Lepanto: quando l’Europa difese il suo mare

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All’alba del 7 ottobre 1571, all’imbocco del golfo di Patrasso, oltre quattrocento navi si fronteggiavano su un fronte di pochi chilometri. Su quelle tolde si decideva qualcosa di più di una battaglia: si decideva se il Mediterraneo sarebbe rimasto un mare conteso o sarebbe diventato un lago ottomano.

Dalla sconfitta di Prevesa, nel 1538, il Sultano dominava il mare, forte anche dell’alleanza con i corsari barbareschi che razziavano le coste italiane e spagnole e trascinavano in schiavitù interi villaggi. Solo il fallito assedio di Malta, nel 1565, aveva incrinato una certezza: i turchi potevano essere fermati.

Poi venne Cipro. Nel 1570 il sultano Selim II puntò sull’isola veneziana, ultimo baluardo latino del Levante. Nicosia cadde a settembre. Famagosta resistette quasi un anno, chiusa nelle sue mura, finché la fame non impose la resa. Le condizioni pattuite furono onorevoli; ciò che seguì non lo fu affatto. Il comandante Marcantonio Bragadin fu mutilato e scuoiato vivo. Le sue spoglie furono riportate solo anni dopo a Venezia, dove riposa ancora oggi nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo.

Dopo secoli di arretramenti e sconfitte era giunto il momento di reagire, per salvaguardare non solo gli interessi nel Mare Nostrum ma anche unire il mondo cristiano che da troppo tempo si combatteva internamente. Papa Pio V predicava da anni una lega di tutti i principi cristiani, scontrandosi con l’indifferenza delle cancellerie. Il 25 maggio 1571 quella predica divenne un trattato: nacque la Lega Santa, con la Spagna di Filippo II, la Repubblica di Venezia e lo Stato Pontificio, affiancati da Genova, dai Cavalieri di Malta, dal Ducato di Savoia e dal Granducato di Toscana.

Erano potenze che si detestavano “cordialmente” e che conducevano anche rapporti diplomatici diametralmente opposti. Venezia commerciava con il Turco e diffidava di Madrid; Madrid guardava al Nord Africa e considerava i veneziani inaffidabili; Genova era rivale di entrambe. Per una stagione, però, riconobbero di avere lo stesso nemico davanti alla stessa costa.

Il comando andò a don Giovanni d’Austria, ventiquattro anni, fratellastro illegittimo del re di Spagna, affiancato dal veneziano Sebastiano Venier, che di anni ne aveva settantacinque, e dal romano Marcantonio Colonna. Oltre duecento galee e sei galeazze salparono verso Oriente per cercare la flotta di Müezzinzade Alì Pascià. La trovarono a Lepanto.

Fu la tecnologia veneziana a dare il primo colpo. Le galeazze erano navi da carico riadattate. Lente e goffe rispetto alla galea, ma presentavano una novità che avrebbe cambiato la guerra navale: i cannoni. Schierate davanti alla linea cristiana come sei fortezze galleggianti, aprirono il fuoco quando gli ottomani erano ancora in avvicinamento e ne scompaginarono le formazioni prima che la battaglia cominciasse davvero.

Poi le flotte si incastrarono l’una nell’altra e lo scontro si trasformò in una gigantesca mischia di arrembaggi, dove a contare furono gli archibugi e la fanteria imbarcata. Sull’ala sinistra cadde il provveditore Agostino Barbarigo, colpito a un occhio. Al centro, dopo tre assalti respinti, gli spagnoli presero l’ammiraglia Sultana: con la morte di Alì Pascià la battaglia era decisa. Solo Uluç Alì, all’estremità opposta, ebbe la freddezza di sganciarsi e portare in salvo una parte delle sue navi.

In circa cinque ore la flotta ottomana cessò di esistere: oltre centosettanta navi affondate o catturate, decine di migliaia fra morti e prigionieri. Sottocoperta, incatenati ai remi delle galee turche, c’erano circa dodicimila schiavi cristiani, che quel pomeriggio tornarono liberi.

L’eco della vittoria fu immensa. Pio V istituì la festa di Santa Maria della Vittoria, che il suo successore trasformò nella festa del Rosario, celebrata ancora oggi in ottobre. Per la prima volta in una generazione, il mito dell’invincibilità turca era caduto.

Poi, come spesso accade, la politica riprese il sopravvento. Quella vittoria ebbe vita breve. La Lega non seppe sfruttarla: Madrid tornò a guardare al Nord Africa, Venezia al Levante, e la morte di Pio V nel 1572 privò l’alleanza dell’unico che sapesse tenerla insieme. Gli Ottomani, dal canto loro, rimisero in mare una flotta nuova in un solo inverno.

Fu allora che il gran visir Sokollu Mehmed Pascià avrebbe rivolto al bailo veneziano la sua frecciata più citata: prendendo Cipro, la Porta aveva tagliato un braccio a Venezia; a Lepanto i cristiani avevano soltanto rasato la barba ai turchi, che sarebbe ricresciuta.

I fatti gli diedero ragione. Nel 1573 Venezia firmò una pace separata, rinunciando a Cipro e pagando un’indennità di trecentomila ducati, pari a circa trenta milioni di euro odierni. L’anno dopo Tunisi tornava in mano ottomana. E un secolo più tardi, con la caduta di Candia nel 1669, anche Creta sarebbe andata perduta, ponendo fine alla presenza latina nel mediterraneo orientale.

Lepanto, dunque, non fermò l’espansione ottomana. Ma ne segnò il limite. Da quel giorno il Turco non tentò più grandi offensive navali verso occidente, e l’equilibrio fra le due sponde del Mediterraneo si stabilizzò.

Resta poi qualcosa che i trattati non registrano. Per una sola mattina una Cristianità divisa, diffidente e litigiosa seppe agire come un solo corpo, mettendo da parte rivalità secolari per difendere le proprie coste, i propri commerci e ciò che aveva in comune.

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