L’inquinamento aumenta il rischio di sviluppare sintomi gravi in caso di Covid

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Più ossido di azoto e polveri sottili corrispondono a maggiori concentrazioni di anticorpi

E’ indiscutibile la relazione tra stato di salute dell’uomo e ambiente in cui vive: da un punto di vista epidemiologico, attraverso l’incrocio tra dati ambientali, demografici, culturali e sociali si può tracciare, per una determinata popolazione, una serie di scenari possibili, così da regolare e prevedere azioni di politica sanitaria che migliorino la salute della popolazione e limitino i danni derivanti da malattie infettive o non comunicabili.

Per la nostra rubrica Italia che innova intervistiamo il Dott. Giovanni Leonardi, capo del gruppo di epidemiologia ambientale presso UK Health Security Agency (UKHSA) un’agenzia esecutiva del Ministero della salute del Regno Unito, equivalente al nostro Istituto Superiore di Sanità, e professore associato onorario della London School of Hygiene and Tropical Medicine.

Qual è il ruolo dell’epidemiologia ambientale nel sistema salute?

È noto il nesso causale tra inquinamento atmosferico e molte malattie cardiache, vascolari e respiratorie, purtroppo molti sottovalutano i rischi che si annidano nell’aria che respiriamo, nel cibo che mangiamo o nell’acqua che beviamo: l’epidemiologo si occupa proprio di questo. Nella società di oggi è indispensabile la sicurezza sugli alimenti: ci sono alcuni territori come la terra dei fuochi e tanti altri terreni contaminati in Italia come in Inghilterra, in cui è importante sviluppare metodi di monitoraggio, controlli più accurati per contribuire a prevenire alcune malattie croniche. Agricoltura e foreste sono e devono essere riconosciute come componenti del nostro benessere, ci sono malattie che si potrebbero evitare, la salute riguarda non gli ospedali quanto piuttosto tutta la nostra vita, dalle nostre case alla nostra tavola. Ci sono 50 anni di studi che mettono in relazione alimentazione e cancro, l’Italia possiede una naturale vocazione per il buon cibo, la buona musica e il clima mite, tutti elementi che non sono diversi dalla salute: se l’Inghilterra punta a essere leader nel settore dei farmaci allora l’Italia dovrebbe puntare sulla salute alimentare, spingendo, secondo il mio punto di vista epidemiogico, la ricerca sulla tossicità degli alimenti anche con stime del carico tossico di tutta la dieta nel suo complesso, stime rese piú sicure da osservazioni sul campo, e inoltre puntare a risanare le principali aree contaminate.

Prof. Leonardi lei vanta 27 anni di esperienza internazionale come coordinatore di numerosi progetti con team multidisciplinari, per studiare gli effetti dell’inquinamento atmosferico sui bambini, sulla contaminazione dell’acqua e sugli effetti sul cancro, sugli inquinanti organici persistenti e sugli effetti sul sistema endocrino e immunitario, nonché sulla valutazione degli effetti sulla salute del calore o delle inondazioni durante e dopo eventi meteorologici estremi

Ho coordinato uno studio per il governo ungherese sugli effetti di modeste (ma costose da evitare) quantità di arsenico contenuto nell’ acqua. In natura questo elemento è presente nel suolo, nell’aria e nelle falde acquifere del sottosuolo, in alcuni territori, le sue concentrazioni possono essere elevate a causa di attività produttive umane. Questa immissione e diffusione nell’ambiente dell’Arsenico altera gli ecosistemi e contamina la catena alimentare: una piccolissima quantità assunta ogni giorno diventa fattore cancerogeno. L’ International Agency for Research on Cancer classifica l’Arsenico come elemento cancerogeno certo di classe 1 e lo pone in diretta correlazione con diverse patologie oncologiche e in particolare con il tumore del polmone, della vescica, del rene e della cute. L’esposizione ad Arsenico attraverso l’acqua destinata a consumo umano è stata associata anche a cancro del fegato e del colon, malattie cardiovascolari e diabete. Se possiamo prevenire anche solo il 10 percento di tali malattie mantenendo stringenti limiti per la qualitá dell’ acqua, ció é un buon investimento.

Da marzo 2020 l’umanità intera ha dovuto fare i conti con la pandemia causata dal Covid 19, quanto l’inquinamento ambientale ha influito nella diffusione del virus e nella malattia ?

Sono i numeri che mettono in evidenza questa relazione: uno studio in Spagna ha dimostrato che l’inquinamento aumenta il rischio di sviluppare sintomi anche gravi in caso di Covid, oltre che di finire in terapia intensiva, lo smog non favorisce l’infezione, ma rende più probabile un decorso grave della malattia. Gli esperti hanno considerato 9’605 adulti, tra i 40 e i 65 anni, di questi 481 erano positivi al Covid. Per 4’000 dei partecipanti gli esperti hanno eseguito prelievi di sangue alla ricerca di anticorpi specifici contro il virus. È emerso che a una maggiore esposizione a ossido di azoto e polveri sottili corrispondono maggiori concentrazioni di anticorpi. Inoltre da studi simili è emerso che l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico è concausa del diabete incidente, così come di malattie cardiovascolari, respiratorie croniche e neuro-degenerative.

Cosa ne pensa della protesta di una larga parte della popolazione contro i vaccini?

Anche nel Regno Unito imperversa la protesta dei NoVax, io credo che sarebbe giusto trovare un punto d’incontro: non si può partire soltanto dai vaccini, perché se fra due anni dovesse esserci un’altra pandemia cosa facciamo? Bisogna pensare ai modi di prevenire l’insorgere di nuove epidemie, così come le attività di prevenzione devono essere rafforzate anche nelle regioni con risorse e organismi per far fronte a una pandemia e altre crisi. Io mi sono vaccinato e ho fatto anche il booster. L’ esempio della pandemia illustra le potenzialitá ed i limiti di collegare istanze decisionali di governo all’ apporto scientifico per la prevenzione. Infatti è stato proposto che due distinti paradigmi scientifici vengano utilizzati dalla comunità medica e scientifica per studiare il COVID-19. Il primo paradigma è per lo più guidato dalla costruzione di un modello matematico della trasmissione ed effetti del virus, mentre il secondo paradigma è per lo più guidato dalla raccolta di informazioni empiriche sul campo..

Quali politiche ambientali possono essere messe in atto per evitare nuove epidemie?

Terapie farmacologiche e attività di prevenzione e gestione dei piani pandemici meno centralizzati, le regioni hanno risorse ed organismi in grado di gestire con più attenzione il controllo delle ordinanze locali. siamo tutti stanchi della mascherina, a Londra, come a Milano si vede tanta gente che non rispetta le regole. In Gran Bretagna ci sono state tante polemiche sul modo di gestire i controlli perché hanno subappaltato ad aziende poco competenti ed è stata avviata un’ inchiesta. Certo è più difficile fare soldi con la prevenzione, ci vogliono vent’anni per vedere i risultati, in Inghilterra l’industria farmacologica è al centro dell’economia inglese tanto quanto la finanza, esiste una catena di produzione, un rapporto storico tra l’industria e il governo, in questo senso la produzione dei farmaci è favorita da un sistema capillare dai comitati etici agli ospedali e ai produttori.

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