Catania vera ed il sindaco Trantino onorano Sant’Agata

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“Una cessione vergognosa alla superstizione necrofila e ai riti tribali”: con questa frase ben oltre il limite del sacrilego l’UAAR ha attaccato il sindaco di Catania, Enrico Trantino che, su invito dell’arcivescovo Luigi Renna, ha baciato la reliquia della Santa Patrona della città etnea, il suo cranio, prima che venisse nuovamente riposta nel reliquiario. Un’aggressione che ha scatenato sui social una canea di insulti empi, volgari e ridanciani. Ma fortunatamente anche una levata di scudi in difesa del Primo Cittadino, che va dall’appassionata rivendicazione delle radici culturali alla rivendicazione del fatto che “Stato laico” non vuol dire “Stato ateo” e la libertà religiosa implica necessariamente anche libertà di manifestare la fede religiosa.

Ma c’è di più, ed è Trantino stesso a dirlo: come sindaco di una città in cui la gran maggioranza della popolazione è devota alla Santa, la sua posizione non ammetteva scrupoli né tentennamenti. “Capisci che lì non sei solo un uomo; ma ciascuno dei cittadini che rappresenti”, ha scritto il sindaco: “Ti senti schiacciato dal peso del ruolo, dal timore che stai usurpando il desiderio di tutti, di avere il contatto più ravvicinato che si possa desiderare con Agata”. “Primo Cittadino” nel senso proprio del termine, delegato dei propri amministrati anche a porgere omaggio alla Martire che tutti i catanesi amano.

Un gesto dunque di profondo senso identitario. CulturaIdentità infatti non si stanca mai di ribadire come il legame fra gli italiani e i loro Santi Patroni sia qualcosa che trascende la semplice devozione religiosa, ma è scritto nel DNA stesso della nostra italianità, e riguarda i fedeli come i laici. Perfino i laici laidi, quelli che bestemmiano volgarmente o insultano il sentimento religioso degli altri, non possono che farlo come riflesso in negativo di ciò che detestano: non bestemmiano lo shintoismo giapponese o l’animismo del Congo, ma i santi e la fede degli italiani, incidentalmente cattolica. Dunque anche per loro la religiosità popolare è parte dell’identità, che gli piaccia o non.

Sant’Agata è l’anima stessa di Catania. Proprio in questi giorni, mentre l’Etna si scatena e gli occhi di tutti i sismologi d’Italia sono puntati sul Mongibello, con l’aeroporto di Catania chiuso per i fumi e i lapilli e le perdite economiche da capogiro (si stimano 22 milioni di euro solo per il turismo), i catanesi si stringono attorno alla Santa ancora più forte. Fra le sue reliquie, per esempio, c’è il suo velo scarlatto, una preziosa seta a cui sono attribuiti interventi a placare le eruzioni dell’Etna. Il velo, infatti, avrebbe avvolto la Santa durante uno dei supplizi a cui venne sottoposta, quello dei carboni ardenti, uscendone intatto. A esso dunque si attribuisce un prodigioso potere sull’elemento del fuoco.

La concomitanza dell’eruzione del vulcano con la storica esposizione della reliquia della Santa, dopo 60 anni, ha messo il sindaco Trantino nella condizione di dover esercitare un vero e proprio dovere istituzionale, prima ancora che un atto devozionale personale, come il militare che durante la funzione religiosa si mette sull’attenti davanti alla Consacrazione, prima di tutto perché porta un’uniforme e solo poi per fede personale, che ci sia o non. Quello di Trantino è quindi un atto che trascende la natura della reliquia, la fede o le questioni di lana caprina sull’interpretazione della “laicità” dello Stato: è innanzitutto un atto di profondo senso civico e di rivendicazione identitaria. Egli si è comportato da rappresentante di un’intera comunità cittadina che guarda ai propri simboli e in quanto rappresentante di questa comunità che li alza come una bandiera. E, sia messo agli atti, i popoli civili le bandiere le baciano, non ci sputano sopra.

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