“Trump punta alla stabilità, è il risultato di un processo iniziato prima di lui”

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Non è un Presidente per caso: tutto inizia con il crollo del Muro di Berlino 

L’America è di nuovo a un bivio. Chi la spunterà tra Trump e Biden? Cerchiamo di capire cosa si agita sotto le cinquanta stelle insieme a Germano Dottori, docente di studi strategici alla LUISS, uno dei più acuti analisti di dinamiche USA e autore del saggio La visione di Trump.

Trump è giunto all’ultima grande trattativa della sua vita: quali argomenti forti utilizzerà per convincere l’elettorato americano a rinnovare il contratto della sua permanenza alla Casa Bianca?

Trump non sta proponendo un contratto ai suoi elettori, ma piuttosto il completamento di un’agenda che rimarrebbe altrimenti a metà. I temi sono gli stessi del 2016: più manifatture, meno clandestini, protezione dei diritti dell’individuo in luogo di quella selettiva data ad alcune categorie di persone. Punta al ceto medio e ai bianchi che sono rimasti indietro. Conta molto anche la politica estera: Trump promette un impegno per la stabilità e la pace, che favoriscono lo sviluppo e permettono di ridurre la presenza militare all’estero.

Covid e Black Lives Matter sono alle spalle di Trump o continuano a gravare come un’ombra sul finale di presidenza?

I Democratici stanno usando il tema del Covid come una clava, ma non è detto che funzioni. È ormai chiaro che Trump non ha sottovalutato la minaccia, ma ha provato ad attenuarne l’impatto socio-economico, come hanno fatto tutti. In secondo luogo, molti politici di entrambi i partiti hanno modificato più volte la loro posizione: si pensi alle oscillazioni del governatore Cuomo. Nessuno ne sta uscendo benissimo. Il Black Lives Matter ha invece posto in dubbio la capacità del Presidente di assicurare l’ordine e il rispetto della legge. È quindi più insidioso. La paura può agire in più direzioni: ci sarà chi sosterrà Trump, temendo che i Democratici leghino le mani alle polizie, ma anche chi vedrà nell’attuale Presidente la causa principale delle violenze…

… e appoggerà Biden, “Sleepy Joe” come lo chiama Trump. Dietro l’immagine più “sonnacchiosa”, quale profilo si scorge in questa personalità sostenuta da una vasta coalizione che include Obama, i Clinton e anche i Bush?

Si scorge soprattutto Obama, cui Biden deve probabilmente l’investitura. I Clinton paiono più defilati. I Bush, invece, con Trump hanno un conto da saldare che risale alla campagna del 2016, quando era in corsa Jeb.

Per molti opinionisti Trump è una strana meteora nel cielo della politica americana e mondiale, lei invece sostiene che ha incarnato a suo modo una necessità storica: certi input che con la sua presidenza si sono affermati sono destinati a rimanere, indipendentemente da ciò che accadrà a novembre.

Lo confermo. Trump è il risultato di un processo iniziato prima di lui, all’indomani della caduta del Muro di Berlino e destinato a proseguire. Dal 1992 le elezioni le ha vinte quasi sempre il candidato che prometteva di ridurre gli impegni esterni degli Stati Uniti. L’unica eccezione si è avuta dopo i fatti dell’11 settembre. Anche Biden si dichiara ostile alle guerre senza fine. C’è però una differenza, che sta nel diverso valore riconosciuto dai due contendenti al rispetto delle sovranità altrui. Per Trump è centrale, perché è la base della stabilità. Per Biden, no.

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