Premio Dante Alighieri, ecco i vincitori

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Ecco i vincitori del Premio Dante Alighieri nell’ambito della quarta edizione del Festival di CulturaIdentità, scelti da Edoardo Sylos Labini, Angelo Crespi, Emanuele Beluffi e dal comitato scientifico del premio a cura di Art Now editore.

Luigi Borgognoni

Uomo senza volto

Uomo senza volto si intitola l’opera di Luigi Borgognoni vincitrice del primo premio, ma al titolo potremmo apporre l’articolo indeterminativo “un”: “Un” Uomo senza volto in tempi di pandemia è il soggetto impersonale che in realtà ci caratterizza tutti, con i lineamenti dei nostri visi occultati dalle mascherine. Nell’uomo senza identità raffigurato dall’opera di Borgognoni le vene delle braccia sono sovraesposte e le spalle sono possenti, perché la prova cui siamo sottoposti è grave. Uomo senza volto, cioè uno nessuno e centomila: quella moltitudine indefinita che siamo noi, accomunati dalla condizione esistenziale/emotiva di pugili che oppongono al flagello la loro forza, parandosi il volto dai pugni in faccia del virus cinese (bisogna chiamarlo col suo nome) e della relativa infodemia. La corporeità in Borgognoni è ridotta ai minimi termini, al tratto essenziale: l’identità è estrusa in ogni senso, perché quel che emerge è il concetto / emozione di forza enfatizzato dalle vene e dai muscoli delle braccia in tensione a difendere (o a nascondere?) un volto che in realtà c’è, perché noi dobbiamo esistere e dobbiamo resistere.

Michele Di Lauro

Il patriottismo scomparso

E da quanto tempo viviamo questa situazione surreale? Con San Virologo Papa che un giorno dice una cosa e il giorno dopo il suo esatto contrario. Non è una bella immagine che la Nazione dà di se stessa al resto del mondo grazie alla pletora di “esperti” diventati personaggi tv. E il quadro di Michele Di Lauro (detto “Michelaccio”, chissà forse in riferimento al detto popolare “Fare il mestiere del Michelaccio: mangiare, bere e andare a spasso”, insomma un bohemienne dei nostri giorni), influenzato dai surrealisti e dai metafisici ma con una sensibilità molto personale, con questo “sogno colorato” intitolato Il patriottismo è scomparso simbolizza bene la situazione: una coccarda avvolge il corpo, non di un sindaco, ma di un gallinaceo appollaiato su un uovo occhiuto, mentre sullo sfondo una ghigliottina volante decapita una nuvola e un orologio senza lancette e senza numeri non segna nessun orario se non la trasparenza della surrealtà sullo sfondo, in un mare di terra su cui si allontana una figura velata come un fantasma cui fa da contraltare un Tricolore che garrisce al vento insieme alla nuvola in via di decapitazione: Il patriottismo è scomparso, ci vien da dire citando il titolo dell’opera di Di Lauro. E con Franco Battiato aggiungiamo: Povera Patria!

Luca Vernizzi

Ma ci viene in soccorso Dante e questa speranza è ben simbolizzata dall’opera di Luca Vernizzi, vincitrice del tema dantesco, realizzata su un supporto “povero” come il cartone e con mezzi semplici come tempera e bianchetto: sulle pagine aperte (ma prive di parole) di un libro coi bordi verde e rosso sopravviene il volto del Sommo Poeta, di taglio, in chiaroscuro, nella sua silhouette quasi “ancestrale” come una sorta di inconscio collettivo, severa e ferma, mentre proietta lo sguardo su un cielo blu acquoreo tempestato di stelle. Dante, quindi uscimmo a riveder le stelle è il titolo dell’opera di Vernizzi che cita la parte finale dell’Inferno della Divina Commedia, quando Dante e Virgilio contemplano il cielo stellato di notte all’insegna di un nuovo inizio, un nuovo cammino di speranza dopo quelle tenebre dell’Inferno, che sono anche le tenebre dell’epidemia. Dopo la “natural burella” dell’Inferno rivediamo la luce delle stelle “come pura felicità dello sguardo”, che si accompagna in questo caso a quel “piacere retinico” di duchampiana memoria occasionato dallo stile inconfondibile di Luca Vernizzi, diretto, senza fronzoli, che con un tratto deciso e volutamente mai elegante ci fa cogliere l’essenza del visibile, la severità di Dante, le forti striature blu del cielo su cui fissi stanno quei punti di candore che sono le stelle, che ricominciamo a vedere una volta usciti da questa tragica narrazione che ci piace pensare simbolizzata dal libro aperto sotto il volto del Poeta.

Tiziana Battaglia

Le sculture di Tiziana Battaglia poggiano sui classici ma virano in una direzio

Esperanza in gesso

ne assolutamente personale. L’artista è da sempre impegnata nell’opera del restauro e quindi porta con sé una forte esperienza anche tecnica. La sua manualità si esplica nella terracotta, nel gesso, nella resina esprimendo una sicura conoscenza operativa sulla materia. L’opera vincitrice, intitolata Esperanza, documenta non solo l’aspetto materiale del suo fare scultura ma anche quello “narrativo”: la superficie è levigata ed evoca l’incarnato quasi ambrato del soggetto raffigurato, una giovane donna come fissata ab aeterno in una posa che le fa fissare un orizzonte ideale. Le forme sono tornite, palpitano di vita e l’opera in sé sembra un tributo alla contemporaneità, con quei dreadlock che cingono il capo della giovane donna come un velo che scende fin sulle spalle: è una Venere contemporanea? Una Vergine laica?

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