19 anni fa Reagan, che aveva asfaltato i “kompagni”

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Diciannove anni dopo la sua scomparsa si può tranquillamente affermare che Ronald Reagan (Tampico, 6 febbraio 1911 – Los Angeles, 5 giugno 2004) è ancora vivo e lotta insieme a noi. E del resto non può essere diversamente: ha vinto la Guerra Fredda – “senza sparare un colpo”, come disse Margaret Thatcher -, ha contribuito in maniera determinante al crollo dei regimi comunisti, ha incarnato l’American Dream diventando Presidente degli Stati Uniti dopo un’anonima carriera da attore, ha ridato forza e vigore all’Occidente. Ma non solo. E’ stato il campione del conservatorismo e del libero mercato, artefice di una vera rivoluzione antistatalista. Per chi fosse interessato, fra gli altri il libro dell’attuale Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano Reagan. Il presidente che cambiò la politica americana (Mondadori, 2021), ne dipinge un brillante ritratto.

Di sicuro, grazie anche alle capacità comunicative trasmesse da Hollywood, i due mandati presidenziali di Reagan, dal 1980, hanno fatto storia e sono storia. Storica l’affermazione nel suo primo discorso d’insediamento, “nella presente crisi economica il governo è il problema, non la soluzione“: affermazione simbolo dell’idea, comune al thatcherismo inglese, del fisco leggero e dello small government, lo snellimento dell’amministrazione pubblica. Storica la sua esternazione in chiave antisocialista: “Se si muove tassalo, se continua a muoversi regolalo. E se smette di muoversi, sovvenzionalo“.  Storica la stoccata ai compagni comunisti: “Come si definisce un comunista? Beh, è qualcuno che legge Marx e Lenin. Come si definisce un anticomunista? È qualcuno che capisce Marx e Lenin”. Storico il suo affondo fiscale: “Amici miei, la storia è chiara: abbassare le tasse significa una maggiore libertà, e ogni volta che abbassiamo le tasse, la salute della nostra Nazione migliora

Ottimismo, pragmatismo, modernizzazione, patriottismo, amore per la libertà: eccolo il reaganismo. L’hanno chiamato spesso e volentieri in senso spregiativo l’edonismo reaganiano, sottolineandone con sguardo critico l’attenzione più all’Io e al personale e meno al Noi e al collettivo, e la concentrazione più sulla sfera privata che su quella pubblica. Eppure, quelli che vengono chiamati i favolosi anni ’80 a stelle e strisce sono non tanto la democrazia del frivolo quanto piuttosto l’esaltazione dell’individuo e della sua libertà. Può non piacere, legittimamente, ma la realtà non può essere cancellata, e i fatti, che sono sempre testardi, parlano per lui, per Ronald Reagan. I risultati ottenuti lo hanno consegnato all’impossibilità di essere dimenticato.

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