In ricordo di Norma Cossetto stuprata dai partigiani comunisti

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Era l’estate del 1943 e stava raccogliendo il materiale per la sua tesi di Laurea, intitolata L’Istria Rossa, che avrebbe discusso di lì a poco all’Universtà di Padova: lei era Norma Cossetto, insegnate precaria e studentessa, nata 17 maggio del 1920 a Santa Domenica di Visinada in Istria. Ma quel lavoro accademico non vide mai la luce: il 26 settembre di quell’anno un gruppo di partigiani comunisti titini la sequestrò e la portò nell’ex caserma dei Carabinieri di Visignano con l’obbligo di aderire al Movimento Popolare di Liberazione. Lei si rifiutò e per quel rifiuto iniziò l’inferno che la portò a una morte atroce: il giorno dopo la presero di nuovo e la portarono via. Non sarebbe più tornata a casa: diciassette aguzzini, partigiani comunisti, la legarono ad un tavolo, ripetutamente la violentarono, le recisero i seni e proseguirono con sevizie abominevoli e innominabili che finirono solo nella notte tra il 4 e 5 ottobre quando, insieme ad altri prigionieri, Norma Cossetto venne condotta con la forza fino a Villa Suriani e ancora viva gettata in una foiba. Aveva solo 23 anni.

Come dice Edoardo Sylos Labini direttore e fondatore di CulturaIdentità, questa è una pagina di inaudita violenza rimasta vergognosamente nascosta per troppi anni in molti libri di storia. Ed è per questo che con CulturaIdentità e il Comitato 10 Febbraio Norma Cossetto verrà ricordata i prossimi 4 e 5 ottobre in oltre 200 città italiane con una rosa rossa presso i monumenti simbolo della Grande Guerra, delle foibe e della violenza contro le donne. Un messaggio, quello di Norma Cossetto, di drammatica attualità, afferma Labini, non solo per il carattere ignominioso della violenza esercitata contro una donna per motivazioni politiche: si pensi alle manifestazioni di questi giorni delle donne in Iran contro la repressione e a favore della libertà, quella stessa libertà che Norma Cossetto difese fino all’estremo sacrificio. La violenza contro le donne va combattuta ogni giorno: ricordatela con noi con una rosa rossa in tutte le città italiane.

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5 Commenti

  1. Sono basito. Anche Lei intruppato nel gregge che considera ” l’uomo sempre carnegice e la donna sempre vittima”! Quibdi Lei vuole combattere la violenza di genere, non la violenza. LA VIOLENZA NON HA GENERE!

  2. uno degli innumerevoli crimini commessi dai criminali rossi che combattevano per rovesciare il nazifascismo ed instaurare una dittatura stalinista in Italia ed in Europa !!!Grazie al vomitevole oscurantismo del “guai ai vinti”, la maggior parte dei crimini comunisti in Italia ed in Europa, SONO ANCORA SCONOSCIUTI ALLE NJUOVE GENERAZIONEI . Io ho persino la testimonianza diretta dei miei genitori circa questi crimini ed il tragico è che i miserabili assassini del tempo, ANCORA VENGONO CELEBRATI qui in Italia con commemorazioni, vie e piazze intitolate ! Una pletora di criminali delinquenti assetati di sangue che tutt’ora permangono negli altari delle gloria … al posto delle loro povere vittime ! Che schifo !

  3. “… questa è una pagina di inaudita violenza rimasta vergognosamente nascosta per troppi anni in molti libri di storia”. Un lavoro che per lustri gli intellettuali comunisti facevano con piacere.
    Nell’attesa di un nuovo rinascimento nelle aule parlamentari, non resta che accontentarsi di sapere che “La débâcle del Pd e l’autoconservazione dell’oligarchia: ne aveva scritto Michels nel 1911”. – Di questa morte annunziata, non ieri né l’altro ieri ma 111 anni fa, dal sociologo tedesco naturalizzato italiano Robert Michels, e che ha più il sapore di una visione evangelica che il freddo prodotto di uno studio approfondito su un’oligarchia che del potere ne aveva fatto una ragione di vita che non aveva niente da invidiare al più sanguinario dei capitani di ventura, tuttavia, l’oligarchia rossa non ne ha tenuto conto. Affidando al destino, l’oligarca di turno, il compito di sfangargli quell’evento. E via a continuare a fare i propri, personalissimi interessi.
    In questo Ottobre del 2022, per Rula Jebreal, invece continua a essere la “Meloni una minaccia per la democrazia”. Con un però tuttavia da decifrare. Infatti, lei che fino a ieri dalla sinistra tutta era considerata una semidea per l’apporto d’acqua continuo e consistente alla ruota del mulino piddino, non riesce proprio a capacitarsi del perché adesso nessuno, da quella collina degli stivali, più la fila. E ciò le crea problemi esistenziali dato che non riesce a raccapezzarsi. Non riesce, insomma, a uscire dal suo personaggio a cui bastava aprire la bocca e vomitare contumelie contro questo o quel leader del centrodestra, per mandare in sollucchero l’intero organigramma del Pd. E mandarvisi. E più s’arrovella e più perde lucidità. E più perde lucidità e più annega nelle sue flatulenze di intellettuale ideologicamente impegnata. Adesso, però, non le resta che prendere il coraggio a due mani e comporre quel tal numero telefonico a cui sa di per certo che risponderà uno di quegli ascoltatori a pagamento che sanno come prendere il toro per le corna, mentre il paziente parla dei suoi disguidi intellettuali.

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