Alida Valli: l’italiana che disse no ad Hollywood

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L’esperienza americana fu per l’attrice di Pola una scuola di realismo e di dignità. Tornò con una penale da pagare ma la consapevolezza di chi voleva essere: una donna libera

David O. Selznick, il leggendario produttore di Via col vento, aveva visto Noi vivi due volte. Il film antisovietico girato da Goffredo Alessandrini nel 1942 gli bastò per convincersi che scritturando Alida Valli aveva fatto un affare. Perché di questo si trattava: un affare. Non un’artista da valorizzare. Ma un prodotto esotico da acquistare, imballare e rivendere al pubblico americano.

Alida Valli arrivò a New York il 1° gennaio 1947 sul transatlantico Queen Elizabeth. Sul molo l’aspettavano due burocrati della Vanguard Film di Selznick, una insegnante di lingua e una tata inglese per il piccolo Carlo. Gli americani sono decisamente un popolo pratico.

La portarono dritta in California. Una sfilata di strette di mano, sorrisi plastificati, galoppini in cravatta. Poi l’incontro con il grande capo: David O. Selznick la squadrò come si fa con un cavallo prima di comprarlo. Non aveva bisogno di controllarle i denti, ma perché li aveva visti in mille fotografie ed erano senz’altro perfetti. Di certo la valutò. E decise che valeva i soldi spesi.

Il sistema hollywoodiano di allora aveva le sue regole, e i suoi riti prefissati. Colazione alle otto con giornalisti e fotografi, per dimostrare al mondo che le star sono radiose già dalla prima mattina. Poi rapida toilette, nuovo servizio fotografico e ospitata in qualche radio. Quindi il pranzo con qualcuno di importantissimo in un posto importantissimo, dove si dicevano cose importantissime destinate ad essere dimenticate dopo qualche ora. All’ora dell’aperitivo, conferenza stampa, quindi cena e ricevimento, sempre sotto i flash di fotografi e giornalisti. Una recita nella recita. Hollywood non produceva solo film: produceva sopratutto illusioni. Ed era la prima a crederci.

La stampa americana fece il suo dovere: esagerò. “Occhi d’alcova”, la definì il New York Times, con quella tendenza americana a trasformare tutto in pubblicità. Ci fu chi la paragonò alla Duse, anche se probabilmente la Duse non l’aveva mai vista recitare. Le ridisegnarono persino i capelli, stile Peek-a-boo, (noi diremmo: cucù!, per la pettinata che copre un occhio) come quelli di Veronica Lake. Perché un’italiana con la sua identità intatta era troppo complicata da gestire. Meglio ridurla a qualcosa di già noto, già digerito, già vendibile.

Con Alfred Hitchcock andò meglio. Almeno lui era un professionista vero, europeo, per giunta inglese come lei non era ma con quella diffidenza verso gli americani che accomuna chi viene da fuori. Per Il caso Paradine Alida si presentò al provino in nero, con costosissimi gioielli autentici e due guardie giurate al seguito per custodirli. Hitchcock rimase di stucco e volle rifare il provino più volte. Non per cattiveria: per meraviglia. E le allargò la parte. Capita, quando ci si trova di fronte a qualcuno che sa fare il proprio mestiere sul serio, senza bisogno di corsi di recitazione pagati cinquemila dollari al mese.

Ma Selznick era Selznick. Uno di quegli tycoon che costruiscono gabbie dorate e ci rinchiudono il prossimo in nome del contratto. Alida aspettava. Aspettava ruoli che non arrivavano, copioni che venivano rimandati, decisioni che slittavano. Nel frattempo doveva sorridere ai fotografi, essere disponibile con i giornalisti, mostrarsi grata. Girò anche Il miracolo delle campane con Frank Sinatra — uno che cantava benissimo ma recitava come poteva – e le toccò cantare in polacco. Non era quello per cui era venuta in America. Ma i contratti sono contratti, e in America i contratti sono sacri quanto la Costituzione. Anzi, di più.

E poi ci fu l’incontro con Greta Garbo. Alida era emozionata: chi non lo sarebbe stato? La Garbo era il mito per eccellenza, il volto del cinema mondiale, la donna che aveva fatto perdere la testa a mezza Hollywood. Ma ecco cosa disse alla giovane italiana che sudava dall’emozione: «Le tue scarpe scricchiolano».

È forse il momento più onesto di tutta l’esperienza americana. Perché la Garbo, ritirandosi dal cinema, aveva già capito tutto: che Hollywood era un circo, che i miti erano invenzioni dei press agent, che sotto il trucco in fondo c’era solo gente normale con scarpe che cigolano. Aveva smesso di recitare la parte, anche fuori dal set. Alida quella sera incassò una lezione che valeva più di qualsiasi provino: i grandi, quelli veri, non hanno tempo da perdere con le cerimonie.

L’avventura americana finì com’era cominciata: con un bilancio contabile. In Italia il pubblico vide la “Valli americana” solo nel 1952, quando i giochi erano già fatti e altri suoi film l’avevano preceduta. Selznick aveva investito male, o almeno male sul mercato europeo. Peccato per lui. Ma non per lei.

Perché Alida tornò, anche se con una penale per infranto contratto che le sarebbe rimasta a lungo sulle spalle. Tornò in Europa, tornò al cinema vero — quello di Carol Reed, di Luchino Visconti, di Bernardo Bertolucci. Tornò con qualcosa in più: la certezza di cosa non voleva essere. L’America le aveva mostrato il peggio della macchina cinematografica — il mercantilismo nudo e crudo, il talento ridotto a merce, l’arte trasformata in prodotto da scaffale. E lei aveva detto no.

Gli americani comprano tutto. Non capiscono, però, che certe cose non si vendono. Il talento vero, alla lunga, fa sempre i bagagli e torna a casa. Esattamente quello che fece Alida.

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