La Sicilia di Gabriele Lavia: tra Pirandello, Verga e l’Etna

0

L’attore e regista, nato a Milano «per errore» e cresciuto a Catania, ci racconta la sua Sicilia: Verga in casa del bisnonno, il padre che proibiva il dialetto, Gino Cervi e la sua vestaglia rossa. E una convinzione: «Siamo circondati dagli dèi»

Gabriele Lavia è nato a Milano nel 1942. Per errore, gli suggerisco, e lui non smentisce. Ma le sue origini, le sue radici, la sua identità sono completamente siciliane: genitori siciliani, il padre al Banco di Sicilia, l’infanzia a Catania. Poi oltre sessant’anni di palcoscenico, da attore e da regista, e la guida di teatri come l’Eliseo, lo Stabile di Torino, il Teatro di Roma. Il cinema, anche: per il grande pubblico resta il Carlo di Profondo rosso. Nel 1996 ha portato sullo schermo La lupa di Verga, con Monica Guerritore e Raoul Bova. Catania lo ha fatto cittadino onorario.

L’ho incontrato a Roma. L’occasione: la registrazione della puntata che Radix, il programma di Rai 3 arrivato alla seconda stagione, dedica a Catania. Mi serviva un testimone. E ho incontrato una bella conversazione, che qui potete leggere nella sua completezza.

Della carriera gli ho chiesto poco, dei premi niente. Volevo concentrarmi sui suoi ricordi siciliani. E sul suo rapporto con la grande letteratura dell’isola, Giovanni Verga e Luigi Pirandello, che per Lavia non sono materia di studio ma gente di casa. Ne esce una Sicilia fatta di suggestioni, di memoria, di nostalgia.

Parto da Verga, perché come Lavia va a Milano, ma poi trova il successo quando recupera le sue radici siciliane: è questa, chiedo al Maestro, la chiave di lettura più importante della sua poetica?

«Credo che sia un punto della verità di Verga. Sicuramente. Pensa ai Malavoglia: chi nel mondo sapeva che esistessero i lupini? E quella storia si svolge attorno a un carico di lupini che va perduto in mare. Peraltro frequentava la casa del papà di mia nonna Carmela, Carmela Martinez della Rosa, la madre di mia madre. Lei era una bambina alta così, e a casa sua ci andava Giovanni Verga. Pensa un po’».

Restiamo in famiglia, Gabriele. Tu sei nato a Milano per errore: tuo padre torna malato dal fronte albanese. Poi passi l’infanzia a Catania, fino a quattordici anni.

«L’età precisa non me la ricordo, però sì. Tutto questo era parte di racconti lunghissimi, che quando ero piccolo si usava fare. A casa nostra abitavano tutti i nonni: c’era una tradizione, i nonni dovevano invecchiare nella casa dei figli. Oggi non si usa più. Erano tre, perché nonna Carmela non aveva più il marito. Racconti che per noi erano meravigliosi, racconti di guerra: il nonno paterno raccontava la Prima guerra mondiale, papà la Seconda, che aveva combattuto in Albania. Diceva: “Non sono mai riuscito a vedere in faccia un greco. Me lo fate vedere, un greco, dal momento che sto combattendo qui?”. Ma niente da fare».

«Una notte di allarme la passò in una palude e lì contrasse una malattia, l’ameba. Lo portarono a Milano, dove c’era un ospedale militare. Mia madre era sfollata ad Aci Trezza. Appena le arriva la notizia, prende armi e bagagli – le armi e i bagagli erano i figli e quel poco che poteva portare – e va a Milano. Durante la guerra, sotto i bombardamenti. Non ho idea di come ce l’abbia fatta! Nel frattempo mio padre era guarito. E siccome era in grande astinenza, a causa della guerra, subito si diedero da fare, come si diceva una volta. E dandosi da fare, nacqui io, come direbbe Totò».

È vero che a casa tua non si parlava siciliano? Era proprio vietato?

«Mio padre non voleva. Ci teneva, alla pronuncia perfetta dell’italiano, con tutte le ‘e’ aperte e chiuse al posto giusto».

E fuori di casa? C’è un luogo della tua infanzia a Catania che ricordi?

«Sicuro. La Sciara. La Sciara è il luogo proibito: è una parola araba che vuol dire lava. Stava davanti a casa nostra, la seconda casa che io ricordo. Anche la nostra prima era bellissima, con un giardino dove c’era un gelso altissimo. Adesso è diventata un ristorante famosissimo. Mi ci hanno portato, e io: “ma questa era casa mia, quando ero bambino!”. Il gelso l’hanno tagliato. “Ma qui c’era un gelso…”, dico. “Eh, maestro, cosa vuole, abbiamo dovuto fare la sala fumatori”. Ecco. Ci sono luoghi della Sicilia che sono stati rovinati per una sala fumatori. Perché quello era un pezzo di Sicilia, e l’avete fatta come se fosse Lugano.

«Comunque avevamo una casa abbastanza grande, o almeno a me sembrava grande: ma tieni conto che ero piccolino. Veniva a provare da noi una compagnia semidilettantesca, nel salotto blu – noi ragazzini lo chiamavamo così. Venivano spostati tutti i mobili, le poltrone, si faceva uno spazio che doveva rappresentare un palcoscenico. Io mi mettevo in un angolino, seduto per terra, e mi guardavo tutte le prove. Ho nella memoria la prima battuta. La diceva una signora piuttosto opulenta, alta – io almeno la vedevo opulenta e alta: “Le angurie di questa stagione sono micidiali!”. Il titolo non me lo ricordo, ma probabilmente era La disgrazia di essere morto, o La disgrazia di essere vivo, vedi tu.»

«La storia era questa. Un signore, per una fetta d’anguria fredda, muore. All’improvviso. Lo stendono sul letto e riceve tutte le visite: “Poverino, ma com’è possibile?”. Davanti alla salma parlano di quest’uomo come di una persona meravigliosa: ora il mondo come farà senza di lui? Vanno via tutti. E mentre la moglie rientra, il morto si sveglia. Sembrava morto, ma non lo era. E allora decidono, lui e la moglie, di non dire niente agli amici, di lasciare che tutti lo credano morto. Vuole scoprire che cosa dicono di lui. E viene a scoprire che tutti ne dicono peste e corna. Ma sono loro ad essere maligni, o c’è un dato di verità in questo parlare male del morto? Questa è la commedia. Il mio rapporto col teatro è cominciato da qui.»

Tuo padre ti ha iniziato al teatro, c’è un altro anedotto lagato a questa passione di famiglia?

«Un giorno mio padre arriva: “Bambini, ho preso i biglietti del Teatro Biondo di Palermo. Andremo a vedere il grande Gino Cervi che recita nel Cyrano di Bergerac”.

«Arriviamo al Teatro Biondo dopo una serie di peripezie. Un viaggio eterno, una fatica per mia madre: i bambini devono sempre fare la pipì. Povera mammina, per lei è stato un incubo. A me non piaceva. Il palcoscenico per me era una cosa molto lontana, tutta buia, con una luce gialla: evidentemente, per fare la luce storica, avevano messo quella gelatina che si chiama ambra.»

«Finisce lo spettacolo, mio padre ci prende e saliamo nei camerini. “Bambini, mi raccomando: dobbiamo salutare il grande Gino Cervi”. Apprensione. Si apre la porta del camerino e vedo un signore alto, coi capelli grigi. “Bambini, questo signore è il grande Gino Cervi”. Aveva una stupenda vestaglia rossa. Questo è stato il mio primo incontro col grande Gino Cervi e col teatro. Ma nessuno allora poteva dirmi che in quella stanzetta, che poi avrei scoperto si chiamava camerino, io sarei stato tantissime volte a fare i miei spettacoli».

Dal teatro al cinema, e di nuovo a Verga. Nel 1996 dirigi La lupa, un film che ha avuto un enorme successo: tre miliardi e mezzo di lire di incasso. Lì il dialetto siciliano, che a casa era vietato, hai dovuto usarlo.

«Per forza: in Sicilia si parlava il siciliano. Con una certa fatica, perché non tutti gli attori erano siciliani, sono riuscito a dare quel sapore di Sicilia. Avevo sempre dei problemi, dicevano: “Ma questo non si capisce, ma questo non si capisce”. Bisognava sempre addomesticare un pochettino il dialetto. È stata una grande preparazione, molto bella, perché ho dovuto studiare. Faccio un esempio: nel film c’è una scena di mietitura. Dico: “Va bene, adesso entrino in campo i contadini”. Facile a dirlo, ma tu sai come si miete? E come si mieteva una volta? Non lo sa nessuno. C’è stata una preparazione che nel film non si vede: se vuoi pedante, precisa, rigorosa. E il film è andato bene, abbastanza bene. Sono contento di averlo fatto».

Pirandello dice che il suo maestro è Verga. Quali sono le differenze tra le due poetiche?

«Verga è un verista, Pirandello è un espressionista tedesco. E ho detto tutto. Ovviamente non è tedesco, ma la sua formazione culturale avviene lontano dalla Sicilia. Ha studiato a Bonn. Non è un nulla andare a Bonn, ragazzi: studiare, fidanzarsi, frequentare luoghi proibiti di Bonn, e poi tornare in Italia, ritornare in Sicilia. Un genio. È uno che ha cambiato il teatro».

Ritornare in Sicilia: lo fai anche tu. Qual è, secondo te, l’identità di Catania?

«Catania è una città molto particolare. La via centrale, il luogo di tutti, è la via Etnea. Vuol dire: via che conduce all’Etna. Se vai dritto per via Etnea, arrivi all’Etna. Va bene, hanno costruito, hanno fatto un po’ di pasticcio. Però l’Etna rimane, e non è un nulla. Il vulcano, una volta, veniva considerato un dio. Non è che i Greci fossero tutti cretini: ci sarà stata una ragione. «Noi siamo circondati da dèi. Crediamo in Dio, nella nostra cultura giudaico-cristiana, ma Dio che cosa vuol dire? Sguardo. C’è quello che, da dentro ciò che io vedo, mi guarda. Quando torno a Catania, avverto qualcosa. Avverto questo sguardo».

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui