Monza, gli esuli e le stalle

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Scuderie della Villa Reale, prima anni della seconda metà del secolo scorso. La reggia del Piermarini, a dispetto della sua facciata magniloquente, ospita nell’ala sud un campo profughi destinato ad accogliere esuli istriani e dalmati. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, infatti, precisamente il 10 Febbraio 1947, con la firma del Trattato di Parigi, le terre d’Istria, Dalmazia, di Fiume e del Quarnaro, su cui un tempo si estendeva la sovranità dello Stato italiano, vennero cedute alla Jugoslavia comunista di Tito.

Secondo l’articolo 19 del Trattato, agli abitanti di quei territori venne concessa la possibilità di mantenere la cittadinanza italiana, alla condizione, però, di lasciare le proprie terre d’origine. A 65 anni di distanza da quel trattato, nel 2012, l’AVGD (Associazione Venezia Giulia e Dalmazia) ha posto simbolicamente a Monza, proprio nel luogo che fu per anni la casa di tanti istriani e dalmati, una targa a memoria di quegli eventi e dei profughi che “amor di patria spinse a lasciare le loro terre del Confine orientale per restare Italiani”. Giunti in Italia, incapaci, nella maggior parte dei casi, di provvedere in autonomia al proprio sostentamento, per gli esuli venne studiato un piano di sistemazione che garantisse, oltre a spazi abitativi, assistenza igienica, sanitaria, alimentare e morale.

Su tutto il territorio nazionale i campi profughi creati furono più di 100, siti perlopiù in strutture già esistenti, ma in disuso. Non sono poche le testimonianze di profughi che transitarono proprio per Monza, prove di condizioni di vita certamente non facili e al limite della precarietà. Ricordi di spensieratezza e difficoltà si mischiano, ad esempio, nella memoria dei fratelli Paulovich, ospiti del campo monzese fino al 1967. La grande immaginazione e la spensieratezza dovuta all’allora giovane età permetteva infatti ai fratelli di guardare ai giardini della Reggia come ad un immenso campo da gioco, ma è difficile scordare che per effettuare una doccia bisognasse recarsi altrove, in Via Solferino, nei pressi del vecchio ospedale. Disagio a cui andava sommata la necessità di richiedere permessi dal direttore del campo per ogni spostamento.

L’esule Luigi Panella, in un’intervista del 2016, ha parlato di quello monzese come il peggiore fra i periodi vissuti: file quotidiane infinite per i gabinetti e diffidenza sociale, un lavoro trovato, ma a condizioni misere e di notte. “O lavoravo lì o potevo tornarmene al mio paese. Quando andavamo fuori ci dicevano di tutto, di andarcene e che eravamo fascisti.” Molti profughi lasciarono poi il campo quando furono messe a disposizioni unità abitative appositamente costruite, ma è facile comprendere la difficoltà di cancellare dalla propria memoria ricordi di continue otiti per il freddo, ambienti che avevano come unici divisori coperte e tavole di compensato, unitamente alla vergogna per la propria condizione, resa ancora più penosa dall’accanimento di una parte della società verso questi italiani.

Non vanno infatti scordati articoli pubblicati in quegli anni in giornali come l’Unità, che invitavano apertamente a non accogliere e disprezzare “coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori.”

“Un dovere ricordare questa pagina di storia, per non scordare che il regime comunista titino non si macchiò soltanto delle atrocità legate alle Foibe, ma anche di disagi sociali che segnarono per sempre la vita di migliaia di uomini, donne e bambini, colpevoli solo di essere Italiani”- è il commento di Francesca Giarmoleo, responsabile Lombardia di CulturaIdentità e residente per molti anni proprio nella città di Monza.

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