Anna Abbate: “Radix: l’identità culturale senza retorica e nostalgie”

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Il debutto di Radix su Raitre la scorsa settimana ha sorpreso tutti per l’unicità di un programma che in meno di 30 minuti riesce a sintetizzare la cifra identitaria di ogni città raccontata, attraverso storia, arte, musica e protagonisti. In quella breve durata, Radix riesce a proporre con ordine e chiarezza più generi televisivi allo stesso tempo. Artefice della regia è Anna Abbate, già regista di Buongiorno Regione e Buongiorno Italia, nonché in passato di Check-up, Titolo V, Cook 40′, Filorosso da Caivano e di numerosi contenuti di Rai Educational. Per lei il piccolo schermo deve offrire anzitutto un autentico servizio pubblico: “È vero che siamo nell’epoca dei social e in cui tanti programmi leggeri hanno assuefatto il pubblico, ma io credo che la tv possa dare ancora molto. Quando è fatta con giusti tempi e condizioni, può regalare momenti di approfondimento che arrivano sempre all’anima”, dice lei. “Vale la pena tentare di fare continuamente uno sforzo per catturare l’attenzione con prodotti curati e un linguaggio delicato”.

Con Radix si propone qualcosa di curato e dal senso profondo di servizio pubblico, ma completamente diverso dal solito.

Decisamente. Radix nasce come progetto di racconto identitario, quindi non è un semplice viaggio geografico: è un’esplorazione delle radici culturali, storiche ed emotive dell’Italia minore. Non a caso il titolo è proprio “Radici e fondamento” e si parte dalle province, ricostruendo un senso di appartenenza in un’epoca in cui l’unità nazionale è spesso frammentata e semplificata.

Quali sono stati i principi che vi siete dati per un progetto così ambizioso?

Anzitutto volevamo una narrazione antropologica ed emozionale al tempo stesso. Ci vogliamo chiedere cosa significhi essere lì in quel luogo. Ecco perché anche Edoardo Sylos Labini qui non è il classico conduttore, ma un mediatore culturale, una guida narrativa: non informa solamente, ma soprattutto evoca, anche con toni teatrali. Ci siamo proposti di offrire un programma che evocasse più che spiegare, perché i luoghi non sono solo fisici ma anche mentali. Bisognava creare l’immagine di una storia che non è lineare.

Dal punto di vista registico come si è tradotto tutto questo?

Occorreva una regia più concettuale che turistica. C’è un flusso di dati che informano, con un conduttore che attraversa il tempo e la memoria. I ritmi teatrali contrastano con l’uso di effetti visivi digitali. Così Edoardo è molto presente, corporeo, con pause teatrali accentuate, ma in quello studio sembra quasi un’entità astratta: compare e scompare come se si smaterializzasse e attraversasse una dimensione parallela, appare sospeso nello spazio. E infatti c’è questa assonanza nel titolo tra Radix e Matrix

Raccontare le radici attraverso la tecnologia: dunque ormai il digitale è parte delle nostre radici?

Direi di sì, è imprescindibile. Però non dobbiamo dimenticarci che l’evoluzione è utile solo se serve a creare un dialogo sempre maggiore col presente, con un confronto generazionale. Radix è un programma di valenza culturale, con forti riferimenti a periodi storici, che fa una scelta controcorrente e vuole lanciare un messaggio anche attraverso la sua modalità narrativa: è necessario rallentare non per mancanza di idee ma per restituire profondità al racconto.

Qual è il segreto per mantenere viva la cultura in tv?

Il rispetto per la memoria collettiva. È proprio quello che accade in Radix, dove lo sguardo di Sylos Labini, che buca lo schermo con il suo volto e una voce prorompente, guarda all’identità umana e culturale dei luoghi ma senza retoriche né nostalgie: ogni puntata diventa un piccolo affresco, senza fretta di arrivare al punto, perché come dicevo questo coincide esattamente con lo stesso percorso. Se non dimentichiamo di raccontare come siamo arrivati fino a qui, la cultura non scomparirà mai dal piccolo schermo.

La durata di meno di 30 minuti si presta molto anche a una divulgazione nelle scuole.

Certo. I ragazzi oggi sono abituati a tempi convulsi, perdono la capacità di attenzione molto velocemente, quindi questo potrebbe agevolare il loro interesse. Chiaramente, costruire un programma che duri solo mezz’ora è molto impegnativo, ma credo valesse la pena: sono convinta che la forza di Radix sia il fatto di avere la capacità di lasciare belle sensazioni oltre a restituire un racconto.

Le città che più ti hanno sorpresa?

Lecce, poi Chioggia mi ha affascinato per i suoi canali, Ascoli Piceno per i suoi castelli. E poi Pomezia, dove è stato più complicato usare droni e recuperare materiale storico, ma ha grandissimi punti di forza. Io sono di Napoli, che ha un’identità molto forte: tante città di provincia ammetto che non le conoscevo da un punto di vista storico, quindi anche per me è stato un bel percorso di accrescimento personale. Ogni puntata dà un piccolo contributo con un racconto molto fluido: ecco, mi ha sorpreso l’armonia di ogni città! Per me è stato un viaggio nella bellezza italiana: forse meno divulgativo, ma più intimo.

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