Un nuovo Messale per tornare alle origini della Fede

0

Dopo uno studio durato oltre vent’anni verrà usato per la prima volta il 28 novembre

Diceva sant’Ambrogio che il canto con cui si conclude la preghiera eucaristica, la cosiddetta “dossologia”, era fatto per scoperchiare il tetto delle chiese. E per i Padri che accompagnavano i primi passi del cristianesimo nella storia, un “amen” che fosse professione di fede sincera andava gridato. A disciplinare questo grido, a dargli la giusta direzione, consistenza, rarefazione, provvede il nuovo Messale, che verrà usato per la prima volta il 28 novembre prossimo.

Gli esperti hanno lavorato a un suo perfezionamento per quasi vent’anni. Anche piccoli colpi di cesello sono stati ponderati con l’attenzione massima che impone sempre la liturgia. Quanta teologia occorre per capirla fino in fondo. Quanto studio della storia della Chiesa per non impigliarsi negli equivoci di una tradizione che diventa spesso equivoco. Per questo è intervenuta, negli anni ’60, la riforma del Concilio Vaticano II, di cui il nuovo Messale è espressione matura. L’intenzione era di ritornare alle origini, oltre Trento, oltre certo espressionismo medievale. Direttamente alla fonte: il rito romano del V-VI secolo. Marziale, sobrio, secco, limpido, virile. Semplice: approdo di conversione per l’uomo abituato a nascondersi nella propria complessità.

Tornare a Papa Damaso, il genio dell’inculturazione, che suscitò in Girolamo le energie che ci hanno dato la Vulgata. A Papa Leone Magno. A Papa Gregorio Magno, per cui non ci sono parole che non si trasfigurino in canto.

Ci vuole una fede grande per credere che nella liturgia non è l’uomo che vedi ad agire, ma Dio che non vedi. Per questo occorre l’infinita bellezza di parole, gesti, pause, silenzi. Inchini che si ripetono, a dire basta con la presunzione del chiaro e distinto. La nube dell’incenso. La sapienza coltivata del ministro, sulle cui spalle posa tutta la Gerusalemme celeste e il bisogno di salvezza, saldezza, saggezza, e insieme fuga, precipizio, volo, della città dell’uomo.

Questo nuovo Messale conduce con il giusto rigore a comprendere anzitutto l’importanza del canto nel celebrare. La musica che irrompe tra le sue pagine è forse la novità teologicamente più alta. Joseph Ratzinger scriveva di un “sovrappiù di non detto e non dicibile, che ci invita a un silenzio che fa diventare l’invisibile un canto e chiama in aiuto le voci del cosmo affinché l’indicibile diventi udibile.”

L’ambizione sarebbe di riscoprire il nobilissimo gregoriano, il canto monodico che per eccellenza dice uno, Uno. Il più adatto a comunicare lo splendore della verità, anche solo grazie a un’allusione innestata nelle grandi acclamazioni della Liturgia della Parola, che d’ora in poi andranno cantate.

Il nuovo Messale è certamente il frutto di una Chiesa ormai consapevole e perciò più coraggiosa. Che ha avuto anni per constatare quanto fallimentari siano i tentativi di parlare una lingua troppo simile a quella del mondo. Adesso sembra voler girare pagina. Scommettere che chi entra nello spazio santo possa accettare di buon grado l’esodo per eccellenza, da sé, dalla polvere del mondo, dal tempo: l’amore. Nostra unica gioia.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

tre × due =