L’irresponsabile esuberanza di Walter Chiari che si chiamava felicità

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Scena dal film Io piaccio Public Domain Wikimedia Commons

Cento anni fa nasceva Walter Chiari, al secolo Walter Michele Armando Annicchiarico. Riproponiamo ai lettori di CulturaIdentità un bel ritratto del grande attore veronese dalla penna di Max Del Papa per i trent’anni dalla sua scomparsa.

La verità è che ci manca Walter Chiari e ci manca da trent’anni. Ci manca come qualcosa che non potremo riavere. La sua disperata vitalità, quel sorriso in fondo rassegnato, che mascherava l’incoscienza della vita. Walter Chiari è di quelli non ripetibili e ci manca come ci manca un’epoca, come rimpiangiamo la nostra stessa età, se abbiamo fatto in tempo a conoscerlo; oppure come qualcosa che ci è sfuggito, ma di cui sospettiamo la felicità. Perché, a pensarci, l’irresponsabile esuberanza di Walter Chiari era felicità. Quel viversi dissoluto. Quel riempirsi di donne che non sapevano resistere e alle quali non poteva resistere. Quel buttarsi via, sfasciarsi, restare inaffidabile e poi farsi perdonare tutto con uno scatto del corpo, un monologo assassino, una improvvisazione irriverente. Ci manca Walter Chiari come un campione di una generazione di giganti che avevano scritta in faccia la disperata brutalità del vivere: ma chi poteva divertire e disturbare col vittimismo, come Sordi? Chi sapeva parlare con un burattino come Manfredi? Commuovere nel ruolo di un petomane, di un conte rovinato, come Tognazzi? Far venir giù un teatro come Gassman? Umanizzare tutto, ma proprio tutto, come Gino Cervi?

E poi arrivava Walter Chiari, il più irrequieto, irresponsabile e irresistibile di tutti. Che peccava come tutti, ma ha pagato più degli altri: logorato dal suo stravivere, punito dallo Stato paternalista che ha sempre in odio le schegge impazzite. Non sapeva redimersi Walter Michele Armando Annichiarico, origini pugliesi, nascita veronese, cittadinanza mondiale, e se n’è andato in silenzio, come addormentandosi, come si spegne una Marlboro, proprio lui, così fisico, così fragoroso. Così rockstar.

Terribile, perché in Walter Chiari c’era una inafferrabile gioia condannata, che è quasi impossibile rievocare. Come un malandrino che va incontro al suo destino e lo sa e ci va sghignazzando, incapace di resistere all’ultimo sberleffo. E gli sberleffi di Walter Chiari restavano incisi nella carne della società per quanto paradossali, esagerati, improbabili suonassero. Anche oggi. Prendiamo l’entropia verbale, lessicale che ci avvolge; un’etichetta per tutte: l’ormai usurata “bipartisan” (cioè: ipocrita, furbetto, paragnosta), via via rimasticato in bipartisain, baipartisan, baipartaisain, con allarmante deriva verso il gna-gna-gna del «vieni avanti cretino» di lui, Walter Chiari, il solo ed unico. Davvero capace di tutto, nella vita e sulla scena. Dulcis in fundo, il Sarchiapone. Che ha quasi 70 anni, ma è sempreverde. Il Sarchiapone, animale immaginario che nasconde la cialtronaggine da scompartimento ferroviario. Dio sa, oggi, quanto sia diffusa questa bestiaccia che non c’è però impazza: il Sarchiapone è la maschera grottesca dello zelante, del megafono del potere, sta sopra al virologo che le sbaglia tutte, alla provocatrice che si farcisce di involtini primavera e dà la caccia all’untore, al saltafila moralista, al fumettaro da centro sociale, al plagiatore affarista che decide chi è fascista, allo scienziato che dà i numeri puntualmente sbagliati, al benefattore in Lamborghini, all’intellettuale 4 stagioni.

Il Sarchiapone siete voi. Dai fumosi ectoplasmi sgranati in tonalità di bianco e nero, una immortale lezione d’umorismo: la gag ruota tutta attorno ad una gabbietta vuota, tenuta coperta da Carlo Campanini: ma a tenerla in piedi è un bel giovane, agitato, distinto, logorroico, che per dieci minuti non lascia scampo a chi lo osserva, lo ascolta col fiato sempre più sospeso. E si percepisce, si coglie che quella è acqua per il pesce-Walter, che guizza fuori dal copione, lo lacera, lo scardina e lascia sfogo alla sua prorompente creatività comica. Senza una banalità, una volgarità, una parolaccia strategica (vero, cari comici di Sanremo e dintorni?). Ora, il problema è che a darlo in pasto a un altro, chiunque sia, il Sarchiapone ne fa un boccone. Ci voleva Walter Chiari per addomesticarlo, in un vagone che diventava un ring. Campanini si era convertito, era diventato devoto di Padre Pio, Walter Chiari non ce l’aveva fatta: ammirava il Santo ma da lontano, non ce la faceva a tenere a bada se stesso. Incarnava e liberava tutta l’euforia ingenua di un’epoca che si scrollava di dosso le macerie di una guerra e riprendeva a sognare. Ribaltando, da artista unico, la lezione della comicità, il pianto che si fa sorriso tragico: lui partiva dal sorriso, dalla farsa, e riusciva a stenderci sempre sopra un impercettibile velo di tragedia.

La verità è che ci manca Walter Chiari, a noi che l’abbiamo amato. Ci manca come una parte di noi. E se un giovane non lo conosce, gli basta vedere il Sarchiapone su YouTube per innamorarsene. E, dopo, sentirsi un poco orfano, la fitta sottile di un dispiacere sfocato ma non per questo meno acuto.

1 commento

  1. Ho conosciuto Walter Chiari (come manager), l’ho frequentato come lavoro. Riferire della sua grandezza artistica si rischia di produrre qualche differenza. Walter non prevedeva nessuna differenza AVEVA LA SUA UNICITA’.

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