Marcantonio II Colonna è uno dei condottieri più celebri del Rinascimento italiano. Ma la sua ascesa attraversò difficoltà da sceneggiatura hollywoodiana, con una delle crisi più drammatiche della famiglia Colonna, la cosiddetta Guerra del Sale (1556-1557), che rischiò di cancellare per sempre il suo cognome, oltre che il patrimonio feudale, e consegnare al boia il futuro vincitore di Lepanto.
Marcantonio, nato a Lanuvio il 26 febbraio 1535, aveva intrapreso il mestiere delle armi a 16 anni, con gli spagnoli. La svolta drammatica arrivò con l’elezione di papa Paolo IV Carafa (23 maggio 1555). Il nuovo pontefice, fieramente anti-spagnolo e ostile alla nobiltà romana filo-imperiale, vide nei Colonna un nemico da abbattere. Nel 1556 Paolo IV confiscò tutti i beni della famiglia, compreso il Ducato di Paliano e lo stesso feudo di Marino, e li assegnò al nipote Giovanni Carafa. Marcantonio, già in rotta con il padre, fuggì da Roma e si rifugiò nel Regno di Napoli, sotto protezione spagnola visto e considerato che il 4 maggio 1556 il Foro ecclesiastico aveva emanato la scomunica maggiore, la condanna a morte per decapitazione e la decadenza da tutti i feudi familiari (tra cui Marino, Paliano, Nettuno, Palestrina e altri).
In questo crescendo di tensioni fra Roma e la Spagna, scoppiò finalmente la Guerra del Sale (o Guerra di Campagna), uno scontro breve ma feroce proprio attorno ai domini a sud di Roma. Il 1º settembre 1556 il duca d’Alba, viceré di Napoli, invase il territorio della Chiesa con un esercito che includeva anche Marcantonio Colonna con grado di generale ad appena 21 anni. La guerra prese il nome “del Sale” perché uno dei motivi di tensione era il controllo delle saline e delle imposte sul sale, simbolo delle prerogative economiche pontificie contestate dagli spagnoli. Marcantonio combatté al fianco degli imperiali, partecipando alle operazioni militari nella Campagna Romana e contribuendo a mettere in difficoltà le truppe papali: mentre infatti il Duca d’Alba avanzava da Napoli, Marcantonio Colonna prendeva Valmontone, serrando l’Urbe in una tenaglia. La marcia su Roma degli spagnoli, che sarebbe stato un secondo sacco dopo quello di Carlo V trent’anni prima esatti, venne fermata solo da un ordine diretto della cattolicissima corte di Madrid.
La guerra terminò nel settembre 1557 con la pace di Cave, ma per il Colonna non fu una vittoria immediata. Paolo IV mantenne il punto contro il Colonna, con la confisca dei feudi e la condanna a morte in contumacia: Marcantonio rimase esiliato fino al 1558 quando rientrò a Roma tra manifestazioni di entusiasmo delle plebi urbane, alquanto ostili a Paolo IV, riprendendo possesso dei beni famigliari. Sebbene formalmente scomunicato e condannato a morte, Marcantonio sapeva che il trattato di Cave aveva una clausola segreta, ottenuta per lui dal potentissimo Toledo, il Duca d’Alba, nelle trattative col cardinale Carlo Carafa, fratello del Duca di Paliano Giovanni: con la morte del pontefice il Ducato di Paliano sarebbe tornato ai Colonna. E quando il 18 agosto 1559 Paolo IV venne chiamato al cielo, la situazione cambiò radicalmente. Il conclave elesse Pio IV (25 dicembre 1559), un papa molto più conciliante e sensibile alle pressioni della Spagna e Filippo II di Asburgo intervenne personalmente a favore di Marcantonio.
Il padre Ascanio, morto nel 1557, aveva nel frattempo revocato il testamento di diseredazione, agevolando il rientro del figlio, appena tre giorni prima di spirare. Marcantonio aveva così il favore della Spagna, un Papa non ostile nonché la benedizione paterna per potersi reinsediare come signore di Marino. Ma Giovanni Carafa, insieme al fratello Carlo, il cardinale, decise di resistere. Il titolo “di consolazione” di Duca di Bari, concesso da Filippo II, non gli aggradava. Per giunta con la sconfitta militare, Paolo IV aveva scaricato sui nipoti le responsabilità (non senza qualche ragione) e pochi mesi prima di morire, all’inizio del 1559, li aveva fatti bandire da Roma. Le cose non andarono meglio col nuovo pontefice Pio IV, con cui riuscirono a litigare a loro volta tanto da buscarsi, entrambi, una condanna a morte. Carlo, in quanto cardinale, venne strangolato nel 1561 e Giovanni Carafa, pochi giorni dopo, decapitato.
Il 17 luglio 1562 finalmente Marcantonio Colonna poté rientrare nei feudi di famiglia. Nei cinque anni dalla fine della Guerra del Sale non aveva fatto altro che crescere di importanza: Nel 1559 Filippo II di Spagna lo aveva insignito del collare dell’Ordine del Toson d’oro e, nel maggio 1560, lo aveva nominato Gran Contestabile del Regno di Napoli, mentre il 3 febbraio 1561 il Pontefice gli conferì il Collare dell’Ordine Equestre della Milizia Aurata. Il 25 maggio 1561 fu anche insignito del ruolo di luogotenente del Regno di Napoli. Il 4 maggio 1562, suo figlio Fabrizio, di cinque anni non ancora compiuti, fu promesso ad Anna Borromeo (nove anni), nipote di Pio IV e sorella del cardinale Carlo Borromeo. Una notevole alleanza familiare.
Marcantonio considerò sempre il suo feudo nei Castelli come uno dei centri del proprio potere nonché un luogo di riposo dal clamore dell’Urbe fino alla sua morte, in Spagna a Medinaceli, 1º agosto 1584. La sua famiglia soggiornava spesso a Marino quando il Capitano era impegnato nelle molte guerre combattute al servizio della Spagna e come comandante della flotta pontificia, fra cui l’epico assedio di Malta del 1566 e la battaglia di Lepanto.
Proprio il ritorno a Marino da Lepanto del Colonna, acclamato da tutta la cristianità, è alla base della tradizione marinese più celebre, quella della Sagra dell’Uva, col “miracolo” delle fontane che danno vino. 101 anni fa, infatti, il poeta Leone Ciprelli propose di far coincidere la Festa dell’Uva con quella della Madonna del Rosario (prima domenica d’ottobre), ovvero l’anniversario della Battaglia di Lepanto istituita da papa Pio V per ringraziamento della vittoria sugli ottomani. La suggestione di far gettare vino dalle fontane venne dai racconti delle stravaganze dei Colonna durante le feste sfarzose con cui i nobili celebravano la loro potenza e sugellavano l’alleanza coi loro sudditi. Ciprelli fu anche il promotore del corteo storico che durante la Sagra rievoca l’uscita da palazzo Paliano di Marcantonio per recarsi a Roma come eroe.


















