La memoria vive contro l’orrore dell’olocausto e delle foibe

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A Roma oggi 2 febbraio alle ore 16.30 allo Spazio WEGIL, una tavola rotonda per non dimenticare i campi di sterminio nazisti e le foibe comuniste

80 anni fa, rispettivamente nel 1945 e nel 1947, si poneva fine a due tra i più tragici eventi che segnano indelebilmente la storia umana. Il 27 gennaio ricordiamo la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, una vera e propria fabbrica di morte. Il 10 febbraio è la fine delle Foibe, è la firma dei trattati di pace di Parigi, ed è la congiura del silenzio che avvolge il dramma dell’esodo e il ricordo di innumerevoli vittime tuttora inghiottite da una storia sicuramente poco raccontata.

L’odio immotivato, frutto di un pregiudizio e matrice di entrambe le due tragedie ci permette oggi di parlarne non come singoli fatti, accaduti separatamente, a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, ma entrambi come risultato disumanizzante di una crudele storia passata.

Da quei fatti, si sono susseguite 8 generazioni differenti, fino alla più recente: la Generazione Beta.

Nel tempo, si è continuato a discutere e ricordare quei frammenti di storia, ma sempre di più ci si allontana da essa. Gli studenti, soprattutto delle nuove generazioni, hanno sempre più difficoltà a percepire i fatti accaduti come propri in quanto patrimonio di una memoria collettiva, il rischio che si corre pertanto è che la ricorrenza diventi un mero adempimento scolastico.
Non sono, quindi, tragedie avvertite come riprovevoli da i più piccoli, che ora si approcciano ai libri di storia, unica loro testimonianza di fatti non vissuti, nemmeno indirettamente. Sono immagini orribili, che rischiano tuttavia di essere concepite solo come tali. E in un mondo veloce, in una società in rapida e continua trasformazione cresce il bisogno di radici salde, che vanno necessariamente cercate nella storia passata per forgiare il futuro.

La memoria è viva quando è condivisa. La routine celebrativa porta all’oblio.

Quando la celebrazione diventa pura formalità, rito annuale o “retorica”, la memoria perde la sua capacità di trasformare il presente e rischia di scomparire, divenendo l’eco di un lontano errore passato. Ciò si inasprisce se la storia e in particolare queste due tragedie vengono percepite esclusivamente come trauma.

È un trauma, che quando discusso spezza la voce e indubbiamente non si affronta a cuor leggero.
Ma allo stesso tempo è un trauma che si tende ad allontanare, per paura di realizzare nel profondo di noi stessi l’odio e la crudeltà di cui è capace l’essere umano, che arriva ad annullare la propria identità per macchiarsi di crimini disumanizzanti.

Ridurre le persone ad oggetti, attraverso la svalutazione morale dell’altro, considerandolo “meno umano”, per giustificare la perpetrazione di atrocità, è qualcosa che la società tutta deve concepire e assimilare come insano, per poter dettare altre rotte future, che non trovino radici nell’odio pregiudiziale.

Capendo quindi che la consapevolezza del presente e la consapevolezza del passato sono strettamente correlate, spesso in un rapporto di proporzionalità diretta, poiché il passato forma l’identità attuale e influenza i pensieri e i comportamenti di ciò che accade “oggi”, siamo quindi qui, non soltanto per ricordare, ma per interrogarci su come la memoria possa continuare a parlare al presente e alle generazioni che verranno. Perché l’odio pregiudiziale non nasce all’improvviso: cresce nell’indifferenza, nel silenzio, nella semplificazione dell’altro. Ed è proprio in questi spazi – la scuola, l’arte, lo sport, la pubblica amministrazione – che si formano coscienze, linguaggi, comportamenti. Questa tavola rotonda vuole essere allora un momento di confronto su come rendere la memoria uno strumento vivo, capace di educare, di prevenire e di orientare scelte future che non trovino radici nella disumanizzazione dell’altro.

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