Castellitto presidente del Centro Sperimentale: la risposta del governo alle polemiche sinistre 

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Il ministro Gennaro Sangiuliano ha piazzato il colpo: Sergio Castellitto è il nuovo presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia. Dopo le polemiche isteriche dei mesi scorsi, da parte della solita sinistra che gridava allo scandalo per il Decreto Giubileo con cui il governo Meloni annunciava l’intenzione di cambiare il consiglio di amministrazione del CSC, ecco la risposta migliore che potesse arrivare.

Sergio Castellitto viene scelto per la sua personalità di assoluta qualità umana e professionale”, come tiene a sottolineare Sangiuliano. Sarà dunque l’attore e regista romano il presidente della Fondazione nata nel 1935 e cresciuta nel corso dei decenni con progetti via via sempre più ambiziosi. Non negli ultimi anni, però, in cui il CSC appariva francamente un po’ fermo, anzitutto proprio su quella peculiarità dichiarata dal suo statuto: la sperimentazione.

È troppo tempo, ormai, che il cinema guarda meno al teatro nella scelta dei protagonisti, pescando sempre di più dalla televisione o persino dai social. Certo, i motivi sono diversi. A cominciare dallo sviluppo delle innumerevoli piattaforme, che hanno illuso molti a pensare di potere fare a meno del grande schermo. “Tanto poi c’è Netflix”, è la frase che tutti avremo sentito ripetere da più fonti. Di conseguenza, tanti produttori hanno virato sulla realizzazione di film (meglio ancora se a puntate) pensati unicamente per le piattaforme: quindi progettati con costi inferiori, ma sicuri di una pubblicità che la tv e i nuovi media sanno bombardare anche e soprattutto in virtù dei nomi di grande impatto provenienti proprio da quei mondi. In tutto questo, chi dovrebbe controllare lo sviluppo del cinema e la crescita dei giovani attori non si è mai dato da fare per intervenire. Anzi, tante sale cinematografiche e teatrali hanno chiuso, ma senza che nessuno abbia mosso un dito perché ciò non accadesse. Un giro di vite era necessario. E visto che nel 2025 Roma ospiterà il Giubileo, il CSC, che nel frattempo spegnerà 90 candeline, non poteva permettersi di avere un consiglio di amministrazione in scadenza proprio in quell’anno. Meglio organizzarsi subito e mettersi al lavoro per presentarsi al mondo con una squadra rodata, al fine di raccontare la storia e lo sviluppo di quell’eccellenza culturale che ha saputo caratterizzare da sempre il nostro Paese.

Dunque il ministro Sangiuliano ha scelto Sergio Castellitto, che si è da subito definito uno “di competenza e non di appartenenza”. Mai parole avrebbero potuto descriverlo meglio per presentarsi in questo ruolo. Con lui, nel cda, rientrano anche Pupi Avati (già presente nella presidenza di Francesco Alberoni) e Giancarlo Giannini (cacciato senza nemmeno un cordiale ringraziamento dallo stesso Dario Franceschini che lo aveva scelto vent’anni prima). Spazio anche ad Andrea Minuz, docente di Storia del cinema e giornalista, all’avvocato Cristiana Mannino e al giurista Santino Vincenzo Mannino. Le intenzioni sono chiare: affidare uno dei centri di studio più preziosi del nostro Paese a uomini che la cultura la conoscono direttamente, a prescindere dalle loro ideologie politiche. Nessuno ha mai saputo cosa votassero, né tanto meno ci è mai particolarmente interessato. Castellitto, Avati, Giannini insieme contano oltre 300 pellicole di esperienza tra interpretazioni e regie e nei loro film non hanno certo lavorato solo attori di centrodestra. Ci hanno sempre saputo appassionare con storie avvincenti, delicate, profonde, italiane (Castellitto nella sua carriera ha vestito i panni, tra gli altri, anche di Gioachino Rossini, Fausto Coppi, Padre Pio, Don Milani, Enzo Ferrari, Aldo Moro, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, interpretazione che condivide proprio con Giannini, già nel ruolo del Generale in una precedente versione).

I soliti noti, spaventati dalla democratica impossibilità di far lavorare unicamente i loro amici, a luglio si erano già dati da fare per sollecitare l’Italia verso una protesta che mettesse in discussione la coerenza culturale del ministro Sangiuliano. Sorrentino, Moretti e Amelio su tutti avevano invocato la libertà di espressione, accusando la politica di mettere troppo il naso nell’arte. Bene, ora invece avremo finalmente un’arte che si disinteresserà di mettere il naso nella politica, per preoccuparsi solo del cinema. La manovra del ministro Sangiuliano (che in questi mesi ha dovuto ingoiare non pochi rospi, comprese le strumentalizzazioni di alcune sue parole al Premio Strega, come sempre volutamente travisate dal web e da certa stampa) è una risposta netta, che metterà una volta per tutte, forse, la parola “fine” all’annosa leggenda secondo cui la cultura appartiene sempre solo alla sinistra.

Il lavoro da fare è tanto: il CSC, oltre a formare le eccellenze cinematografiche, tra le sue attività ha  la gestione del prestigioso archivio della Cineteca Nazionale e della rivista Bianco e Nero, la più longeva nel settore in Italia. Per questo sarà nominato a breve il comitato scientifico, che salirà da quattro a sei componenti. In un’epoca post-Franceschini, in cui con la scusa del Covid veniva impedito il regolare svolgimento degli spettacoli, tutta questa attenzione alla cultura sembra persino un sogno. In realtà è esattamente lo spirito con il quale era nato nel 1935, e cresciuto successivamente, il Centro Sperimentale Cinematografico. Questione anche in questo caso di un’identità che ritroviamo.

“Quegli altri non sanno nemmeno dove sia la cultura”, gridava Roberto Vecchioni con tanto di dichiarazioni di Pericle alla mano, in una piazza Duomo gremita prima delle elezioni di Giuliano Pisapia a sindaco di Milano. “Quegli altri” erano Letizia Moratti, Roberto Formigoni e Silvio Berlusconi, che nel frattempo avevano lavorato per portare a Milano l’Expo per il quale il sindaco eletto avrebbe solo tagliato il nastro. Era il 2011 e già raccontavano frottole. Se serviva una dimostrazione chiara, oggi quelle dichiarazioni se le possono rimangiare. Finalmente il CSC, grazie al governo, non ha amici politicizzati e schierati. Se ne facciano una ragione gli intellettuali radical chic: si può essere colti anche senza fare esegesi apologetiche marxiste.

(Foto: CC 4.0 by SA nicolas genin)

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