GLEBALIZZAZIONE: ecco il nuovo multiforme proletariato

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ph tgcom24

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Negozianti, artigiani, partite IVA sono stati colpevolmente lasciati soli

Il distanziamento sociale potrebbe, in fondo, essere letto anche in un altro senso. Oltre ad alludere al nuovo principio organizzatore dei rapporti sociali al tempo del capitalismo sanitario, esso rinvierebbe anche – ed è ciò che l’ordine del discorso mai lascia apparire – alla distanza sempre crescente tra il vertice e la base, tra il Signore global-elitario e il Servo precarizzato nazionale-popolare.

Come abbiamo mostrato in “Storia e coscienza del precariato. Servi e signori della globalizzazione”, la globalizzazione, rectius la “glebalizzazione”, potrebbe anche essere intesa come il massacro di classe che il polo dominante – composto da bancocrati e oligarchi finanziari, da ammiragli delle multinazionali e colossi dell’e-commerce – sta conducendo, senza incontrare risposta o reazioni, ai danni del polo dominato.

Quest’ultimo – il precariato – è composto essenzialmente dalla vecchia classe lavoratrice e dal tradizionale ceto medio: la classe lavoratrice è pauperizzata e privata delle sue conquiste, il ceto medio è pauperizzato con rapine finanziarie legalizzate (leggi “crisi subprimes” 2007, ad esempio) e escogitazioni bancocratiche.

Classe lavoratrice e ceto medio sono, in tal guisa, precipitati nell’abisso della nuova classe – non ancora né in sé, né per sé – del precariato: che è, poi, la classe che vive del suo lavoro, contrapposta al polo dominante dell’aristocrazia finanziaria sans frontières, che fondamentalmente vive in modo parassitario del lavoro altrui.

Ebbene, l’emergenza Covid19 – non è certo un mistero – ha contribuito, e in modo niente affatto marginale, ad approfondire il divario e l’asimmetria tra il polo dominato e quello dominante. In antitesi con il logo mediatico dominante, l’emergenza non ha colpito tutti in egual misura.

Addirittura, il polo dominante – o alcuni suoi settori – si sono rafforzati, traendo profitto dalla situazione. Basti un unico titolo, tra i tanti dello stesso tenore che si rincorrono nei giorni della pandemia: “Amazon cresce con la pandemia, ma in Italia i lavoratori hanno paura: ‘sicurezza a rischio’” (“Huffpost”, 17.3.2020). Per converso, la pandemia ha letteralmente distrutto la già fragile condizione del precariato: ne ha polverizzato le condizioni di esistenza, e ciò vale soprattutto per i lavoratori privi di ogni tutela, in specie l’esercito degli irregolari e delle partite IVA, il nuovo multiforme proletariato al tempo della glebalizzazione.

Un discorso per molti versi analogo potrebbe farsi per le piccole aziende locali, se non addirittura strapaesane: condannate a morte dal Covid19 e dalle irresponsabili misure di un governo giallofucsia, che ha recluso i cittadini agli arresti domiciliari (“lockdown”) senza curarsi di proteggerli dalla conseguente catastrofe economica (un vero e proprio “economicidio”).

Quasi come se l’importante fosse non morire di Covid19 e ogni altra morte – compresi i suicidi dei lavoratori o la loro morte per inedia – fosse trascurabile. I negozianti e gli artigiani, il cuore pulsante del Paese, le cellule della vita economica, le basi della storia e anche della tradizione, sono state lasciate colpevolmente morire da un potere che sempre più palesemente risponde ai padronati globali e alle élites turbofinanziarie e che, per conto di queste ultime, massacra senza pietà negozianti e artigiani. E, così facendo, attua le promesse e le premesse della glebalizzazione.

Senza esagerazioni, il precariato è stato letteralmente distrutto dall’emergenza Covid19. E il pressoché totale disinteresse rivelato dai governi è la prova di quanto già sapevamo: ossia del fatto che, come mostrato in “Glebalizzazione.

La lotta di classe al tempo del populismo” (2019), il polo dominato è attualmente privo di rappresentanza politica e intellettuale. È afasico e abbandonato ai drammi del nuovo ordine mondiale turbocapitalistico, che non per accidens si fonda sul massacro a senso unico del precariato stesso. La situazione è tragica, le responsabilità sono palesi: la classe lavoratrice è mandata a lavorare in condizioni del tutto insicure (ove ancora abbia il “posto fisso” e il “contratto a tempo indeterminato”) o costretta al “lockdown”, e quindi a non poter avere di che vivere (ove non abbia garanzie e tutele).

Il governo – anche in ciò rivelando la propria natura liberista – non prospetta alcuna soluzione welfaristica. E, quindi, condanna di fatto, in molti casi, alla povertà estrema la già stremata classe lavoratrice. La riplebeizzazione delle classi lavoratrici e dei ceti medi si conferma, così, una delle tendenze fondamentali dell’evo della globalizzazione

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