Nel corso del Novecento la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici si è progressivamente affermata come uno dei più sofisticati strumenti di autorappresentazione nazionale. Un rito laico e globale che concede al paese ospitante, nel breve arco di poche ore, un privilegio rarissimo: raccontarsi al mondo davanti a una platea di miliardi di spettatori, offrendo una sintesi visiva e simbolica della propria storia, dei propri valori, della propria idea di sé. Un esercizio tutt’altro che semplice, persino per un paese come l’Italia che, per stratificazione storica e densità culturale, resta uno dei luoghi più sorprendenti del pianeta e che, non a caso, continua a incarnare per molti stranieri un modello di civiltà, eleganza e bellezza, oltre che di apertura e ospitalità.
Per riuscire in questo racconto occorre però una condizione preliminare: amare il proprio paese, conoscerlo e riconoscersi in esso. Occorrono consapevolezza, orgoglio, senso della misura e dell’identità. Virtù non sempre di moda, soprattutto in un’epoca che sembra premiare più volentieri l’autodenigrazione rituale e una vergogna ostentata quanto spesso immotivata. Non tutti, va detto, sanno raccontarsi senza cadere o nell’enfasi o nella caricatura.
Pechino 2008 seppe impressionare il mondo con una cerimonia che fu, insieme, spettacolo e dichiarazione di intenti. La Cina si presentò come una potenza moderna, efficiente, perfettamente organizzata, affidando la regia a Zhang Yimou e mobilitando oltre quindicimila performer. Il messaggio era limpido: il paese rivendicava il proprio posto al centro della scena globale. Londra 2012, consapevole di non poter né voler competere sul piano della grandiosità, preferì rifugiarsi negli ultimi residui di un’identità britannica un tempo vitalissima, affidandosi alla cultura pop, all’autoironia e a un curioso elogio del welfare, come se quello fosse l’ultimo racconto possibile di una nazione stanca.
Rio 2016 scelse la strada più prevedibile: biodiversità, meticciato, sostenibilità. Un lessico rassicurante e ormai inflazionato, declinato come se “inclusione”, “resilienza” e parole consimili bastassero, da sole, a supplire a una visione. Slogan ripetuti fino a perdere consistenza, come monete troppo consumate per avere ancora valore.
Il punto più basso, tuttavia, è stato probabilmente toccato da Parigi 2024, dove l’abbandono di ogni criterio di misura e di gusto ha lasciato spazio a un immaginario woke spinto fino alla caricatura e a un accumulo di simboli gender ridotti a ciarpame scenografico. Più che un racconto nazionale, una sfilata ideologica priva di profondità, in cui il cattivo gusto ha finito per travestirsi da virtù.
Quanto di più distante, per spirito e risultato, dalla cerimonia di apertura di Milano Cortina 2026 curata dalla sobria regia di Marco Balich. Qui ogni elemento, ogni passaggio, ogni scelta estetica è stato ricondotto a un principio chiaro e riconoscibile: l’armonia. Armonia come equilibrio tra passato e presente, tra tradizione e invenzione, tra misura e ambizione. Armonia nel segno della bellezza, dell’eleganza, dello stile, che costituiscono la vera grammatica profonda del nostro paese, ancora capace di illuminare ciò che rende la vita non solo funzionale, ma desiderabile.
Non era semplice restituire, attraverso luci, musiche, corpi in movimento e parole, il senso di un’Olimpiade diffusa tra una grande metropoli dai suoi slanci verticali e le montagne con le loro geometrie naturali. Eppure proprio questa doppia anima, urbana e alpina, ha offerto l’immagine più fedele della varietà italiana, mostrando come città e vette possano dialogare senza annullarsi, e come la modernità non debba necessariamente cancellare il paesaggio.
Serviva misura. In una parola: stile. Qualità che agli italiani non è mai mancata, quando decidono di ricordarsene. Lo si è visto nei ballerini della Scala, capaci di evocare il neoclassicismo di Canova attraverso il mito di Amore e Psiche; nella musica dei grandi compositori che hanno reso l’Italia un paradigma universale del suono diretti da un direttore d’orchestra sensuale, Matilda De Angelis, ispirata dalla Venezi forse; nell’inedita interpretazione di Nel blu dipinto di blu affidata a Mariah Carey, gesto insieme audace e rispettoso; dall’Infinito di Leopardi recitato da Pier Francesco Favino. E poi nel momento forse più intenso della serata: l’arrivo del Tricolore, filtrato dall’eleganza delle modelle di Armani, issato a Cortina dalle carabiniere in alta uniforme e consegnato infine all’inno di Mameli, cantato da Laura Pausini con un’emozione che non aveva bisogno di essere esibita. Molto espressivi anche i quadri finali con un’intensa Sabrina Impacciatore e una divertente Brenda Lodigiani che ha lasciato la parola ai presidenti dei Giochi Olimpici e al Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella che ha aperto ufficialmente le Olimpiadi Invernali. In chiusura di spettacolo la fiamma olimpica entra sulle note di Nessun Dorma di Puccini cantata da uno straordinario Andrea Bocelli. Così la bandiera olimpica si è alzata sugli acuti del mezzosoprano Cecilia Bartoli con i due bracieri olimpici si accendono contemporaneamente, per la prima volta, nella storia delle Olimpiadi.
Milano Cortina 2026 ha dimostrato che è possibile raccontarsi al mondo senza rincorrere le mode passeggere né piegarsi agli stereotipi del presente. L’Italia ha scelto di mostrarsi per ciò che è, non per ciò che altri vorrebbero che fosse: un paese che ha fatto della bellezza, dell’armonia e dello stile il proprio codice genetico.
Non servono effetti speciali sovrabbondanti né folle oceaniche quando si dispone di una ricchezza culturale capace di parlare da sola. Bastano la misura, l’eleganza, la consapevolezza della propria identità.
Ieri sera, davanti al mondo, l’Italia ha semplicemente ricordato a se stessa e agli altri perché continua a essere, dopo millenni, un modello di civiltà. Non per arroganza, ma per la limpida evidenza di ciò che è: custode di una tradizione che sa rinnovarsi senza abiurare, portatrice di un’eredità che non pesa, ma sostiene. In un’epoca segnata dallo smarrimento e dall’omologazione, la cerimonia inaugurale di Milano Cortina, sobriamente narrata dal direttore di Rai Sport Paolo Petrecca, ha offerto una risposta tanto semplice quanto rara: la vera grandezza non ha bisogno di proclamarsi, le basta essere riconosciuta.


















