Tutte le nazioni guidate dalle donne

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Oggi 8 marzo Festa delle Donne: e come dice Silvana De Mari non è proprio proprio bello che si festeggino le donne una volta l’anno come fossero una specie protetta e per giunta associando l’evento a un disastro (l’incendio nella fabbrica di camicie a N. Y. nel 1911). Ad ogni modo, quest’anno per la prima volta nella storia della Repubblica abbiamo un Presidente del Consiglio dei Ministri donna e “non manca molto”, ha detto Giorgia Meloni, “a quel tempo che vedrà finalmente in questo Paese un Presidente della Repubblica donna e anche un CEO donna di una grande partecipata pubblica”. Essere donna non è uno svantaggio, anzi: “Alle donne di questa Nazione voglio dire che il fatto di essere sottovalutate è un grande vantaggio, perché spesso non ti vedono arrivare. Deve essere una giornata [l’8 marzo, n.d.r. ]di orgoglio e consapevolezza di quello che noi possiamo fare, piaccia o no agli altri” (Redazione).

Non c’è Ursula von der Leyen che tenga, il vero potere femminile, a cavallo dello spazio e del tempo, lo ha avuto lei, Lisistrata, che nel pieno della guerra del Peloponneso convince le donne di Atene a fare lo sciopero del sesso: occupano l’Acropoli, gli uomini mollano la battaglia e tornano a casa, da allora è “colei che scioglie gli eserciti”, altro che la von der Leyen ministro della Difesa di Angela Merkel. E ci vien da aggiungere che forse quel famoso detto sulla minor forza di un carro di buoi vien da lì, con le ateniesi che incrociano le gambe e ottengono quello che né commissari né araldi riescono a ottenere: forse ci vorrebbe una Lisistrata anche oggi, nel pieno di una guerra in mezzo all’Europa.

Ma da Lisistrata a von der Leyen il passo non è breve e, contrariamente alla vulgata femminista di quegli anni che per Mario Capanna sono stati formidabili, le streghe non sono mai andate via (anche perché ci son sempre stati gli stregoni, ça va sans dire), pur se sicuramente sottodimensionate a livello numerico rispetto all’altra metà del potere. La Storia è lì a dircelo, forse il vero potere è Donna, pensate solo a quante donne hanno condotto una Nazione dalla fine del secolo scorso: tante, anche là dove meno te l’aspetti. Ma la prima, o certamente la più nota fra le prime, è Nefertiti, epoca degli antichi Egizi, regnante bellissima che condivide il potere politico e religioso con il faraone Akhenaton suo consorte per poi detenerlo in toto dopo la sua dipartita: non scioglie nessun esercito però rivoluziona lo scenario religioso introducendo il culto del Sole, dici poco.

Nell’antica Roma Messalina, bella come Nefertiti ma più ”capricciosa”, a 16 anni diventa imperatrice: non si fa mancare nulla soprattutto a livello di piaceri della carne, i letterati latini la definiscono meretrix augusta e, quanto a crudeltà e lussuria, forse poco le manca per essere la progenitrice di Erzsébet Báthory, la “Contessa Dracula”. Tutto il contrario di Drusilla, moglie fedele di Ottaviano Augusto e sua consigliera politica, praticamente un Luigi Bisignani in gonnella ante litteram: sussurra ai potenti ed esercita il vero potere, quello che non si vede. Nel IV secolo dominano il campo Pulcheria imperatrice dell’impero romano d’Oriente e Galla Placidia della parte occidentale dell’impero, governano la prima in nome del fratello Teodosio II e la seconda per conto del figlio Valentiniano III.

Ma è con Amalasunta, regina degli Ostrogoti, che assistiamo a un viraggio “maschile” dell’esercizio del potere: condottiera contro gli eserciti, che a differenza di Lisitrata non li scioglie ma li sgomina, diplomatica, di lei lo storico e politico Cassiodoro, consigliere e ministro nella reggenza del regno, dice che ha qualità maschili, mentre lo storico bizantino Procopio di Cesarea ce la descrive come una donna che “tenne il comando con saggezza e giustizia, dimostrando nei fatti un temperamento mascolino” (Guerra gotica, V 2, 2-3). Un modello, questo dell’esercizio del potere da parte delle donne senza se e senza ma, che ritroviamo, sulla scena politica europea dalla metà del Settecento, con donne accomunate dalla volontà di imporsi e di trasformare la realtà, al punto che con un po’ di libertà filologica potremmo dire che con loro inizia la nicciana volontà di potenza applicata al potere concreto: in Russia Caterina II, in Austria Maria Teresa, in Francia la marchesa di Pompadour, donne che hanno comandato il loro mondo con un’attitudine e una fortezza che ritroviamo nel nostro, di mondo. Aderiscono ai propri ideali con strenuo impegno e attitudini al comando tipicamente “maschili” che ritroviamo, per arrivare più vicino a noi, in Golda Meir: di lei Ben Gurion dice che «è l’unico vero uomo nel mio governo» e di fatto diventa Primo Ministro di Israele dal 1969 al 1974, unica donna nella Storia del Paese.

Impossibile anche non pensare a Indira Gandhi, Primo Ministro e leader del Congresso Nazionale Indiano a 49 anni, antesignana di quello che avremmo chiamato “compromesso storico”: governa per 11 anni, armonizza le anime contrapposte dei conservatori e dei riformisti, ha grinta e passione, che tuttavia non bastano per evitarle l’agguato mortale nel 1980, quando due delle sue guardie la uccidono alla fine di un comizio. Una fine cui ai giorni nostri è andata molto vicino un’altra donna di governo, Cristina Kirchner, Presidente dell’Argentina dal 2007 al 2015 (due mandati dopo quello del marito Nestor), scampata a un attentato a Buenos Aires lo scorso 2 settembre: una “iron Lady” come la “Lady di ferro” inglese, Margaret Thatcher, con cui non corre buon sangue a causa delle Isole Falkland. Sempre state “ai ferri corti” le due donne di governo, da quel 1982 quando il Regno Unito vince lo scontro con l’Argentina, che sulle Malvinas rivendica la sovranità. Margaret Thatcher si riprende le Falkland e crea un metodo di governare amato e odiato, il “thatcherismo”, al quale variamente si ispirano i suoi epigoni da Major a Cameron a Boris Johnson e le colleghe donne, Theresa May prima e oggi la premier Liz Truss. E, soprattutto, reinterpreta un europeismo senza fanatismi: esattamente 34 anni fa, il giorno in cui viene scritto questo articolo, la Thatcher tiene un discorso preveggente a Bruges in Belgio sulla crescita della libertà (non solo economica) dei cittadini UE. Dice: «La Comunità (europea, n.d.r.) non è un fine in sé. La Comunità Europea è un mezzo pratico attraverso il quale l’Europa può assicurare la futura prosperità e sicurezza dei suoi popoli in un mondo in cui ci sono molte altre potenti nazioni». Tradotto: basta con l’Europa dell’omologazione ai diktat economici e culturali, si rispettino le diversità nazionali. Suona familiare, a distanza di 34 anni?

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