Questa è l’Italietta che amiamo on. Bonaccini

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Le parole del presidente del Partito Democratico, Stefano Bonaccini, pronunciate nei giorni scorsi ai microfoni di Coffe Break su La7 fanno ancora discutere perché ribadiscono lo scollamento di certa classe politica di sinistra e del proprio circuito mediatico con il tessuto sociale e territoriale del Paese.

Bonaccini ha detto che “negli ultimi dieci anni in Occidente, ogni volta che si è votato, e spesso ha vinto la destra, dal primo al secondo Trump, alla Brexit, alla Le Pen, al voto alla destra in Italia, la destra ha preso un voto non di tutti, ma maggioritario, se scorporiamo, tra coloro che hanno un po’ meno titoli di studio, tra chi sta peggio economicamente e tra chi vive nelle aree interne, nelle campagne, nelle periferie delle città.”

E’ arrivata pronta la replica della premier Meloni e del generale Vannacci che ha risposto per le rime “Fiero del voto degli operai, degli agricoltori, dei muratori, dei pescatori, degli artigiani, degli autotrasportatori”.

La cosa che colpisce di più nell’affermazione di Bonaccini è la totale non conoscenza del territorio italiano e il disprezzo dei piccoli comuni delle aree interne, un atteggiamento riscontrato da sempre nei salotti radical della sinistra al caviale. Ad esempio nelle recenti parole del giornalista Christian Raimo che, raccontando i piccoli paesi italiani, ne ha restituito un’immagine fatta di uomini “maschilisti, razzisti” che “bevono male”, l’ennesima rappresentazione sprezzante di chi vive fuori dalla realtà.

Da queste pagine  da un decennio circa ci facciamo cantori della provincia italiana che è la vera spina dorsale italiana. Su 7894 comuni in Italia il 90% sono sotto i 15 mila abitanti e il 70% sotto i 5 mila. L’abbiamo scritto tante volte lanciando anche il Manifesto delle Città Identitarie – che ha ispirato in alcune direttive questo Governo che non ha mai citato la fonte – perché la nostra penisola è fatta di borghi o comuni piccolissimi che conservano la vera identità del Paese.

Del resto la visione globalista della sinistra, dimostrata nel governo delle grandi città, va esattamente in questa direzione: agli interessi delle piccole comunità si preferisce fare affari con le multinazionali, alla valorizzazione dei luoghi simbolo si preferisce costruire non-luoghi privi di identità.

Anni fa dalla Gruber il nostro direttore, Edoardo Sylos Labini, ospite a Otto e mezzo mentre cercava di spiegare questa posizione fu quasi sbeffeggiato da Massimo Giannini che la definì “Italietta”. Di questa Italietta noi andiamo fieri perché nasconde la vera essenza del Paese con quel pantheon d’italianità fatta di santi, eroi, artisti, scienziati che raccontiamo con passione con la nostra intensa attività culturale partita da queste pagine e approdata nei festival nelle piazze italiane che ha ispirato ora il primo volume del libro dal titolo proprio “Le Città Identitarie” in uscita con Rai Libri dal 23 settembre firmato da Sylos Labini.

E nelle aree interne, nei piccoli comuni dello Stivale sono nati grandi scrittori e poeti, una lista infinita che il direttore ha cercato di raggruppare in ogni regione.

Insomma c’è chi continua a stare in quella ztl mentale che oramai non è nemmeno più una comfort zone fatta di attici nei centri storici delle grandi città ma una categoria umana che si sente superiore agli altri (non si capisce perché).

 C’è chi invece racconta e valorizza luoghi e personaggi dell’Italia di provincia quella dove le botteghe resistono e dove i giovani vorrebbero restare per costruirsi un futuro senza dover andare nelle metropoli.

Dice bene Camillo Langone nella sua Preghiera sul Foglio, “Bonaccini non ha studiato l’Italia”, proprio lui che è nato in un piccolo centro del modenese. E allora gli regaleremo una copia de Le Città Identitarie chissà non riscopra che quell’Italietta è il motore della nostra nazione.

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