Il nuovo libro di Sylos Labini racconta la spina dorsale della nostra Penisola: le città della provincia italiana
C’è un equivoco di fondo secondo cui la Storia si fabbrichi solo nelle grandi metropoli. Sciocchezze. L’Italia vera, quella sghignazzante e testarda, non sta nei salotti buoni di Milano o nei caffè alla moda di Roma: si nasconde nel reticolo infinito di quei settemila e passa campanili che compongono la spina dorsale dello Stivale. Da qui inizia il saggio del direttore di CulturaIdentità Edoardo Sylos Labini, «Le città identitarie. Luoghi e personaggi che hanno fatto la storia della provincia italiana» (Rai Libri, 2026), una mappa geografica e culturale, che pagina dopo pagina si fa j’accuse contro l’amnesia dei nostri tempi.

Si prenda Pomezia. A pronunciare il nome, i più distratti penseranno subito a un agglomerato di capannoni industriali e svincoli della Pontina. Errore blu. Pomezia è un cortocircuito temporale dove i container della logistica confinano con l’Olimpo. Su queste spiagge sferzate dal vento tirrenico sbarcava Enea, l’eroe virgiliano che secondo Sylos Labini incarna appieno la pietas, il sacro legame fra le generazioni passate e future. Enea sbarca reggendo il vecchio Anchise sulle spalle e tenendo per mano il piccolo Ascanio: un manifesto di conservazione identitaria. E se i moderni demolitori di statue vorrebbero buttare giù tutto nel nome del politicamente corretto, a Pomezia ci pensa la cinepresa a raddrizzare i torti. Tra i filari di tufo e le architetture razionaliste del ventennio – quelle stesse che lo scrittore Antonio Pennacchi celebrava in «Shaw 150» – si muovono i fantasmi ingombranti di Ugo Tognazzi e Sergio Leone. Il primo, mattatore indiscusso del Villaggio Tognazzi a Torvajanica, trasformava il tennis in una farsa d’avanspettacolo consegnando al vincitore non già una coppa patinata, ma un glorioso scolapasta d’oro. Il secondo, Sergio Leone, sceglieva di farsi, seppur ironicamente, tumulare nel cimitero di Pratica di Mare («perché è più poetica», raccontava Carlo Verdone), quasi a suggellare il legame eterno tra le polverose campagne laziali e la mitologia degli spaghetti western. Dalla fondazione troiana ai duelli di Clint Eastwood, dunque, il passo è breve.
Spostandosi a Lucca, cambia il registro ma non la sostanza. Da queste parti l’autonomia non è una concessione, è una religione laica coltivata in secoli di repubblica indipendente. Una città protetta da mura ciclopiche, patria di Castruccio Castracani, il condottiero spregiudicato che fece tremare Firenze e che incantò persino Niccolò Machiavelli. Ma anche culla di Giacomo Puccini. Il maestro che, dopo la folgorazione giovanile per l’«Aida» di Verdi a Pisa, decise che la sua vita sarebbe stata schiava solo del pentagramma. Un fumatore incallito, un genio capace di rialzarsi perfino dai fischi impietosi della prima della «Madama Butterfly» alla Scala urlando al mondo intero: «La “Butterfly” è un capolavoro, e lo dimostrerò». E aveva ragione lui.
Questo viaggio nell’identità profonda del nostro paese, non può che passare anche per Norcia, terra di ferite e resurrezioni millenarie. Qui, tra le pareti e la navata unica della basilica di San Benedetto, pulsa il cuore di quell’Europa che ha fatto del lavoro e della contemplazione un argine alla barbarie. Il celebre ora et labora benedettino è il pilastro etico di un Occidente che oggi, smarrito tra le nevrastenie digitali, farebbe bene a riscoprire. Ciò che, in fondo, invita a fare il libro di Sylos Labini guardando l’Italia da nord a sud, attraverso i suoi borghi, le sue lapidi, i suoi aneddoti feroci e vitali, la sua irripetibile biodiversità culturale.

















