Mattia Santori: la parabola del cerchietto e della tutina

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Ovvero, fenomenologia di Mattia Santori, portavoce nazionale delle Sardine

Anche Umberto Eco, uso a varie fenomenologie, sarebbe in difficoltà a commentare il testo. Anche lui, che pure in vita aveva vergato il sommo dottrinario Come viaggiare con un salmone, faticherebbe a trovare le parole giuste.

Nel tempo dei fake ho sperato che fosse un falso, ma non lo è: compare davvero sulla pagina Facebook di 6000 sardine sotto il titolo: “Chi è Mattia Santori, portavoce nazionale delle sardine?”. 

Basterebbe pubblicare il testo intonso, senza aggiungere glosse o scoli, e senza alcun intento di celia per riderne di gusto nei prossimi decenni, vuoi per le iperboli e le esagerazioni, vuoi per la prosa apologetica, che ne fanno un testo assolutamente comico che neppure Ettore Petrolini avrebbe ardito tanto con il suo Nerone e la plebaglia assisa a osannarlo: “Bravo. Grazie. Bravo Grazie. Bra. Zie”.

Ma così è: Mattia Santori e il suo copywriter, sempre che ne abbia uno e non sia lui stesso l’autore della lode, probabilmente non hanno mai visto Petrolini, né letto l’Apocolocyntusis di Seneca, dove si racconta dell’inzuccamento del divo Claudio. La zucchificazione di Santori è ancora più esilarante, forse per via del cerchietto che egli abitualmente usa per trattenere la chioma lungo ricciuta, così che la metamorfosi nel più vuoto degli ortaggi, foglie comprese, non merita il paragone con la dignità della satira di un filosofo contro l’imperatore.

In ogni caso, il prologo è da martirologio: “Per mesi lo hanno insultato, deriso, odiato, amato. Alcuni gli hanno augurato la morte, altri lo hanno snobbato, altri lo hanno minacciato, altri ancora, invece, sono scesi con lui in Piazza per inseguire un grande sogno”.  

La seconda strofa è agiografica: “Nato il 10 Luglio 1987, a Bologna, ha da sempre vissuto nel quartiere Saragozza, a due passi dallo Stadio. A 14 anni decide di ‘fare di testa sua’ e, contro i consigli delle insegnanti che lo volevano al liceo scientifico, sceglie l’istituto alberghiero di Castel San Pietro”. Cioè Santori, contro il volere di tutti quelli che lo volevano innalzare a liceale, sceglie di testa sua la strada degli umili alla maniera di San Francesco. Ma: “Passati cinque anni si rende conto che manca la passione per la cucina, ma, nel frattempo, si è accesa quella per lo studio”. Peccato davvero, perché avremmo uno chef in più e un capopopolo in meno.

Al ridicolo non c’è però fine: “Prima una Laurea triennale in Scienze Politiche, poi una magistrale in Economia e Diritto conclusa ottenendo il massimo dei voti e con una tesi sulla Tav. Ed ora un lavoro da ricercatore energetico che si aggiunge alle sue due vere passioni, i bambini e lo sport”. Ebbene: “Spento il computer, infatti, si infila una tuta e vola in palestra per dedicarsi al gioco, valorizzandolo come strumento educativo: insegnante di atletica, frisbee, basket. Il rapporto speciale che lo lega ai bambini ha radici lontane, nasce dai tempi della parrocchia che è stata la sua seconda casa fino alla partenza per l’Erasmus”.

Ci vorrebbe davvero tempo e voglia e spazio per analizzare quest’ultima pericope. Ci proviamo ben consci dei limiti dell’esegesi testuale: Santori, immaginiamo indossando il consueto cerchietto, spegne il computer e come Superman si infila una tuta e, addirittura, “vola” in palestra per dedicarsi al gioco, ma attenzione: non perché è un perdigiorno, non sia mai, bensì per valorizzare il gioco come “strumento educativo”. Perché egli è – notare bene il climax ascendente – “insegnante di atletica, frisbee, basket”.

Tralasciamo la tuta per ora e concentriamoci invece sul termine medio del climax, “frisbee”: Santori sarebbe insegnante di quello sport anni Ottanta, dico sport per non dire gioco, che gli americani praticavano nei parchi, e che arrivò da noi in Italia sulla scorta dell’aerobica, con Jane Fonda, mentre Cecchetto lanciava i TipiniFini che, a disdoro del nome, non portavano neppure il cerchietto. Santori insegnerebbe ai bambini a lanciare il frisbee – e mi figuro la fatica, il sudore sotto la tutina e gli scaldamuscoli – ma come “strumento educativo” in quanto il frisbee è notoriamente una metafora della vita, lo lanci e lo prendi, talvolta ti cade.

Quindi prosegue la parabola al grido “lasciate che i bambini vengano a me”: “Il rapporto speciale che lo lega ai bambini ha radici lontane, nasce dai tempi della parrocchia che è stata la sua seconda casa fino alla partenza per l’Erasmus”.

In sostanza Santori, in parrocchia, che è la sua seconda casa, ci è stato per molti anni a giocare a frisbee con i bambini, almeno fino all’Erasmus (quindi se non erriamo egli era un educatore dell’oratorio che passava le giornate a lanciare il frisbee). Si è iscritto non si capisce perché all’istituto alberghiero, forse per cazzeggiare. Poi gli si è accesa una luce, come Saulo sulla via di Damasco.

Si continua tra perepepè e poriponzipà: “Una vita vagabonda la sua (nb l’anacoluto per far crescere la suspense, perché non è la “mia” o la “tua” o la “vostra” vita, semmai “la sua” di vagabondo che manco i Nomadi di Guccini) caratterizzata non solo da lunghi viaggi in bici con gli amici (in cui conosce Andrea e Roberto), ma anche da vere e proprie ‘emigrazioni’ in altri paesi”. Egli infatti non viaggia, bensì “emigra”, come le rondini o i disperati, egli è un migrante, espatria – suggerisce il dizionario – si trasferisce cioè in un altro Paese straniero temporaneamente o stabilmente, in cerca di lavoro o per motivi politici.

Santori con l’Erasmus non fa dunque le consuete esperienze di lavoro, non fa il cameriere per guadagnarsi un gruzzoletto, no!, egli migra: “Sette mesi in Francia per studio, altrettanti in Grecia per amore, poi Venezuela, Colombia e Ecuador. Luoghi e mondi che lo forgiano alla diversità e che lasciano segni: il welfare francese, la solidarietà greca negli anni della crisi, il lato oscuro del regime venezuelano di Chávez”. Egli viene addirittura “forgiato” da queste esperienze, come lo Jünger volontario nelle tempeste d’acciaio della Prima Guerra Mondiale, egli studiando in Francia apprezza (o forse no) il welfare francese, innamorandosi in Grecia non fornica come tutti i giovani che vanno in Grecia in vacanza, ma apprezza la “solidarietà” di quel popolo, egli è Erodoto con lo spirito di Tucidide, osserva, impara, e come Lou Reed passeggia nel “lato oscuro del regime” di Chavez. Se Celine e Conrad avessero indossato il cerchietto avrebbero potuto aspirare ad essere Santori.

In ogni caso, sfinito dalle continue catabasi negli inferi, Santori finalmente torna nella “sua” Bologna: non quella dei bolognesi, la “sua”, ma “continua a viaggiare, questa volta con la mente. Perché, in fondo, Mattia Santori è questo. Un sognatore, un vulcano di idee ed emozioni, di visioni, di prospettive. Una persona estremamente sensibile e coriacea al tempo stesso, che empatizza le sofferenze altrui ma che si batte fino allo stremo per una giusta causa. Un trascinatore che ama coinvolgere ed essere coinvolto, un eterno ragazzo che crede di poter cambiare il mondo partendo da un cambiamento interiore”.

Dopo la traversata nel deserto, tra Francia e Grecia, dopo l’emigrazione in Venezuela, egli, il Messia, è pronto.

Sogna, le idee letteralmente gli esplodono dal cervello/zucca come un vulcano, empatizza le sofferenze altrui, cioè proprio come un Cristo, “deriso” e “amato”, vilipeso, si carica delle sofferenze altrui, le fa proprie, si batte fino allo stremo nella “sua” Bologna, ovviamente, “per una giusta causa”, perché egli “crede di poter cambiare il mondo”.

Però non con la rivoluzione, eh no, semmai partendo da una palingenesi personale, un rinnovamento orfico, “un cambiamento interiore” per cui rigenerando la propria anima, alla fine dei tempi, rigenererà il mondo.

C’è una certa escatologia in tutto questo (anche una certa scatologia), ciononostante Santori: “Da mesi vive il peso di una responsabilità enorme. Tante persone credono in lui e nelle Sardine. Tante persone si aspettano tanto da lui e la sensazione di non fare mai abbastanza lo divora”. Mattia Santori è lacerato, divorato dal peso delle responsabilità (e del cerchietto che gli stringe la nuca), tutti i suoi adepti, prima gli apostoli Andrea e Roberto, poi i seguaci, infine la masnada di fedeli “credono in lui e nelle Sardine” (non sarò certo il primo a notare che proprio nelle catacombe il cristo era raffigurato con l’acronimo “ictus” pesce).

Mattia (un nome biblico) “si è messo in gioco, ci ha messo la faccia e la reputazione. Sa che il prezzo dei suoi errori è nettamente più alto del dovuto” ma ci spiega che “il diritto all’errore del principiante è la chiave per lo svecchiamento della società. La sua presenza in televisione, il suo tenere testa a vecchi lupi della politica sono stati d’esempio per tantissimi di noi”.

E qui si svela che l’estensore del ritratto è proprio un testimone, uno di quelli che da principio non credendo ha infilato il dito nella piaga del Salvatore ed ora, infilatolo, crede fermissimamente, e infatti canta l’inno al redentore: “Se gli chiedi (a Mattia) quanto gli pesi la sua nuova vita ti risponde sorridente che ‘le sardine sono nate dicendo che il terreno fertile al populismo è la passività delle persone, se ci fossimo nascosti non saremmo stati coerenti’. Alla fine è tutto qua: se vuoi che la politica non sia ridotta ad una giungla di volpi, lupi e sciacalli, armati di coraggio, mettici il cuore, lavora per la collettività, rivendicando una visione alta e un senso di appartenenza ad una dimensione sardinica”. (nb non sappiamo se volesse dire “sardonica”).

Nonostante i suoi occhi stanchi, capisci al volo che Mattia è profondamente innamorato di quello che sono le Sardine e di quello che potrebbero diventare”.

Qual è, dunque, il futuro delle Sardine, che cosa ci aspetta?”, chiede ansioso l’evangelista.

Il bello dei pesci è che sono sempre in movimento, possono cambiare habitat ma senza perdere la capacità di leggere le mareggiate. Noi siamo portatori di un sentimento alternativo che non si è affatto esaurito, che crede nella prossimità della politica, ma che può vivere solo se portato avanti da una collettività. Le Sardine sono state un grande esame di coscienza collettivo, ora bisogna metterci la faccia. Noi ce l’abbiamo già messa, vediamo se al prossimo invito qualcuno ci farà compagnia”.

Non saprei andare oltre. La parabola termina. Non riesco neppure a riderne, il tono messianico se non fosse ridicolo sarebbe profano.

Alessandro Di Battista sta a Mattia Santori come Che Guevara a un parrucchiere di Casalecchio. Ogni generazione ha avuto i suoi miti, e questa delle Sardine venti/trentenni ha come idolo uno che si mette il cerchietto per trattenere i ricci e che si fa scrivere lodi patetiche sulla propria pagina Facebook.

Meglio Fedez tatuato che Santori incerchiettinato, meglio Chiara F, perfino meglio Elettra Lamborghini, meglio qualsiasi cosa.

La generazione giovane dei Novanta era grunge e aspirava a suicidarsi come Kurt Cobain, quella degli Ottanta voleva morire di eroina ma col gusto dell’edonismo reganiano, quella dei Settanta sparava con la P38, quella dei Sessanta stava ricostruendo l’Italia (senza cerchietto), quella dei Cinquanta aveva visto la guerra, quella dei Quaranta l’aveva fatta o subita. Ora c’è Santori, indossa i panni del profeta, ma fa l’effetto di Ted Neeley in Jesus Christ Superstar che cantava in falsetto come i Bee Gees.

Paralipomeni. Tra l’altro, ultima annotazione: Santori non è neppure giovane, avendo trentatré anni, gli anni fatidici. Buona parte dei miti di ogni campo della vita avevano già fatto e detto tutto, nello sport (frisbee a parte) i grandi campioni a questa età pensano di ritirarsi, e nell’arte i più grandi geni si approssimavano a morire o erano già morti (Keats, Shelley, Byron, ma anche Piero Manzoni e Yves Klein, Leopardi, Raffaello, ovviamente Baudelaire, Apollinaire…). Ed invece, Santori il visetto giovane, la barbetta, i ricci, il cerchietto sembra interpretare nell’immaginario collettivo l’eterno giovane, ma senza cultura, senza neppure gli ideali forti di quella sinistra a cui sembra voler partecipare, senza nulla.

8 Commenti

  1. Bellissimo quest’ articolo! mi ha fatto davvero divertire ! complimenti ad Angelo !….mi permetto di aggiungere che anche il simbolo non è quello delle sardine come pensavamo, ma quello dei primi Cristiani nelle catacombe !!…ecco a Noi il Nuovo Messia !….Santori !…ahahahaha…..dai almeno ci fà divertire un pò !

  2. la stampa italiana ha creato questo deficiente che in ogni caso alle prossime elezione prenderà alcune migliaia di voti espressi da alcune migliaia di deficienti!

  3. Pensandoci bene, caro Angelo, il problema non è il Santori, che è un ragazzotto pilotato senza arte ne parte, il problema sono le migliaia di persone che sono scese in piazza con lui per protestare non si sa contro cosa. A questo punto chi è sceso in piazza con la Greta almeno sapeva il perché.

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