Sabato 24 ottobre, Roma ha assistito a due manifestazioni profondamente diverse. Nella stessa città, a poche ore di distanza, sono emersi due modi opposti di intendere la partecipazione politica. Da una parte, il corteo degli studenti di destra, che hanno attraversato le strade della Capitale in maniera ordinata e compatta. Dall’altra, una mobilitazione antagonista sfociata nell’ennesima giornata di tensioni, con il Colosseo preso d’assalto e le forze dell’ordine bersagliate da bottiglie, petardi e bombe carta. Due immagini che raccontano una frattura culturale prima ancora che politica.
La mattina, i giovani di Azione Studentesca e Azione Universitaria hanno attraversato le strade del quartiere Prati, da piazza della Libertà a piazza Risorgimento, dietro uno striscione che recitava «Sblocchiamo tutto». Una risposta esplicita alla stagione dei blocchi e delle occupazioni che hanno segnato le ultime settimane. Un corteo partecipato, animato dall’entusiasmo di tanti ragazzi che hanno scelto di far sentire la propria voce in maniera pacifica. Una dimostrazione concreta di come sia possibile manifestare con determinazione, senza trasformare le strade in un campo di battaglia. Mentre altre piazze sono finite al centro delle cronache per gli scontri con le forze dell’ordine, gli studenti di destra hanno rivendicato il proprio diritto a essere protagonisti del dibattito pubblico, portando avanti le proprie idee in un clima di entusiasmo e concludendo la manifestazione senza incidenti.
Poche ore dopo, il centro della Capitale ha cambiato volto. Nel pomeriggio, la mobilitazione dei collettivi studenteschi e dei centri sociali ha raggiunto il cuore di Roma. Alcuni manifestanti incappucciati hanno forzato gli accessi del Colosseo, occupandone temporaneamente l’ingresso. Il corteo ha poi attraversato diverse zone del centro, fino agli scontri nei pressi di largo di Santa Susanna, dove il lancio di oggetti e ordigni pirotecnici contro gli agenti ha provocato l’intervento degli idranti.
Il bilancio nazionale della giornata parla di nove arresti, 87 denunce e 371 persone accompagnate negli uffici di polizia. Numeri che restituiscono la gravità di quanto accaduto nelle diverse città italiane, da Torino a Bologna, passando per Roma. Una giornata nella quale le forze dell’ordine sono state chiamate ancora una volta a contenere episodi di violenza, mentre il normale svolgimento della vita cittadina è stato compromesso dalle tensioni.
Ma il dato più preoccupante non riguarda soltanto l’ordine pubblico. È il progressivo svuotamento di significato della protesta quando la contrapposizione diventa l’unico linguaggio riconoscibile. Quale messaggio politico può arrivare da un volto nascosto dietro un passamontagna? Quale rivendicazione può essere rafforzata dal lancio di una bomba carta contro un poliziotto? E quale conquista sociale può nascere dal saccheggio di un supermercato o dalla devastazione di un negozio? Dietro ogni serranda distrutta c’è spesso una vita intera di sacrifici, anni di lavoro e risparmi investiti da persone che ogni mattina si alzano per mandare avanti la propria attività. Eppure, per chi sceglie la violenza, tutto questo sembra non avere alcun valore. Resta soltanto il disprezzo per il lavoro altrui e per il proprio Paese, accompagnato dalla miserabile pretesa di trasformare il vandalismo in una forma di lotta politica.
In questi comportamenti affiora un nichilismo che sembra aver sostituito la proposta con il gesto distruttivo. La città diventa il teatro di una sfida permanente, nella quale la violenza rappresenta uno strumento per ottenere visibilità. Una deriva che attraversa alcune frange dell’antagonismo e che rischia di trasformare questioni politiche anche legittime in un pretesto per cercare lo scontro.
Le immagini dei saccheggi avvenuti a Milano nel fine settimana precedente e quelle degli incidenti di sabato mostrano quanto possa diventare pericolosa questa concezione della piazza. Il disagio sociale e le difficoltà economiche possono alimentare proteste profonde. Nessuna di queste ragioni, tuttavia, conferisce una patente di legittimità a chi aggredisce gli agenti o mette a rischio l’incolumità altrui.
Ed è proprio su questo terreno che acquista significato il corteo degli studenti di destra. I giovani scesi in piazza a Roma hanno voluto dimostrare che la partecipazione politica può esprimere fermezza senza ricorrere alla violenza. La compattezza del corteo e la volontà dichiarata di avanzare proposte hanno offerto un’immagine differente da quella delle barricate e degli scontri.
Il confronto riguarda anche il significato attribuito alla ribellione. Esiste una differenza sostanziale tra contestare un sistema per modificarlo e considerare ogni regola un ostacolo da abbattere. Nel primo caso, la protesta conserva una responsabilità verso la comunità. Nel secondo, rischia di consumarsi in una sterile esibizione di forza, nella quale il gesto eclatante conta più delle conseguenze.
La politica giovanile dovrebbe essere il luogo delle idee e della capacità di immaginare il futuro. Quando diventa una competizione a chi provoca maggiori disordini, finisce per tradire proprio quella generazione che pretende di rappresentare. Il giovane che lancia una pietra contro un agente non è più ribelle di quello che attraversa una città con una bandiera e uno striscione. Ha semplicemente scelto un comportamento che mette in pericolo gli altri e impoverisce il significato della propria protesta.
La manifestazione romana di Azione Studentesca e Azione Universitaria ha proposto un’altra immagine della militanza: giovani determinati a far sentire la propria voce e capaci di concludere il corteo senza trasformare il dissenso in disordine. Una lezione di civiltà per chi continua a confondere il diritto di manifestare con la libertà di devastare le nostre città.
Il diritto di manifestare appartiene a tutti, indipendentemente dall’orientamento politico. Proprio per questo deve essere difeso da chi pretende di confonderlo con il diritto di intimidire o aggredire. Nessuna bandiera può giustificare comportamenti criminali e nessuna causa diventa più nobile quando viene sostenuta attraverso la violenza. Sabato, nella Capitale, il contrasto è apparso evidente. Da una parte una manifestazione studentesca che ha scelto di affidare la propria forza alla partecipazione collettiva; dall’altra, gruppi che hanno trascinato la protesta verso lo scontro con le istituzioni. Il futuro della politica giovanile si misura anche da questa scelta: costruire consenso attraverso le idee oppure cercare visibilità attraverso il caos.


















