Marco Lodola, il neo-futurista che illumina le icone pop

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Innovatore dalla nascita, da sempre coniuga mainstream e avanguardia

Marco Lodola, un artista del colore e della luce che ha ripreso l’esperienza dei “Fauves” e di Matisse, ovvero di quei pittori che attraverso un vivacissimo cromatismo vollero esprimere la gioia di vivere attraverso un’arte che desse il senso dell’immediatezza, andando oltre – da buoni avanguardisti – ogni accademismo. Lodola dall’inizio degli anni 2000 ha concepito la kermesse di Sanremo come la cornice di eventi artistici capaci di congiungere tradizione e modernità: il beato Angelico e Marinetti…

Chi ripercorre la biografia di Marco Lodola sa che Sanremo è stato anche un ritorno alla prima passione…

Da ragazzo volevo fare il musicista, poi mi sono buttato sui colori. La passione per la musica mi è stata trasmessa da mio padre che suonava il mandolino, che è poi la versione italiana dal banjo. Io stesso, per diletto, ho suonato di tutto: la chitarra, il basso, il mandolino. L’amore per la musica mi ha portato ad incontrare musicisti veri come Max Pezzali, Ron e un altro genio nato dalle mie parti Stefano Vai che da bambino con la sua famiglia va in America e diventa Steve Vai, il chitarrista di Frank Zappa.

È da questa passione che nasce l’idea di portare l’arte, e per giunta l’arte d’avanguardia, a Sanremo?

Sì, “debutto” a Sanremo per la prima volta nel 2008 quando decoro con un enorme pentagramma la facciata, abbastanza anonima dell’Ariston. Si arriva fino al 2018 quando espongo delle installazioni che rievocano il Cubo di Rubik: nella mia opera si riflettono i volti della gente, degli appassionati di musica che si accalcano al di fuori del teatro per carpire un sorriso, un autografo: il loro entusiasmo è una parte importante dello spettacolo del festival ed era giusto che venisse valorizzato artisticamente, come era giusto rendere omaggio a un re della canzone italiana come Domenico Modugno…

Autore di “Meraviglioso”, che canta lo stupore per la vita, una cifra che attraversa anche la tua opera: un’arte segnata dalla gioia di vivere, dal calore del colore.

Sì fin dai primi studi accademici che ho fatto a Brera, a Firenze è nata per me la passione per i Fauves, per Matisse, per questi artisti che usano colori accesissimi, spesso spalmati neppure col pennello, ma direttamente con le dita. Questo è stato l’imprinting del mio lavoro e a un certo punto mi sono chiesto cosa ci sia di ancora più potente del colore. E mi sono risposto: la luce, nella sua moderna espressione di luce elettrica, di LED.

E qui si inserisce la tua ispirazione futurista.

Sì, all’inizio degli anni Ottanta a Milano ci ispiravamo direttamente al futurismo storico di Filippo Tommaso Marinetti in un gruppo che si definiva apertamente come Nuovo Futurismo. Personalmente ero affascinato da personalità come quella di Fortunato Depero, uno dei primi artisti italiani ad andare alla conquista dell’America. Ha lavorato nel mondo del teatro, della moda, contaminando vari generi. È stato il creatore della celebre bottiglietta di forma triangolare del Campari.

Supremo gesto futurista è appunto quello di insinuare l’arte nella vita quotidiana: portare l’arte dove altri vedono soltanto l’aridità meccanica o un semplice oggetto pratico.

Esatto, per me è stato sempre così. E ho cercato di congiungere le suggestioni del Beato Angelico, dei futuristi, di Andy Warhol, che ha saputo creare arte straordinaria con i moduli della comunicazione pubblicitaria, ecco…io sono l’Andy Warhol delle risaie!

Warhol ha dimostrato che anche la ripetitività seriale può essere arte, se è fatta bene.

Quella serialità è il continuo approfondimento di un pensiero-chiave. Se noti, tutti i grandi artisti hanno continuato a dipingere sostanzialmente la stessa opera, così come i registi hanno girato sempre lo stesso film, perché alla base della loro creatività vi è un percorso biografico che si sviluppa sullo sfondo di un messaggio centrale. Pensiamo al messaggio che Kubrick ci comunica di film in film: “nonostante la scienza abbia fatto colossali progressi tu – uomo – resti sempre un animale”.

E diceva Heiddeger: “un vero pensatore pensa sempre e soltanto una idea”.

Ecco là! Confermo e rilancio questa affermazione.

E cosa centra il Beato Angelico?

Centra perché personalmente sono rimasto folgorato dal modo di dipingere immagini religiose con quello sfondo dorato che era tipico di questo monaco-artista.

Lo sfondo dorato dei maestri della tradizione pittorica diventa nella nostra epoca l’illuminazione elettrica.

In realtà i grandi artisti hanno sempre cercato di catturare la luce, a partire da Caravaggio…

Che ha colto l’ombra della luce.

Sì, cercano la luce e le sue variazioni ed io la luce nei miei lavori ho cercato di catturare. Negli anni ’80 visitai Las Vegas e ne rimasi meravigliato: con le sue insegne luminose è un museo a cielo aperto.

Dunque l’artista vince a Las Vegas: un messaggio positivo.

Assolutamente sì. È un paradiso dove puoi solo giocare, fare sesso e godere di luci che avrebbero affascinato Marinetti. Cosa vuoi di più…Nelle nostre città ci sono monumenti che tu non vedi di notte, ma solo di giorno. Sono illuminati male, perché di solito la luce si proietta solo alla base. Ho cercato di capovolgere la tendenza. Le mie opere si prendono vita con la luce quando fuori è buio: sono animali notturni.

Quale è il tuo giudizio su una tendenza che si è diffuse negli ultimi mesi, quella di illuminare con luci tricolori i palazzi storici e istituzionali italiani.

Senza entrare in meccanismi politici, quando c’è la luce sono sempre d’accordo. Primo perché dà una impressione di vita che dissolve la paura della tenebra, l’angoscia della notte. Anche i sogni sono luci nella notte e si dice che tu moriresti se dormissi senza sognare.

Torniamo a Sanremo, la tua esperienza all’Ariston dimostra che l’artista può superare le chiusure di un atteggiamento snob, congiungendo l’alto con il basso.

Io sarei per fare mostre d’arte anche nei supermercati, nei luna-park meglio ancora dei musei. In ogni luogo dove c’è vita. Per questo ho scelto di fare scenografie per i concerti di Pezzali, proponendo una idea artistica a centomila spettatori, soprattutto giovani. L’arte deve entrare dappertutto, anche nei luoghi più commerciali, e lo dice uno che ha esposto più volte alla Biennale.

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