La nostra offerta all’Italia più bella

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La copertina dell’ultimo numero di “CulturaIdentità” con il più celebre dei motti dannunziani: IO HO QUEL CHE HO DONATO ha un significato profondo, che va oltre il mero impatto estetico e comunicativo.

È un’esortazione alla generosità patriottica cui quell’affermazione, incisa sul frontone all’ingresso del Vittoriale, è originariamente legata. Gabriele d’Annunzio affermò di averla trovata scolpita nella pietra di focolare di un camino del Quattrocento, e ad essa si ispirò quando sul crinale dell’esistenza decise di donare tutte le sue opere all’amato popolo italiano: “Come la morte darà la mia salma all’Italia amata, così mi sia concesso preservare il meglio della mia vita in questa offerta all’Italia amata”.

Donarsi generosamente alla Patria, oggi, in questo particolare momento storico, è chiamata accomunante nel tempo inquieto della scelta per la Nazione. È speranza, fantasia appassionata, realismo magico. È un prepotente richiamo a riprendere le più antiche, segrete, perfino ignote ragioni dell’esistenza identitaria. È azione e attivismo. È azione come figlia della ragione, coscienza politica che non concede respiro ai tempi di crisi. È attivismo come misticismo appassionato, figlio del sentimento. È vocazione a un tempo poetica e attiva. È partecipazione comunitaria ai destini della Patria. È tensione lirica alla realtà, la stessa che accompagnò le esaltanti avventure del “poeta-soldato”.

Esempio inimitabile di audacia, d’Annunzio. Scese nei campi di battaglia quando aveva ormai 52 anni, con una tale carica di entusiasmo che lo fece ardito tra gli arditi, giovane tra i giovani, volontario tra i volontari.

Tra le pagine d’arte dedicate dal poeta alla Patria, è difficile scegliere quella che più ne esalti il mito del “darsi” patriottico, che non è prassi materialista, non è dialettica, non è lotta di classe, non è tesi contro antitesi. È intuizione creativa.

Il nazionalismo di d’Annunzio è la vicenda straordinaria dell’unione di vita e lirica. Questa unione feconda traspare da una delle pagine più dimenticate del poeta-soldato, quella del suo ricordo dei territori italiani straziati dalla guerra che gli erano apparsi durante il suo volo su Vienna nell’agosto 1918, a bordo di un biposto SVA. Era quello l’inizio della fine del conflitto che vedeva su fronti opposti Italia e Impero asburgico. “Quel viso dell’Italia bella lo vedemmo farsi doloroso quando oltrepassammo il Piave che ha una sola riva…”.

Il pianto di d’annunzio si fece offerta di sangue alla patria. Un’offerta vincente, tanto che il giornale socialista Arbeiter Zeitung celebrò l’impresa dannunziana chiedendosi se ci fosse in Austria qualche poeta disposto a simili avventure patriottiche. Non ce n’erano. D’Annunzio era uno, ed era solo in Italia, per l’Italia.

Rivedere il viso dell’Italia bella. L’esortazione dannunziana funge oggi da leva dello spirito per una comunità di patrioti nel tempo inquieto della scelta. Non è vero che i cuori non si elevano più ai valori della Patria. Si tratta solo di abbattere i diaframmi creati in tutti questi anni dalle forze politiche e dalle correnti culturali materialiste. Ricordare i poeti-eroi serve soprattutto a questo.

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