Ogni città, ogni paese, ogni territorio ha i suoi monumenti che quella città, quel paese, quel territorio sentono quasi come gli scorressero nelle vene. Un monumento d’altronde è un luogo dell’anima. Già prima della Convenzione Unesco del ’72 noi tutti sapevamo che monumento non è soltanto un arco di trionfo romano e oggi nessuno mette in dubbio il valore monumentale financo di un paesaggio o di una tradizione storica e radicata, che anch’essi sono monumento quindi memoria, ricordo tangibile che dura e perdura, che ci è giunto e che vogliamo trasmettere. Certo, la suddetta Convenzione parla di monumenti specifici e particolari, di valore universale ed eccezionale mentre molto di ciò che le nostre città, paesi e territori sentono, quasi come gli scorresse nelle vene, ha valore eccezionale solo per chi quel monumento lo vive fin dal primo vagito, come singolo e come comunità.
I monumenti nella loro essenza sono simboli, carichi di significati e di storie in quanto simboli, magari grandi come una foresta o come il Colosseo o, ancora, come un immenso cilindro di marmo, un cilindro un po’ storto. E con le campane.
Si, quel cilindro un po’ storto ha tutte le caratteristiche per essere un monumento sia per il mondo. Sia per la gente che lo sente quasi come gli scorresse nelle vene. Come monumento è tanto bello e importante da figurare nell’elenco del Patrimonio Mondiale dell’Unesco sin dal lontano 1987. Non certo da solo perché lo accompagnano i fratelli della Piazza del Duomo, che i non-pisani chiamano Piazza dei Miracoli, ovvero la Cattedrale, il Battistero e il Camposanto Monumentale. Ma la Torre ha un posto speciale nel cuore dei pisani che, pur orgogliosi di tutta la Piazza, indubitabilmente nella loro Torre vedono un qualcosa in più. I pisani sentono che la Torre gli comunica di più.
Prima si è detto che ogni monumento è un simbolo, ora aggiungiamo che i simboli hanno senso se e quando comunicano. E i simboli comunicano solo quando li conosciamo.
Qui sta il punto. Quando un monumento lo senti quasi come ti scorresse nelle vene, la sua voce ti parla in una lingua che seppure tutti possono sentirla, soltanto a te porta un messaggio.
Monumento insigne, la Torre di Pisa, di cui ogni guida turistica ogni giorno racconta a nugoli di turisti i 58 metri d’altezza e di storia, le sue 14.000 tonnellate di peso in marmo medievale, le arcate disposte in sei piani di loggette coronate dalla cella campanaria, la fondazione nel 1173, l’architetto Diotisalvi e Bonanno Pisano, i lavori interrotti all’altezza del terzo piano e la scoperta della pendenza, la correzione nei piani successivi tale da averci consegnato una sorta di immensa nobilissima banana di marmo… E poi Giovanni Pisano, più tardi Galileo, la carrellata di grandi uomini del passato che le hanno dedicato un pensiero o un ricordo… Un bel catalogo ragionato di fatti, numeri, nomi, date, nessuno dei quali la rende però monumento per coloro che la sentono quasi come gli scorresse nelle vene.
Per loro, fortunati, le date e tanti nomi significano meno che per i turisti. Per loro la Torre non è “di Pisa” né “pendente”, è semplicemente la Torre. Antica quanto la repubblica marinara di quando i pisani dominavano un mondo, antica quanto il tempo in cui la città si considerava la nuova Roma, Torre foderata di colonne che ciascuna è un pisano, Torre le cui campane sono una vece che parla e che chiama, non qudrata come tutte le altre ma tonda per guardare in ogni direzione dove la Pisa di quella antica repubblica aveva interessi e possessi.
E infine il rilievo marinaro scolpito nel paramento che in pochi turisti notano, con le due barche medievali che puntano verso il faro.
Il faro richiama le navi col fuoco, la Torre richiama i pisani con le campane. Ieri, oggi, domani. Proprio come deve fare un monumento.

















