La Valli fu coraggiosa protagonista del famoso scandalo di cronaca nera negli anni ‘50
Era l’11 aprile 1953 quando sul bagnasciuga di Torvaianica spuntò il cadavere di Wilma Montesi, ventun anni, figlia di un falegname romano. Annegata. Incidente, archiviamo, dice la polizia. Ma l’Italia del dopoguerra non archiviava un bel niente, specie quando c’era la possibilità di fare a pezzi qualcuno che stava in alto. E così quello che sembrava un fatto di cronaca minore divenne il caso più lurido, rumoroso e politicamente sfruttato della Prima Repubblica.
Ci si buttarono dentro tutti: i giornali, i partiti di sinistra, la magistratura. Soprattutto la magistratura, che fiutò l’occasione di far sfilare sul banco degli imputati il gotha della DC. Il bersaglio grosso era Attilio Piccioni, vicepresidente del Consiglio, democristiano di ferro. Per mandarlo a fondo bisognava colpire suo figlio Piero: musicista e pianista jazz, frequentatore, secondo le voci, di festini nella tenuta di Capocotta del marchese Ugo Montagna.
La storia cominciò, come quasi tutte le storie italiane, da un pettegolezzo. Il giornalista Silvano Muto scrisse di orge, droga, nottate dissolute a Capocotta. Scrisse che Wilma Montesi c’era finita dentro. Che la sua morte non era un incidente. Bastò questo. La procura di Roma aprì le danze. Piero Piccioni finì agli arresti, qualche mese per gradire a Regina Coeli. La stampa impazzì. Il paese si divise tra chi credeva al complotto e chi voleva credere al complotto.
Dov’era Piccioni la sera del 9 aprile 1953, data in cui Wilma sparì? La risposta era semplice: ad Amalfi, con Alida Valli. La più grande attrice italiana del dopoguerra. La donna che aveva lavorato con Hitchcock ne Il caso Paradine, con Carol Reed ne Il terzo uomo accanto a Orson Welles, per Luchino Visconti in Senso. Una carriera che pochi in Europa potevano vantare. Fama internazionale, contratti a Hollywood, il mondo ai suoi piedi. Ecco cosa aveva da perdere Alida Valli. Tutto.
E invece non perse la testa. Non recitò la parte della donna ingenua che non sapeva niente. Non scomparve dietro il vittimismo. Si sedette davanti ai giudici e disse la verità: “eravamo insieme ad Amalfi, Piero e io, e se non mi credete non ci posso fare niente”. Fine. Nessuna esitazione, nessuna ritrattazione, nessun piagnisteo. Una deposizione limpida, consegnata con la stessa classe con cui recitava.
Bisogna capire cosa significò quel gesto nell’Italia del 1953. Le amanti erano un’infamia, e rischiavano la galera, come capitò all’amica speciale di Fausto Coppi, la Dama Bianca. Alida era ancora moglie di Oscar De Mejo — separata di fatto, ma non di diritto — e viveva con Piccioni come se fosse normale. Per la società dell’epoca non era normale. Era uno scandalo. E lei, invece di nasconderlo, lo confermò davanti a tutti. Disse: “sì, ero con lui, era il mio uomo, ero lì”.
Il risultato fu prevedibile. La macchina del fango si mise in moto anche contro di lei. I giornaloni la accostarono ai festini di Capocotta, alle orge, alla droga. Il suo nome veniva sporcato ogni giorno di più, con quella tecnica di insinuare senza mai affermare, di distruggere senza mai firmare la condanna. «Una lepre ferita», la descrisse Oriana Fallaci in un pezzo dell’epoca. Una definizione impietosa, e esatta.
Le costò contratti. Le costò il pubblico. Le costò anni di prostrazione. Il cinema italiano, quello che avrebbe dovuto proteggerla come una delle sue glorie, per un po’ la tenne a distanza. Troppo compromessa, troppo vicina allo scandalo. Il pudore ipocrita di un paese che adorava le dive solo finché stavano zitte e belle, e le scaricava non appena osavano avere una vita propria.
Il processo si concluse con le assoluzioni di Piccioni, Montagna e altri per insufficienza di prove. Attilio Piccioni, nel frattempo, si era già dimesso da tutte le sue cariche. Segno che la giustizia vera — quella politica — aveva già fatto il suo corso, a prescindere dai verdetti. Wilma Montesi? Dimenticata. La sua morte non fu mai spiegata davvero. Finì nel nulla. Le vite delle persone qualsiasi finiscono sempre nel nulla, in questi casi, quando cessano di essere utili.
Alida Valli, invece, rimase. Ci volle del tempo, ma rimase. Negli anni Sessanta e Settanta tornò a fare cinema con i migliori. Il talento non si era consumato. La dignità neanche.
Una cosa è certa: Alida Valli, nel momento in cui sarebbe stato conveniente mentire o sparire, disse la verità e rimase in piedi. In un paese dove la fedeltà si misura sempre a seconda di quanto conviene, lei non fece i conti. Disse quello che sapeva e pagò il prezzo.
Questo si chiama carattere. È una merce rara, in qualsiasi epoca. Nel 1953, per una donna sola contro la stampa, la morale pubblica e il sistema intero, era qualcosa di straordinario. Straordinario come Alida.

















