Il Bambino di Betlemme non è quel “bambolotto” che dice la Murgia…

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La vigilia di Natale Michela Murgia ha affermato che il cattolicesimo è “l’unica tra le confessioni cristiane a infantilizzare il suo Dio”, aggiungendo che “nelle altre chiese di derivazione evangelica la devozione per Gesù neonato – o per Maria bambina, di sponda – è praticamente inesistente” (n.d.r.)
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Eppure il grido di Michela Murgia è molto meno disonesto di certe retoriche a difesa del mood natalizio. Il cristianesimo non può essere un mood, utile e comodo. Il mistero della Natività – ha ragione lei – non può essere una collezione di diminutivi-vezzeggiativi. Il canto dello stupore, della novità assoluta di un Dio che entra nel limite, non può venire affidato a una musichetta soft, egopatica e dolciastra, come coraggiosamente sostiene la scrittrice sarda, guardando con rimpianto all’intransigenza di Joseph Ratzinger in materia di liturgia.

Il cristianesimo è scomodo. È utile alla risurrezione della carne, non a creare un clima di narcosi rassicurante. Con il mondo, con la retorica, con l’egocentrismo individualistico, con la sapienza misurata a stecca e squadra, con l’accomodamento moralistico non ha nulla a che fare. Il bambino nato a Bethlehem non è un bambolotto glaucopide davanti a cui sospirare commozioni estemporanee. Il bambino nato nell’estrema povertà non è nemmeno l’eroe di un riscatto da soprusi e ingiustizie in senso politico, sociologico.

Quel bambino è già nella morte, come attestano le fasce che lo cingono in antiche icone e affreschi medievali, che sono bende di sepoltura.

Non è lì per intenerirci, ma perché vuole strapparci dagli inferi, la mano di Adamo nella sua destra, quella di Eva nella sua sinistra. Tra le braccia della madre è ritto, a significare la risurrezione cui è destinato. Quel bambino è il simbolo, il sacramento, dell’umiliazione del Dio incontenibile, dal nome impronunciabile, che accetta di essere imprigionato nella carne per liberare le sue creature dal male di una libertà abusata.

Oh, se è complesso questo mistero! Una libertà – quella di Eva e di Adamo – che non libera. Una morte che è vita. Il re che si umilia, ma è Dio per questo, perfettamente simmetrico al Padre nell’amore. La lingua umana fatica perfino ad accennarvi, perché l’amore di Dio-Trinità è insieme un soffio, l’intero universo, un inno che eternamente si canta nelle sedi celesti e che i seguaci di Gregorio Magno provavano ad appuntare nei loro canti sublimi. Infatti Gesù, interrogato prima della croce, tace. Davanti alla tomba di Lazzaro, piange – ed è il verso più breve di tutti i Vangeli.

Il cuore del cristiano non può che patire e vacillare e cercare la prossimità nel rito, che è opera di Dio, implorare da lui l’aiuto per credere: la fede è infatti teologale, perché le nostre logiche non bastano di fronte al bambino di Bethlehem, già morto e già risorto. Che è sopra un trono di carne: la Vergine che lo presenta al mondo, che invece lo rifiuta. La Vergine, creazione perfetta, priva del peccato, dentro la tenebra che solo una stella rende sensata: lei, la Madre del Logos, radice della ragionevolezza dell’universo.

In tutti i presepi c’è l’intera tragedia della mortalità e l’incomprensibile, ineffabile promessa, per ogni uomo, ogni donna, di una “partecipazione alla vita divina”. C’è il nostro desiderio di cantare, insieme ai cieli, al giorno, alla notte, “Gloria a Dio”. C’è il re dell’universo, che si è fatto immensa fragilità. C’è la Pasqua, il mistero unitario di morte, sepoltura, risurrezione. Infatti il calendario cattolico mozarabico, per il 25 dicembre, aveva questa dicitura: “Pasqua del Natale del nostro Signore Gesù Cristo”.

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