Luce Marinetti: “Quando spiavo mio padre dietro alla tenda”

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Gerardo Dottori, “La famiglia Marinetti” — presso Palazzo delle Esposizioni via Fb

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L’inedita intervista del 2007 alla terza figlia di FT, attivista e promulgatrice futurista

Quando quasi 20 anni fa bussai alla porta di Luce Marinetti, terza figlia del fondatore del geniale movimento Futurista, non mi aspettavo che quell’incontro avesse potuto influenzare le scelte artistiche ed anche di vita che mi hanno portato fino ad oggi. CulturaIdentità nasce con quello stesso spirito di aggregazione, di amore per gli artisti italiani che fece del Futurismo il più importante movimento culturale del ‘900. Luce, dall’Università di Yale, fece riscoprire quello che il padre aveva creato e che nel dopo guerra qualcuno cercava di oscurare. La sua forza, l’amore per FT e per l’arte mi hanno spinto a chiamare mia figlia come lei. Perché quel nome indica una via tracciata col cuore da una donna straordinaria che per tutta la vita ha avuto come unica missione quella di far conoscere il Futurismo nel mondo. Luce ci ha lasciati nel 2009, nell’anno del centenario del Manifesto Futurista, e questa intervista mentre sorseggiavamo un whisky è stata realizzata due anni prima della sua morte.

Luce, noi ci siamo conosciuti per la costruzione del mio spettacolo ispirato a FT, Donne, Velocità-Pericolo, ma cos’era la donna per Marinetti?

Marinetti amava le donne, oltre a mia madre (la pittrice Benedetta Cappa, ndr) amava contornarsi di altre artiste, scrittrici, donne creative e non esisteva minimamente per lui il culto della donna oggetto. Le donne per lui dovevano essere in movimento, mai statiche e passatiste.

C’è un po’ un luogo comune intorno al Futurismo che viene considerato un movimento maschilista.

Ma non è per niente vero! I Futuristi si batterono per il voto delle donne in Parlamento. Non facevano distinzioni tra uomini e donne in base al sesso. La donna futurista era una donna moderna, emancipata. Lo racconti bene nel tuo spettacolo col quel bacio aeroplanico: la donna non è preda, è lei che seduce e conquista. In fondo la donna l’ha sempre sedotto l’uomo, in tutti i tempi. Che l’uomo seduca la donna è solo un’illusione.

Nella  pièce   prendendo spunto da un romanzo del 1921 di FT L’alcova d’acciaio , la donna l’abbiamo quasi trasformata in macchina.

Si era la trasformazione di un’epoca e la voglia della donna futurista di evolversi, di guidare ad alta velocità. Nel romanzo di papà la macchina si umanizza e diventa femminile. (ndr Allora forse d’Annunzio copia da Marinetti quando nel 1926 scrive la famosa lettera ad Agnelli dicendo che l’automobile è femmina)

La velocità di FT era quelle delle macchine ma soprattutto dei treni.

Papà viveva in treno, sui treni scriveva e questo a me divertiva molto, infatti io odoravo le sue giacche che sapevano di stazione, allora erano treni puf puf. Negli scompartimenti declamava il manifesto futurista, e si portava dietro, in un vero tour in giro per l’Europa, gli artisti italiani che venivano così conosciuti ovunque. C’era una musicalità incredibile nei treni, il suono delle rotaie, il fischio della locomotiva che partiva. Era come una partitura musicale che Luigi Russolo seppe codificare negli Intonarumori che tu hai rappresentato cento anni dopo con il dj in scena, del resto la musica elettronica nasce proprio lì.

Il treno era quel modo di vivere sempre in movimento di comunicare ed esprimersi così in velocità, anche in questo è precursore dell’epoca dei computer?

Papà scrisse: “Gli uomini potranno scrivere libri al nichel, il cui spessore non supera i 3 millimetri, costeranno 8 franchi e conterranno centomila pagine”. Immaginava già i floppy disk. Era un visionario!

E disse: “Come invidio gli uomini che nasceranno tra un secolo nella mia bella Italia, interamente scossa, vivificata dalle nuove forze elettriche”.

Marinetti anticipò i tempi ed il Futurismo è stato l’unico movimento italiano di fama mondiale del ‘900 aprendo di fatto la strada a tutte le avanguardie. Ha rivoluzionato l’arte, la letteratura, la cucina, la politica. Purtroppo è stato ostracizzato per troppi anni non soltanto nel dopoguerra ma anche prima della morte di papà ( 2 dicembre 1944). Non si era maturato il significato della parola Futurismo, ossia l’evoluzione, quella spinta verso il contemporaneo.

Il legame del secondo Futurismo al Fascismo sicuramente è stata una pregiudiziale.

Guarda che non si parlava mai di politica in casa nostra, non esisteva nel modo più assoluto. Dunque, mio padre aveva un fratello morto molto giovane, mia madre aveva un fratello liberale, un altro bolscevico e quindi proprio non era possibile, non esisteva. E tra i futuristi c’erano tutte le opinioni politiche. Infatti, i futuristi si sono scandalizzati quando papà è stato nominato accademico d’Italia perché era una cosa passatista. La feluca non stava nell’atteggiamento marinettiano, invece papà rispondeva molto giustamente “sarò io che cambierò l’Accademia d’Italia”. Poi non ci dimentichiamo che Marinetti era vissuto tanto all’estero, era nato ad Alessandria d’Egitto, aveva studiato dai gesuiti poi era stato a Parigi e quindi non aveva uno spirito della piccola Italia. A lui mancava l’Italia e voleva che tornasse alla grandezza che meritava.

Che ricordo hai dei Futuristi?

C’era sempre un clima di grande euforia in casa. Quando gli artisti, la gente di teatro, i musicisti venivano da noi era una cosa meravigliosa. Perché in contemporanea nel salone a piazza Adriana, c’era Russolo che suonava, il poeta che declamava, Marinetti sembrava quasi il direttore d’orchestra ed io mi nascondevo dietro le tende per ascoltarli. Era il miglior gioco di teatro al quale potessi assistere.

Gerardo Dottori, “La famiglia Marinetti”
— presso Palazzo delle Esposizioni via Fb

È difficile avere come padre un personaggio così ingombrante?

Non ho mai avuto l’immagine di Marinetti come un genio assoluto. Non era un uomo, come invece potrebbe sembrare, che cercava il culto di se stesso. Aveva una grande spiritualità, un dono che ci ha insegnato a tutti. Noi pranzavamo sul tavolo disegnato da Prampolini e la nostra casa era piena di quadri, ed io ci parlavo con i quadri. Per me i quadri non sono mai state delle cose astratte attaccate al muro. I quadri hanno vita, anima.

Vallo a spiegare oggi questo concetto, in questa società consumista..

Il capitalismo vuole spegnere le menti: il mercato non è per forza arte e creatività, anzi. Se un’artista non riesce a guadagnare, ad avere successo ed arricchirsi non si deve sentire castrato. L’artista deve creare e basta! Solo l’arte è immortale.

Qual è il consiglio che dai oggi agli artisti?

Vivete la vita! Vivetela positivamente e non negativamente, abbracciate tutto quello che c’è di bello e che ci offre questa nostra vita che purtroppo è troppo corta, ma è meravigliosa. Quindi cogliete questo attimo splendido e fate rimbalzare tutti i vostri sentimenti nelle vostre opere d’arte. Mammina e papà si andavano a rifugiare spesso a Capri. Allora era deserta, nessuno la conosceva, si poteva trovare qualche artista, qualche scrittore.

Perché andavano proprio lì?

Il mare parlava con loro. E loro, quando ero bambina, mi raccontavano di captare i colori e i riflessi facendo il bagno sott’acqua, vedendo quanti fuochi d’artificio esistono col riflesso del sole. Questa era in fondo la poesia che mi ha insegnato papà. Era un futurista sì, ma c’era del romanticismo in lui..non facciamo i passatisti ora. Beviamoci il drink!

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