“Ho cominciato cantando il nostro sogno europeo”

0

Parla Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d’Italia, ex sindaco della città di Terracina

Nicola Procaccini è eurodeputato di Fratelli d’Italia. Prima ancora è stato sindaco di Terracina, città antica che udì i canti primordiali e terribili della maga Circe. La musica non come banale rumore di sottofondo ma quale elemento rivelatore e decisivo della vita dei popoli e delle persone.

“Mi ha sempre affascinato il fatto che Gabriele d’Annunzio, nella Carta del Carnaro, abbia dedicato un intero articolo alla musica. Forse avrebbe dovuto farlo anche la Costituzione italiana. La musica è tradizione e cameratismo nel senso militare ma soprattutto politico e comunitario: stimola un senso di appartenenza. Non è semplice intrattenimento ma è qualcosa di costitutivo per la nostra identità. Persino da sindaco, la musica è stata fondamentale: non c’era cerimonia senza. E, quando ciò accadeva, se ne sentiva terribilmente la mancanza. Viene meno il senso delle cerimonie pubbliche. Da sindaco, a ogni inaugurazione dell’anno scolastico, ascoltare l’inno nazionale cantato dai nostri bambini mi ripagava della fatica, terribile ma affascinante, del ruolo politico e istituzionale. Ritengo che guidare la propria comunità dove tutti ti conoscono e sanno dove venire a trovarti in caso di bisogno, sia stata l’esperienza più formativa e affascinante del mio percorso politico. A proposito di musica e comunità, mi piace sottolineare che se a Terracina venissero a cantare Vasco Rossi o Luciano Ligabue, ebbene non riuscirebbero a fare gli stessi numeri che, invece, registrano i Chicken Production, un gruppo giovane dallo sguardo antico che ripropone ballate e canzoni attualizzando la tradizione e valorizzando il genius loci”.

Che musica si ascolta, invece, in Europa?

“Ho iniziato a fare politica nella destra giovanile italiana, dall’ultimo Fronte della Gioventù fino ad Azione Giovani e al Pdl. Ho cominciato cantando canzoni che parlavano di Europa nazione e di rivoluzione, che inneggiavano alle strade d’Europa che avremmo percorso “stanchi sporchi ma felici”, tra le grandi cattedrali e il Mediterrano. Potrei citarne davvero tante di canzoni così, sul sogno europeo. E forse è proprio per questo se faccio difficoltà ad accettare l’Ue siffatta. Che è quanto di più distante da quell’idea romantica di una terza via tra il capitalismo Usa e la vecchia Urss comunista. Una grande alleanza di popoli, che per secoli si sono combattuti, per attraversare la storia insieme. Ma non fondendosi in una sorta di super Stato che pare l’obiettivo dell’attuale esecutivo Draghi e dei governi tedesco e francese. Noi rifiutiamo quest’idea di super Stato e aspiriamo a un’Europa confederale in cui le nazioni e i popoli fanno poche cose insieme ma grandi e importanti. Penso, su tutte, alla ricerca scientifica, tema attualissimo. Mi spingo persino a sostenere quella vecchia idea della destra italiana: l’esercito europeo. Ora sono proprio i para-europeisti a non volerne parlare perché Parigi e Berlino preferiscono mantenere autonomia e forza deterrente rispetto agli altri. Ci viene restituita un’Europa che è l’esatto opposto di quella che cantavano: un super Stato senza una comune identità politica e che non vuole alcuna identità politica, rifiuta le idee forti e le radici. Se recidi quel patrimonio comune, recidi tutto come fa notare Douglas Murray e come ci aveva già avvertito Giovanni Paolo II”.

Fdi è rimasta fuori dal coro di Draghi…

“La mia sensazione è che Draghi porti indietro il suo portato prettamente esclusivamente economico e finanziario. Mai Mario Draghi ha avuto un pensiero politico che è anche passato attraverso il confronto che si usa fare in democrazia. Su un profilo che dunque è prettamente tecnico si fa una maggioranza politica in cui c’è tutto e il suo contrario, quindi nulla. Il combinato disposto dell’assenza di pensiero politico di Mario Draghi con la contrapposizione conflittuale dei partiti che fanno parte della maggioranza causeranno una stagione che nella migliore delle ipotesi non porterà a nulla. Nella peggiore, invece, quello che si farà sarà al ribasso: per accontentare tutti pur di tenere un governo a dispetto dei santi, le scelte saranno deludenti”.

Non sarà il caso di cambiare musica e, per superare l’impasse dei tecnici, riportare al centro del dibattito il tema del presidenzialismo?

“Sicuramente. Nella prima Repubblica, sarebbe stato inconcepibile un premier esogeno, avulso dal sistema politico nazionale. Quanti dicono, giustamente, che la Costituzione consente un premier tecnico scelto dal Capo dello Stato, affermano una cosa parzialmente vera: la Carta non lo esclude ma nemmeno lo prevede. Nella Seconda repubblica il ricorso ai governi tecnici è diventata una prassi a cui non facciamo neanche più caso. Vi sfido a trovare un’altra democrazia, ovunque nel mondo, in cui vi sia a capo del governo qualcuno che non è passato da una votazione a suffragio universale. Ne esiste soltanto un’altra, oltre l’Italia: il regno del Lesotho, in Africa”.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

6 + otto =