Riscossa dei Talebani o “Grande Gioco” di Cina, Russia e Turchia?

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ilgiornale.it

Stiamo assistendo da giorni ad un teatrino mediatico a dir poco osceno in quanto la comunità internazionale sembra essersi risvegliata dopo un lungo letargo. “I talebani sono tornati” annunciano i media di ogni tipo, ma non sarebbe più onesto dire che mai se ne erano andati?

I governi americani che si sono succeduti dopo l’ormai famoso 11 settembre hanno dimostrato scarsissima capacità critica: si potrebbe quasi maliziosamente ipotizzare che tutto quanto sta accadendo si sperava avvenisse nel silenzio globale. Se era questo l’intento, forse in parte è riuscito: il trattato di pace che ha dato legittimità politica ai Talebani è stato firmato il 29 febbraio 2020 a Doha e noi italiani, giornalisticamente, eravamo troppo assuefatti alle notizie legate al Covid per poter dare degno riguardo a fatti così importanti. L’accordo è stato siglato dal capo negoziatore di Washington, Zalmay Khalilzad e dal capo politico dei talebani, Abdul Ghani Baradar. Quest’ultimo è stato recluso in un carcere del Pakistan (la detenzione è durata 8 anni) fino alla sua nomina al vertice dell’organizzazione terroristica decisa dal suo predecessore, il mawlawì Hibatullah Akhundzada, il 25 gennaio 2020. Questo dettaglio rende chiaro come il Pakistan abbia un ruolo di regolatore e mediatore all’interno del processo negoziale.

Solo nell’ultima settimana vediamo immagini atroci di gente in fuga con ogni mezzo, disperati a tal punto da assaltare gli aerei ed essere disponibili a perdere la vita nella vana speranza di scappare piuttosto che arrendersi allo spettro del nuovo emirato.

Ovviamente non poteva mancare da parte di dubbi opinionisti e tuttologi da salotto il parallelismo con l’Isis, ignorando ovviamente le strategie propagandistiche e strutturali opposte. Non dovrebbe sfuggire a nessuno una scelta cromatica assolutamente studiata: lo stato islamico presente in Siria ed Iraq è dotato di una bandiera a fondo nero riportante la Shahada (professione di fede islamica) a caratteri bianchi; i Talebani, che ormai possono vantare una genesi storica più complessa, hanno sempre mostrato un vessillo bianco simbolo di purezza. Il primo è stato subito identificabile come un vero esercito, i secondi ancorano le proprie origini in un mondo culturalmente elevato basato sulla militanza rivoluzionaria di studenti.

I talebani sono davvero come ci vengono presentati? No, sono un nuovo prodotto. Coloro che combatterono dal 1996 in poi non si possono equiparare ai miliziani attuali, a tal punto preparati da puntare tutto sulla propria credibilità e sull’incapacità altrui di contrastarli che li ha resi una forza politica.

In questo intricato puzzle di sacrificio umano, sofferenza, mediaticità, incapacità, finta preoccupazione per la violazione di diritti umani si stagliano finalmente nello scacchiere i paesi che davvero regoleranno il futuro del paese: Pakistan, Cina, Russia, Turchia e, forse con minor rilievo, Iran.

Se in questi anni avessimo impiegato maggior tempo nella lettura in chiave antropologica di molti libri di semplice narrativa, forse, le idee sarebbero meno confuse anche per chi non è avvezzo ad interessarsi a questioni geopolitiche. Tantissime sono state le pubblicazioni di giovani rifugiati afghani che raccontavano il percorso di fuga dal paese di origine e, almeno alcuni aspetti, sono comuni.

La maggior parte hanno trovato rifugio iniziale in Iran, un paese che mal sopporta la presenza afghana e che non ostacola il loro cammino. Il Pakistan è proposto come il principale carnefice: gli studenti più promettenti vengono mandati a studiare nelle madrasse del paese e non è mistero che il “piano di studi” preveda una formazione militare. Molti insegnanti sono sauditi o hanno studiato a lungo nel paese e ciò conferma come negli anni l’Arabia Saudita abbia speso per seminare un importante capitale ideologico. Sullo sfondo dei racconti più dettagliati si staglia sempre la Russia: alcuni rimpiangono i sovietici, i più giovani riportano episodi legati ai racconti famigliari.

In ogni libro la costante comune è la descrizione dell’oscurantismo talebano. Ogni “scrittore” riporta fatti atroci, ma spesso uguali tra loro.

Questa semplice disamina narrativa, utile ad avvicinare in maniera semplice chi vede queste dinamiche come complesse, ci introduce al mondo delle relazioni attuali.

Tra i tanti attori in campo si può dire che quelli degni di nota siano la Cina che, con il progetto della Nuova Via della Seta, si preannuncia un partner commerciale privilegiato con le nuove autorità del paese. L’Afghanistan è detentore di notevoli risorse minerarie e naturali non ancora messe a profitto e possiamo indubbiamente ipotizzare che l’operosità cinese sarà spesa per ottenere i massimi introiti da un territorio vergine. La Russia punterà ad un ruolo di mediazione, come spesso ha fatto negli anni recenti (ad esempio in Siria ed in Iran). L’ Arabia Saudita continuerà sicuramente la sua campagna ideologica al fine di stringere legami sempre più stretti con il Pakistan. Su quest’ultimo stato, la chiave di lettura giusta è l’ipotesi di un sistema simile ad un protettorato in chiave moderna.

La vera incognita penso sia la Turchia che in modo non troppo celato ha già stretto importanti accordi con molti paesi balcanici esclusi dal progetto di annessione all’Europa; non è certo un segreto che Edi Rama (primo ministro albanese) veda in Erdoğan un alleato e che in passato abbia sostenuto importanti incontri internazionali accompagnato dall’amico anatolico. Ragion per cui la Turchia potrebbe tornare a spadroneggiare a livello internazionale potendo sempre più “minacciare” il vecchio continente con l’arma di un’immigrazione incontrollata.

La strategia che ho ipotizzato è stata sicuramente usata da Gheddafi per molti anni e sono sicura che Erdogan sia il futuro reale accentratore di una crisi umanitaria epocale.

1 commento

  1. Importa poco, quel che sia. Per quel che molto, ma molto da vicino invece ci riguarda, l’Europa unita, finalmente è chiaro a tutti, poggia su fondamenti di carta. E come se ciò non bastasse, i satrapi che questa struttura sinistra hanno da sempre governato, l’hanno riempita e continuano a riempire di gente che odiano il cristianesimo. Ipotecando il suo futuro. Ammesso che questa Europa possa avere ancora un futuro.
    Tuttavia non si può negare che, dall’altra parte dell’Atlantico, i segnali inquietanti non arrivassero. Per tempo, infatti Biden si era chiaramente scritto in fronte che era un candidato presidenziale Usa inadeguato. Molto inadeguato. Non per niente l’ha portato alla Casa Bianca il voto per corrispondenza e l’obamiano pensiero. Con l’immediata conseguenza di fare uscire dalla scena del mondo gli Usa. E mentre su quel palcoscenico una volta mondiale si spengono le luci, nell’ombra sopraggiunta sembrano prendere forma quel certo gatto e quella certa volpe di collodiana memoria. Eppure l’occidente tutto, prima e dopo l’avvenuta elezione, li aveva osannati. Facendone la propria coppia vincente.

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