“Io, donna, vittima di violenza sono per il patriarcato mediterraneo”

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“Vannacci è un genio assoluto. Ha preso una parola che oggi fa schifo a metà Italia, “patriarcato”. L’ha attaccata a “Mediterraneo” e l’ha infilata nel programma. Boom!”. Il video di Massimo Salvati è diventato virale. E non solo per l’incipit, ma per gli argomenti che il giovane youtuber del canale Speedy News, volto di Galt Media, ha infilato uno dietro l’altro dimostrando che la trovata vannacciana è tutt’altro che uno strillo elettorale, ma una concreta realtà sociale di cui è importante discutere.

Salvati ha centrato il punto evidenziando come il legame fra “patriarcato” e la violenza contro le donne non ha alcun senso se non si considera invece la decostruzione dei due sessi, la distruzione della famiglia, la denatalità e la sostituzione etnica. Un fenomeno quest’ultimo che getta benzina sul fuoco, dal momento che il 40% dei reati contro le donne viene commesso dagli stranieri che sono il 9% della popolazione italiana (e il dato è drogato dal fatto che molte seconde generazioni vengono purtroppo considerate “italiani” a tutti gli effetti).

“In Italia ci sono circa 0,4 omicidi di donne ogni 100.000, tra i più bassi d’Europa. Grecia ancora più bassa – spiega Salvati – I paesi scandinavi invece, dove il femminismo detta legge da decenni, certi indicatori di violenza domestica non calano come ci avevano promesso. Anzi, sono i più alti in Europa. Si chiama Nordic Paradox e ci sono diversi studi di criminologia che parlano di tutto ciò”.

Un fenomeno che cozza con la narrazione femminista: ma come? Nei cosiddetti “paesi avanzati” le cose vanno molto peggio di come vanno nei “paesi arretrati” (categoria di cui farebbe parte l’Italia…).

Ma questo accade per la concomitanza di due fattori, che si sovrappongono e Salvati lo spiega bene: l’ingrasso di centinaia di migliaia di immigrati e la disregolazione emotiva: “Non riesci a gestire la rabbia, perdi il controllo, colpisci”. La seconda cosa riguarda anche gli autoctoni, ma è frequentissimo nei rapporti interraziali, soprattutto perché le due parti provengono da contesti culturali diversissimi, con basi valoriali spesso abissalmente inconciliabili. Inoltre, com’è noto, fra gli immigrati, per tanti motivi, c’è un tasso di disagio molto più alto che fra gli autoctoni.

Non c’entra nulla, dunque il “patriarcato”. C’entra la mescolanza forzata fra popolazioni incompatibili fra loro e la decostruzione dei valori e dei ruoli tradizionali – rodati da millenni – per sostituirli con soluzioni “postmoderne” e totalmente prive del suddetto rodaggio, ma funzionanti solo sulla carta di alcuni libri di sociologia. Colpevolizzare il patriarcato che nulla ha a che fare con la violenza contro le donne, e ve lo dice una ex moglie vittima di violenza feroce da parte dell’ex marito: una superstite del femminicidio. Le donne continueranno ad essere ammazzate per quante leggi si possano fare finché saranno improntate a una visione del tutto ideologica del problema. Gli uomini violenti, nel 95% dei casi, sono stati cresciuti in contesti matriarcali con una forte presenza di mamme, quindi donne, che non hanno saputo dire i corretti “NO!”.

Questo genera personalità deboli, incapaci di reggere alla durezza della realtà (durezza che comprende anche l’essere lasciati o accettare che la propria compagna abbia idee e comportamenti divergenti da quelli desiderati o immaginati). “L’impulsività e lo stress cronico fanno da ponte” – continua Salvati – Quando un uomo sente di non essere abbastanza uomo rispetto a quello che ha in testa, la rabbia sale e l’autostima crolla. Si chiama Masculine Discrepancy Stress e predice violenza fisica”.

Qual è dunque la soluzione? Proprio riscoprire l’uomo, raddrizzare la spina dorsale, riannodare i fili con un passato che non stava a girarsi i pollici ma faceva i conti con la realtà. Non per caso Salvati cita un Ottimo Principe dell’Antica Roma, Marco Aurelio: “Al contrario invece, dove insegnano a controllare le proprie emozioni in modo stoico, la violenza scende. Programmi in carcere basati sulla dicotomia del controllo e sull’amor fati riducono enormemente l’aggressività e migliorano il benessere”.

“L’ira non è virilità, è debolezza” – continua Salvati citando Vannacci – “La vera forza sta nel tenere a bada le passioni. Seneca parlava di apateia, non diventare di pietra ma non farsi trascinare. Ed è esattamente quello che il Generale chiama “patriarcato”: uomini forti, capaci di dominare emozioni e passioni. Di fatto la società odierna ha tolto all’uomo il suo ruolo, ha tolto il senso, gli ha lasciato soltanto il risentimento. Questo è il risultato dell’appiattimento dei generi”.

Il patriarcato mediterraneo, per l’appunto, quello che guarda a secoli di tradizione e filosofia, non certo perfetto, ma sicuramente più collaudato e tutto sommato sempre perfettibile, e che invece è stato picconato e sostituito sulla base dell’ideologia post-strutturalista, dal Sessantotto in avanti. “Di fatto abbiamo creato intere generazioni senza dharma, senza posto chiaro, senza idea di cosa devono fare. E il risultato qual è? Meno famiglie, meno figli e più smarrimento. Perché la natalità crolla nei paesi dove i ruoli si sono sciolti maggiormente. L’uomo non sa più se deve provvedere, proteggere o soltanto esserci. E di fatto ha meno incentivi a mettere su casa”.

Riportare al centro la responsabilità, l’autocontrollo delle emozioni, il rispetto dei ruoli e dei limiti è la strada maestra.

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