Norma Cossetto, una luce d’italianità resiste al buio delle foibe titine

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Grazie alla collaborazione tra CulturaIdentità e il Comitato 10 Febbraio il 4 e 5 ottobre in più di 200 città la ricorderemo con una rosa

Il 17 maggio del 1920 nasceva, a Santa Domenica di Visinada in Istria, Norma Cossetto. Una vita spezzata a soli ventitré anni. La sua tragica fine è l’esempio di come l’italianità millenaria dell’Istria sia stata cancellata con la violenza e di come l’ideologia rossa abbia negato il massacro di diecimila italiani, mentre più di trecentomila lasciarono le proprie case: un esodo pieno di dolore, ma anche di dignità e amor di Patria, che ha sparso i nostri fratelli dell’Adriatico orientale in 109 campi profughi e nel mondo. 

La vita di Norma, studentessa e insegnante precaria, fu spezzata la notte fra il 4 e il 5 ottobre 1943. I partigiani comunisti la gettarono ancora viva dentro la foiba di Villa Surani. Cosa volevano? “Liberare” l’Istria dalla presenza italiana: e, per questo, non colpirono solo simboli e protagonisti del regime mussoliniano, ma anche persone comuni, rappresentanti dell’italianità di una terra multietnica che, basterebbe leggere Dante o il geografo greco Strabone, era culturalmente italiana da almeno duemila anni. E Norma, figlia di un obiettivo politico, rappresentava tutto questo. Ma, soprattutto, era l’esempio di un orgoglio da spezzare e di un territorio da conquistare. L’orgoglio dell’appartenenza. Le propongono di rinnegare la propria famiglia e la propria Patria, ma lei rifiuta. Quanta forza si deve avere per dire di no a uomini armati che possono disporre della tua vita come vogliono? Eppure lei rimane salda, non vacilla, non cede. Forse perché, per citare un pezzo dello straordinario spettacolo di Simone Cristicchi, “non si può vivere senza essere italiani”. Lei dice di no. E per questo perde la vita. Norma rappresenta anche il territorio e il futuro. La violenza sessuale di gruppo a cui viene sottoposta non è solo il crimine di chi vede il corpo femminile come una cosa da possedere. È un messaggio: questa non è più la vostra terra, ce la prendiamo noi con la forza e ne facciamo cioè che vogliamo. Ora e per sempre. E di voi rimarrà una tomba nel cuore della terra, dove nessuno potrà portare un fiore e dove sparirà il vostro ricordo.

Eppure il sorriso di Norma Cossetto è la dimostrazione, come scrivemmo tanti anni fa, che “la verità non può essere infoibata”. Grazie all’impegno degli esuli e all’appoggio di pochi politici, il 10 febbraio è diventato una solennità nazionale. Nonostante giustificazionisti e minimizzatori vari, oggi moltissimi Comuni ricordano. Non basta. Come Comitato 10 Febbraio abbiamo pensato di ricordare il martirio e la vita di Norma Cossetto con una manifestazione nazionale dal titolo Una rosa per Norma. Oggi siamo arrivati alla quarta edizione.

Il 4 e il 5 ottobre prossimi, ma le iniziative proseguiranno almeno fino a domenica 9, circa 220 città ricorderanno Norma Cossetto portando una rosa in un luogo simbolico della propria città. Oltre al Comitato 10 Febbraio, sono tante le associazioni che hanno aderito e non potevano mancare l’Associazione Sottufficiali e CulturaIdentità. Sul sito del Comitato (www.10febbraio.it) e sulle sue pagine social è possibile scoprire data e luogo delle iniziative. L’abbiamo chiamata Una rosa per Norma perché la rosa non è un fiore qualsiasi. Quando ne vediamo una i nostri occhi sono pieni di bellezza e sempre ne cerchiamo l’odore per riempircene l’anima. E poi c’è un’altra cosa che ci viene istintivamente da fare quando vediamo una rosa: donarla a chi amiamo. Norma ha donato il suo fiore all’Italia e, come scrisse d’Annunzio, “certi ricordi bastano a profumare un’anima per sempre”. Il 9 dicembre 2005 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi insignì Norma della Medaglia d’Oro al Merito Civile con questa motivazione: “Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”. Una luce d’italianità più forte del buio di una foiba e della censura comunista.

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