Hai voglia a cercare su X o a far cercare da qualche IA i post di condanna dell’aggressione ai danni dei ragazzi di Gioventù Nazionale, l’altra sera a Roma. Perché se – com’è ovvio – dai membri di Fratelli d’Italia vengono le più nette condanne per il vile assalto venti contro quattro, non si trova mezza parola di biasimo da parte di un esponente del resto dello schieramento parlamentare, né della auto-proclamata “società civile”, né delle “istituzioni” (quelle che dovrebbero essere neutrali, super partes e garanti di tutti i cittadini). È così difficile in una Repubblica la cui costituzione proibisce la costituzione di “partiti armati” trovare le parole per biasimare i 20 cosplayer degli “arditi del popolo” che, evidentemente un po’ troppo presi dalla loro parte in commedia, hanno pensato bene di tendere un agguato, pianificandolo con tanto di ricetrasmittenti e spranghe, a dei giovani di destra?
La verità, purtroppo, è che il clima schifoso creato dalle sinistre genera mostri.
Del resto, quando non si lascia al proprio nemico (e chiamiamolo per nome: nemico. Non “avversario” o “competitore politico”, perché tale è considerato) il diritto di poter ricordare in pace i propri morti, allora si è deciso di far ripartire una guerra civile.
I tre caduti di Acca Larenzia, due assassinati dai “rossi”, il terzo ucciso dalle forze dell’ordine, rappresentano per la destra, in tutte le sue anime, un ricordo doloroso e unificante. È forse l’unico momento in cui non si fanno distinguo in un’area nota per la sua litigiosità. Non per caso i manifesti che ogni anno ricordano i tre martiri della sede del Movimento Sociale di Acca Larenzia non riportano mai stemmi di partito o di movimento politico. Sono i morti di tutta la destra. E il desiderio e che diventino – se non per affetto e condivisione delle idee, quantomeno per rispetto – un po’ i morti di tutta la nazione.
E invece no.
Perché il clima è quello fomentato da giornalisti, intellettuali e partiti, come “Possibile”, che su X invocano la “rimozione delle affissioni abusive” e la persecuzione attraverso il riconoscimento facciale tramite telecamera dei “colpevoli”. Non stupisce che chi crede che le forze dell’ordine debbano destinare tempo, energia e risorse a identificare chi affigge dei “luttini” possa creare un ambiente in cui i batteri della violenza politica sguazzino alla grande.
Questo è ciò che si chiama “l’etica delle intenzioni”: una forma di pensiero secondo la quale è la propria personale scala di valori a fare il “giusto” e l’“ingiusto”, il “legale” e l’“illegale”: siccome l’antifascismo è (secondo loro) sempre e comunque giusto, è sacrosanto invocare… lo stato di polizia per reprimere chi celebra i propri caduti (peraltro, visto che il terzo martire di Acca Larenzia era stato assassinato proprio da un membro delle forze dell’ordine, la cosa suona ancora più beffarda e insultante). E siccome le “affissioni abusive” in ricordo di Acca Larenzia sarebbero “un reato” (in quanto “fasciste”), l’aggressione ai ragazzi di Gioventù Nazionale che li incollano sui muri “non è reato” (in quanto “antifascista”).
Del resto, li abbiamo visti gli striscioni all’epoca del processo alla Salis, nei quali non si protestava l’estraneità dell’attuale europarlamentare ai fatti che le contestava il tribunale di Budapest, bensì si rivendicava il diritto a non essere giudicati in quanto “l’antifascismo non è reato” (le sprangate 10 contro 1 dovrebbero ricadere dunque sotto la definizione di “non reato” poiché la loro intenzione è “antifascista”). Roba da anni di piombo. Roba da BR.
L’etica delle intenzioni, dunque, matrice di ogni male. La medesima matrice che spinge in questi stessi giorni ad alzare il tiro contro Tommaso Cerno, direttore de “Il Giornale”, per il quale si invoca fra le righe la censura, reo di lesa maestà per aver scoperchiato qualche altarino o aver gridato che “il re è nudo” nei confronti della minaccia portata dall’islamismo in Italia e le aderenze fra estremismo politico islamico ed estremismo politico della sinistra. “La sinistra tifa per chi mena, per chi minaccia i giornali e per chi chiede la censura delle inchieste” ha detto Cerno nel suo video-editoriale del 7 gennaio.
Ma nell’etica delle intenzioni, la censura se fatta nel nome dei “valori progressivi” diventa un fatto buono. Le inchieste di “Report” sono giuste, le inchieste de “Il Giornale” invece sono deprecabili. Il ricordo dei morti degli Anni di Piombo è un reato da perseguire invocando la Società del Controllo orwelliano, i pestaggi cinque contro uno vengono invece giustificati al grido di “l’antifascismo non è reato”.
All’etica delle intenzioni, questa forma adolescenziale e rozza di bussola morale, va contrapposta l’etica dell’equanimità, della giustizia, del rispetto. La libertà di parola, il diritto di ricordare i morti, il dovere del giornalismo a lavorare come “cane da guardia della democrazia”. Questi sono valori non negoziabili, e lo sono perché razionalmente possono essere alla base di una società in cui diverse anime possono convivere. Una società in cui regni l’etica delle intenzioni o qualunque altra shariah (anche se non è questa la sede per analizzare quanto simili possano essere queste due weltanschaaung) invece c’è posto solo per chi è allineato e coperto.

















