Sapore di sale, la Vanoni e la pallottola. D’accordo! Ma io aggiungerei qualcosa in più. Gino Paoli era un artista vero, matto come un gatto, al punto di non voler pubblicare il 45 giri “Questa volta no”, canzone in gara al Festival di Sanremo 1989 (esiste solo la versione promozionale destinata al circuito dei jukebox).
Anarchico, pigro (sempre come un gatto), generoso e innamorato di Genova. La mamma era una pianista ed è stata proprio lei a trasmettergli l’amore per la musica, poi sono arrivati i Diavoli del Rock, la prima band costituita insieme all’amico Luigi Tenco. I cantautori nascono con Nanni Ricordi e Gino Paoli è stato uno dei primi esponenti della canzone d’autore, che si esprimeva sul binario parallelo della pappa col pomodoro e delle pinne, fucile ed occhiali, in pieno boom economico. Nel 1968 produce “Dixie” il primo vinile di una Viola Valentino appena diciannovenne e sempre per l’etichetta Durium, il cantautore di Monfalcone, incide un album interamente in genovese con gli arrangiamenti di Pinuccio Pirazzoli.
Era il 1975, l’album contiene perle del calibro di “Piccon dagghe cianin”, “Ma se ghe penso”, “Chitarra zeneize” e “Boccadaze”. Tra l’altro, le ceneri di Gino Paoli saranno disperse proprio in quel mare di Boccadasse, il borgo marinaro (una vera e propria cartolina) da lui tanto amato. In quegli anni 70 le case discografiche osavano parecchio e Paoli incide così un altro disco “diverso” con brani del cantautore catalano Joan Manuel Serrat. Esce anche il 45 giri “Dir di no, dir di si” tratto dall’album “Il mio mestiere”, che diventa sigla televisiva dell’emittente ligure Tivuesse legata al quotidiano Il Secolo XIX.
Nel 1980 muore Piero Ciampi e Paoli pubblica il disco “Ha tutte le carte in regola”, che contiene anche la canzone “Livorno” che racconta la disperazione di chi, abbandonato da tutti e da ogni cosa, cammina solo per la sua città in cerca di qualcuno. Negli anni ’80 ci sono almeno 3 dischi italiani che sembrano appartenere ad un altro mondo e ad un altro periodo storico: “Creuza de Ma” di Fabrizio De Andrè, “La pianta del tè” di Ivano Fossati e “La luna e il Sig. Hyde” di Gino Paoli, che contiene “Una lunga storia d’amore”, un album misteriosamente rifiutato da diverse case discografiche. Ma la musica di Gino Paoli ha continuato a fregarsene altamente di discografici e produttori e arriva così una “seconda giovinezza musicale” con successi da classifica come “Quattro amici al bar”, “Un sorriso gratis” e “Gorilla al sole” e nel nuovo millennio un interessantissimo progetto jazz con Enrico Rava, Danilo Rea e Roberto Gatto, seguito dal disco in quattro tempi “Appunti di un lungo viaggio” con le “canzoni interrotte” e il ritorno (ancora una volta) al vecchio amore: il jazz.
Danilo Rea sempre presente, il Roma Jazz String Quartet, Rita Marcotulli, Ares Tavolazzi e Alfredo Golino. Il funerale si è svolto in forma privata nel Tempio Laico del Cimitero di Staglieno. Il cantautore di “Il cielo in una stanza” è morto nella sua casa sulle alture tra Nervi e Quinto, è morto nella sua Genova, una città che amava e odiava. E come ha scritto nelle note del suo album “Ciao, salutime un pò Zena”: “Genova è come un’amante bellissima e orribile, grigia e colorata, santa e puttana, tenera e crudele, viva e spenta, calda e gelida, acqua e vento, bianco e nero, amore e odio. Ed io non sò dimenticarmela”.

















