure il problema non è il contenuto della dichiarazione; il problema è il principio!

Perché nel momento in cui una manifestazione culturale chiede ai partecipanti una preventiva certificazione ideologica, smette di essere semplicemente uno spazio culturale e diventa qualcos’altro: un luogo nel quale qualcuno stabilisce chi possiede le credenziali morali per entrare e chi no.

È qui che nasce la preoccupazione e credo anche che sia particolarmente significativo che a denunciarla non siano soltanto editori o intellettuali riconducibili all’area conservatrice, ma personalità provenienti da tradizioni culturali molto diverse tra loro.

Quando figure come Canfora, Cacciari o Ricolfi esprimono perplessità, forse vale la pena fermarsi ad ascoltare, perché il punto non è difendere una parte politica; no, il punto è difendere un principio che dovrebbe stare a cuore a tutti: la libertà del confronto culturale.

La storia insegna che la cultura cresce quando si confronta con idee diverse, non certo quando pretende uniformità e ancor di meno quando chiede professioni di fede. Addirittura, mai quando stabilisce che alcune idee abbiano diritto di cittadinanza e altre debbano essere preventivamente sottoposte a verifica morale.

La cultura non ha bisogno di patenti. Ha bisogno di lettori, di dibattito e persino di idee che non condividiamo. Perché è proprio nel confronto che una società democratica dimostra la propria forza.

Chi è davvero sicuro delle proprie convinzioni, infatti, non teme il confronto, non ha bisogno di filtri, di certificati; non ha bisogno di sbarrare le porte. L’antifascismo italiano è nato come difesa della libertà; proprio per questo dovrebbe essere il primo a rifiutare qualsiasi tentazione di trasformarsi in uno strumento di selezione ideologica.

Esiste infatti una contraddizione che dovrebbe far riflettere: se per partecipare a una fiera del libro devo dimostrare preventivamente di pensare nel modo giusto, allora il problema non è più il fascismo, il problema diventa il conformismo. E il conformismo, nella storia della cultura, non ha mai prodotto libertà. Anzi, ha sempre prodotto paura.  Paura di dire. Paura di dissentire. Paura di pubblicare…e persino paura di pensare.

La libertà di espressione non serve per proteggere le idee che condividiamo, quelle sono già al sicuro. Serve per proteggere quelle che non ci piacciono; altrimenti non si chiama libertà, si chiama autorizzazione.E una società che sostituisce la libertà con l’autorizzazione rischia di perdere entrambe.

Ho sempre pensato che i libri servissero ad aprire porte, non a controllare chi possa attraversarle. Per questo mi inquietano profondamente tutte le forme di pensiero che pretendono di stabilire quali idee siano legittime e quali no. La cultura dovrebbe insegnarci a confrontarci con ciò che non condividiamo, non a costruire recinti sempre più stretti attorno a ciò che già pensiamo.

1 commento

  1. Brava Silvia!!
    Silverio
    Il dualismo della mente che ci fa incappare in errori
    Logici nel costruire immagini che non hanno Nulla da spartire con la Realtà!! La Verità è antica come l’uomo ma soggetta a manipolazioni per ignoranza o per interesse. È un pericolo ciò che sottolinei nel tuo articolo.

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