Enrico Beruschi: “Beruscao arriva 2 anni prima del Cacao Meravigliao di Indietro tutta”

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Chiacchierata (a tratti) surreale con Enrico Beruschi, comico cabarettista di una tivù che non c’è più. Eroe di sigle televisive che sono entrate nella classifiche dei 45 giri più venduti come “Sarà un fiore”, “Urca che bello” e “Volevano andare a Genova” (ma il mare li rifiutò) e protagonista di programmi come “Sabato al Circo”, “Emilio”, “Drive In”, “Luna Park” e un’edizione di “Striscia la notizia”. Ne ha combinate di tutti i colori, dal cinema ai monologhi surreali che divertivano anche i bambini,  la sitcom “Io e Margherita” insieme all’attrice Margherita Fumero, storica compagna di scena nel ruolo di “moglie del Ragionier Beruschi” fino all’interpretazione di Giuseppe Verdi nello spettacolo del Balletto di Milano “W Verdi”.

Una storia che dura da 50 anni, com’è cominciata questa folle avventura?

La prima volta ufficiale che sono stato messo in cartellone al Derby di Milano,  pensa che sulla locandina c’erano i nomi di Cochi & Renato e Gianni Magni. Sotto, in piiiiccolo c’era scritto “Beruschi”, il mio nome scritto minuscolo. Era il 5 novembre del 1974.

Tu facevi realmente il ragioniere? Non era solo un personaggio televisivo…

Si, però ho cominciato con la banca.

All’inizio non avevi un vero e proprio repertorio?

Ho cominciato con tre barzellette, Walter Valdi presentandomi ha detto al pubblico “Trattatelo bene perché è la prima volta che parla in pubblico” (ridiamo).

Walter Valdi, Gianni Magni e Armando Celso avevano inciso “I Wahha Put-Hanga” (Vacca Putanga) ma anche tu hai pubblicato diversi dischi inaugurando la mitica Baby Records. Quante sigle hai cantato?

Tante. Il primo disco è introvabile, “Salvatore l’inventore” ma io ce l’ho. È vero, la Baby Records ha rilanciato i Ricchi e Poveri, Albano e Romina ha fatto nascere Pupo, la punta di diamante, pensa che ha preso il disco d’oro e gliel’ho consegnato io.

Poi è arrivato il successo televisivo in prima serata su Rai 1. Eravate tutti alle prime armi?

Si, con “La Sberla” e “Non Stop”. Eravamo tutti comici nuovi, tutti alla prima esperienza meno uno, Enzo Trapani il grande regista! Ero con i Gatti di Vicolo Miracoli, La Smorfia e tanti altri. Si cercò di replicare anni dopo con “Tutto compreso” su Rai 2 che ha voluto portare via i comici da Rai 1 però non li ha saputi usare e ci fu un ascolto basso.

Però fu un laboratorio che poi ha dato vita al Drive In.

Il Drive In è stato proprio il boom della tv commerciale e c’era Antonio Ricci che muoveva i fili.

Ricci ha scritto anche la prefazione del tuo libro “Una vita meravigliao”. Come mai hai deciso di raccontare la tua vita?

Colpa di Massimiliano Beneggi (ridiamo) che è l’autore e poi se qualcuno dice “Ma hai copiato il Cacao Meravigliao?” io rispondo “Eh no Renzino, Beruscao e l’orologiao ao ao sono arrivati due anni prima. E’ un vecchio scherzo tra me e Arbore, perché io ero già uscito con queste cose mentre lui stava preparando “Indietro tutta”.

Tornando a parlare di canzoni, tu sei stato anche in gara a Sanremo?

Sì, con “Sarà un fiore” di Pace, Panzeri e Conti. C’era anche Fanigliulo con “Mi piace vivere alla grande”

E girare tra le favole in mutande (ridiamo) la canzone fa così

Eravamo entrambi considerati matti. C’erano già gli intrallazzi, io ero splendido, vestito in smoking bianco e nella serata finale Mike Bongiorno che era il presentatore, mi ha detto “Rimani vestito perché sei terzo”, poi esce il risultato: quinto! Io avevo già saputo che avrebbe vinto Mino Vergnaghi.

Hai inaugurato il filone demenziale o c’è stato qualche precedente?

Il primo-primo fu Bramieri che però non era arrivato in finale. Poi arrivai io e a seguire Francesco Salvi, la Laurito e tanti altri.

Altra nota curiosa, sul lato b del disco c’erano “le prove di Sanremo”. Chi ha avuto l’idea di incidere un pezzo così?

Quello lì era un pezzo sperimentale, c’era Conti al piano, Pace si è messo alle tumbe, Panzeri con davanti la carta, io che raccontavo al volo, lui scriveva una cosa e io inventavo. Roba improvvisata, meravigliosa.

Cosa ne pensi dei nuovi laboratori di cabaret?

Trovo che ci siano troppe parolacce. Se pensi al Drive In dove ne abbiamo fatte tante di cose, ma mai una parolaccia.

Quanta preparazione c’era al Drive In ?

Per fare una puntata ci volevano cinque giorni, si pretendeva che l’ospite di turno venisse il giorno prima e veniva massacrato con le prove. Poi dopo riuscivamo a registrare. Beh ma adesso è tutto cambiato.

Nel tuo libro c’è una foto curiosa dove sei vestito da prete. Da cosa è tratta?

Era un film con Edvige Fenech e c’è una scena in cui sono in motorino con dietro la Fenech. Quando il film passa in tivù, in tanti mi dicono “Ma come facevi a fare quelle facce?” ed io rispondo “Ma te riusciresti a rimanere indifferente con la Fenech che si struscia dietro?”. Che poi non ero io a guidare, io non so guidare.

Come mai hai dedicato il libro alla tua nipotina?

Perché mi porta in giro per Milano a mangiare fuori nei posti per giovani. L’ho dedicato a lei e a tutti i giovani, che possano divertirsi leggendo il libro, conoscere quello che succedeva prima di loro. Se poi il libro non piace, peccato: io la buona volontà ce l’ho messa.

Ma te ne vai? Devi andare a Genova?

Eh già. Ma sai perché vado a Genova? Perché a Genova ho una cosa, delle case, dei parenti poveri, ma soprattutto un paracarro.

Anch’io.

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