Mentre il settore della Cultura piange, spuntano i soldi per gli spettacoli dei migranti

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(foto tratta da ilgiornale.it)

Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Se non ci fosse urgentemente da concepire l’idea che questo popolo ha smesso di esistere, in quanto comunità unità da un destino e da un’identità tradotti nella sua storia, quando ha cominciato ad accettare supinamente alcuni accadimenti. Quando ha iniziato a scendere a compromessi con la propria dignità. Così ormai da mesi e, forse, per altri mesi. Ormai il meccanismo è innescato. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, per la satira che, ormai, supera abbondantemente la realtà. E plasma, e viene plasmata, da una classe di uomini, ancor prima che di politici, da rifondare mentre tocchiamo il fondo ogni giorno. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da strapparsi i capelli per la rabbia, quando si legge che, nonostante la Cultura non sia rientrata per oltre un anno nelle concessioni dell’identità virologica – che ridisegna la vita puntillistica dei replicanti che nasce all’alba e muore al tramonto delle priorità scientifiche di casta e ti dice, come devi mangiare al ristorante, come fare l’amore, come ballare in discoteca -, né nelle mire della democrazia pandemica, provocando la castrazione del settore culturale italiano e la disperazione di migliaia di lavoratori, oggi vengono stanziati dallo Stato quasi 400mila euro per gli spettacoli pro migranti (così come sottolineato anche da Francesco Giubilei su Il Giornale).

Adesso scegliete voi se ridere o piangere. 385mila euro finanziati da una società controllata interamente dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Ales SpA, la firma del decreto del ministro Franceschini durante il governo Conte, nell’ottobre 2020, e voilà, il gioco è fatto: “MigrArti” è realtà. “Contribuire alla valorizzazione e alla diffusione delle culture di provenienza delle comunità di immigrati stabilmente residenti in Italia”, ecco la via maestra del progetto.
Accese le proteste, specie da parte del sottosegretario leghista Borgonzoni che ci auguriamo servano a qualcosa. Ma la vediamo difficile.

La colonizzazione della pandemia, da parte delle sinistre, ormai ridotte a Sinistrash – fase della nuova adolescenza rossa che innalza l’odio cieco e la volontà di estinguere tutto ciò che si pone come alternativo all’imposto, come missione di vita – prosegue nello spirito che fu di Speranza (il coronavirus sciolto in società come opportunità per dare forza all’egemonia della sinistra).
A proposito, va ricordato: chi di Speranza vive, disperato muore. Un piccolo appunto solo per riportare alla mente di tutti la necessità di agire civilmente ma concretamente contro questa vergogna che, ormai da più di un anno, ci rende cittadini de iure e sudditi de facto, contro questa classe di aborti umani, i mai nati come uomini, figuriamoci come politici. Non possiamo difenderci utilizzando gli strumenti concessi da chi opprime.
Ci sarebbe da ridere e poi da piangere…

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Emanuele Ricucci
Emanuele Ricucci è nato a Roma il 23 aprile 1987. Lavora per la comunicazione di Vittorio Sgarbi, di cui è tra gli assistenti, ed è collaboratore per la comunicazione del Gruppo Misto Camera dei deputati (NI-U-C!-AC). Scrive di cultura per Libero Quotidiano, per Il Giornale e per il mensile CulturaIdentità. Ha scritto, tra gli altri, per Il Tempo e Candido, mensile di satira fondato nel 1945 da Giovannino Guareschi. È autore di satira ed è stato caporedattore de Il Giornale OFF, approfondimento culturale del sabato de Il Giornale e nello staff dei collaboratori “tecnici” di Marcello Veneziani. Ha studiato Scienze Politiche e scritto cinque libri: Diario del Ritorno (Eclettica, Massa 2014, con prefazione di Marcello Veneziani), Il coraggio di essere ultraitaliani. Manifesto per una orgogliosa difesa dell’identità nazionale (edito da Il Giornale, Milano 2016, scritto con Antonio Rapisarda e Guerino Nuccio Bovalino), La Satira è una cosa seria (edito da Il Giornale, Milano 2017) e Torniamo Uomini. Contro chi ci vuole schiavi, per tornare sovrani di noi stessi (edito da Il Giornale, Milano 2017). Questi ultimi prodotti e distribuiti in allegato con Il Giornale. Antico Futuro. Richiami dell’origine (Edizioni Solfanelli, Chieti, 2018, scritto con Vitaldo Conte e Dalmazio Frau) e, da ultimo, Contro la Folla. Il tempo degli uomini sovrani (con critica introduttiva di Vittorio Sgarbi). Dal 2015 scrive anche sul suo blog Contraerea su ilgiornale.it. È stato direttore culturale del Centro Studi Ricerca “Il Leone” di Viterbo ed è attualmente responsabile dell'Organizzazione Nazionale di CulturaIdentità

1 commento

  1. In Italia l’unica cosa che cresce, e che a tutto sottrae ossigeno, è la gramigna partitica: una pianta mortifera della famiglia del politichese. Nella cui giostra ci si affanna a salire, per meglio curare i propri desiderata. E a ciascuno il suo. Tanto che, a tal proposito, da qualche parte ci si può deliziare, in questa rincorsa per meglio posizionarsi davanti allo specchio delle proprie brame, davanti al perfetto identikit de ‘Il cuore nero di Palermo che ha già tradito Orlando’.
    Se però requiem deve essere, che sia almeno cantato nel giusto modo. Anche perché non sembra esserci nessun cuore nero o bianco o rosso o giallo o cirricaca di Palermo che ha tradito Orlando Cascio. Semmai è tutto il contrario: è Leoluca Orlando Cascio che ha tradito Palermo e i palermitani. E lo ha fatto nel modo più corrosivo e piratesco possibile. Fin dall’inizio. Con la complicità, né può essere sottaciuta, dei palermitani che l’hanno ancorato a Palazzo delle Aquile e, in modo particolare, negli ulti anni di sindacatura, dell’intero consiglio comunale in carica: che, unanimemente, avrebbe dovuto sfiduciarlo già molto, molto tempo fa. Invece di consentire questo suo claunesco modo di fare politica. Che ha reso Palermo una Città piegata e piagata come non mai. Non per niente detiene il record d’un’emigrazione giovanile come non mai. Facendo di Palermo ‘la città che cede (34.272) più emigrati ai Paesi esteri’.

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